Editoriale

L'Italia al contrario, come allontanare i ragazzi dall'informatica

Il tema delle competenze nella scuola, e di quelle tecnologiche in particolare, è uno degli argomenti ricorrenti nel nostro paese tanto da sfiorare la logica del tormentone: dalla politica delle famose tre i ai ricorrenti proclami dell’importanza di una scuola più moderna e tecnologica. Purtroppo i risultati non si vedono, rapporti ed indici internazionali non fanno che confermare la marginalità delle nostre politiche su questo tema e il ritardo operativo su tutti i fronti. Due casi personali che si inseriscono in questo contesto purtroppo noto.

Primo caso. Visita a diverse scuole romane in occasione degli open day per l’iscrizione del più piccolo dei miei figli in prima elementare. Ad un certo punto, in una delle più autorevoli, con orgoglio ci viene mostrata l’aula di informatica con un ventina di PC tower. La mia domanda è stata spontanea e immediata: "Cosa fate fare ai bambini di prima elementare?" La risposta: "Gli facciamo scrivere le letterine con Word e ora, in occasione del Natale, gli abbiamo fatto fare un biglietto di auguri con Power Point". Ma come, questo è quello che offriamo nella scuola alla Touch Generation? Mio figlio le letterine sul tablet le scrive da un pezzo, e non è avanti agli altri, così come disegna con le varie penne capacitive ma, soprattutto, programma con Scratch Junior. "Guardi  - dico io - si tratta di programmi gratuiti, questo ad esempio è stato elaborato dal Massachusetts Institute of Technology ed è disponibile per tutte le piattaforme".  "Mi dispiace - mi risponde - non lo conosciamo". 

Secondo caso. Prima verifica di informatica al primo liceo scientifico, indirizzo scienze applicate. Voto: 4,5/10. Ma come si fa a prendere un voto di questo tipo in informatica? Chiedo in questo a mio figlio maggiore. Risposta: "Papà l’informatica non mi piace".  "Ma come – riprendo - con l’informatica hai a che fare tutti i giorni: giochi con l’informatica, studi con l’informatica, ti relazioni con l’informatica". A questo punto mi è sembrato inevitabile andare a parlare con l’insegnante per capire meglio. "Abbiamo fatto un compito di verifica di Excel e suo figlio ha sbagliato la sintassi di molte formule. Guardi lei stesso". E mi allunga un foglio di carta  con sopra riprodotta una tabella e sotto la tabella una serie di formule pasticciate. "Ma perché il compito è consistito nello scrivere su un foglio le formule giuste?" "Si , non abbiamo PC a sufficienza per tutti" è la risposta. "Guardi - rispondo impettito - io non solo conosco benissimo Excel da quando girava ancora su MSDOS, ma lavoro prevalentemente con Numbers e, in passato, ho lavorato su VisiCalc, Lotus 1-2-3, Quattro, Multiplan.  Anzi, ho cominciato con VU-Calc su un Sinclair Spectrum con il quale ho sostenuto l’esame di statistica e le garantisco, che ancora oggi, non saprei scrivere le formule a penna, semplicemente perché non ne vedo il motivo e l'utilità".

Ha ragione mio figlio: l’informatica fa schifo (questo a lui non l’ho detto) se è insegnata o utilizzata in questo modo. 

Quante volte ho sentito ripetere che la Commissione Europea denuncia la mancanza, nel continente, di competenze tecniche in grado di coprire i bisogni del mercato del lavoro. Qui il problema è ancor più serio e travalica le competenze informatiche, mettendo in questione la capacità della scuola italiana di valorizzare l’innovazione. Di incuriosire i bambini e i ragazzi verso il nuovo, di non annoiarli con attività palesemente inutili e datate rispetto alle loro stesse competenze.

In questi anni di analisi dei processi innovativi, ho ripetuto spesso una frase (non mia): la tradizione si tramanda dai genitori (o nonni) verso i figli mentre l'innovazione (soprattutto quella tecnologica) dai figli verso le generazioni precedenti. Un cambiamento relativamente recente che sovverte anche il rapporto tradizionale tra generazioni: il sapere e il saper fare non si tramandano più solo in una direzione. Le statistiche ISTAT sui consumi delle famiglie lo confermano: sono le famiglie con ragazzi in casa quelle che poi più delle altre posseggono ed utilizzano le tecnologie informatiche. La scuola, quindi, non solo dovrebbe adattare i propri programmi e le proprie competenze per adeguarsi ai nuovi bisogni conoscitivi, ma dovrebbe essere capace anche di valorizzare ed indirizzare i nuovi saperi.

In questo deprimente contesto leggo con soddisfazione dell’ampissima partecipazione pubblica registrata nella consultazione sul rapporto La buona scuola,  promossa dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, che dedica, tra i diversi punti, ampio spazio al tema dell’adeguamento del nostro sistema scolastico: dalla formazione continua obbligatoria per i docenti, alle proposte per la scuola digitale (banda larga, wifi e nuovi servizi digitali) per finire con le nuove alfabetizzazioni (coding e pensiero computazionale nella primaria e piano “digital makers” nella secondaria). E’ una grande responsabilità quella che ora pesa sul MIUR per non disperdere, non deludere queste energie che intorno al tema della scuola si sono catalizzate confermando l’importanza e la centralità del tema nei diversi ambiti.

Non solo, in questa settimana il MIUR e Telecom Italia hanno presentato il progetto EducaTI che si avvarrà di 60 milioni per i prossimi tre anni: "Il progetto nello specifico si svilupperà in due tipi d’intervento: il primo consiste nella dotazione alle scuole delle giuste infrastrutture tecnologiche. Il secondo riguarda l’adeguata formazione del corpo docenti.” Altro che letterine su word!

Riusciremo a dare ai nostri figli la scuola che li metterà in grado di affrontare il futuro? Non lo so ancora, ma saluto queste iniziative con la speranza nel cuore.

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