Caso

Il mondo Open Data in 20 domande: un contributo alla diffusione dei dati aperti sul territorio

È evidente che non sono mai abbastanza le iniziative di comunicazione e diffusione sul perché e sul come “fare Open Data”. Così dal Coordinamento Agende 21 Locali, in collaborazione con la Provincia di Bologna, arriva un sussidio molto snello ma anche molto chiaro. Un pamphlet articolato in 20 domande e risposte per avviare con più cognizione il percorso, ormai imprescindibile, di liberazione dei dati all’interno delle Pubbliche Amministrazioni.

La Provincia di Bologna, in collaborazione con il Coordinamento Agende 21 Locali e la Regione Emilia-Romagna, ha avviato un laboratorio pilota per sperimentare l’apertura dei dati contenuti negli strumenti di pianificazione territoriale e definire procedure e indicazioni utili ad altri enti interessati a rendere aperto il patrimonio informatico dei propri piani. All’interno di questo progetto, gestito da un gruppo di lavoro intersettoriale, sono stati organizzati alcuni momenti di confronto con tecnici ed esperti. Durante gli incontri sono emerse domande e dubbi le cui risposte sono state raccolte in questo primo Quaderno. Il documento intende introdurre il mondo degli Open Data in termini generali fornendo una chiave di lettura semplice e funzionale alle esigenze delle Pubbliche Amministrazioni: rispondendo a 20 domande viene fornita una panoramica della normativa e delle caratteristiche degli Open Data e alcune informazioni di base utili per avviare un percorso all’interno dell’ente pubblico.

Una regione precoce e collaborativa

Non stupisce che questo primo Quaderno sia stato sviluppato proprio in questa regione, la più precoce di tutto il Paese. “La regione emiliana –­ racconta Giovanni Ciardi, funzionario GEOlod Emilia-Romagna ­– è dalla metà degli anni ottanta che lavora con dati geografici territoriali digitalizzati”. Tuttavia “inizialmente i dati erano materiale privato e non accessibile, ma di fronte alle richieste sempre più pressanti e numerose di utilizzatori esterni, già diversi anni fa ci siamo posti il problema di farli conoscere e distribuirli. Così, nel 1998, abbiamo disposto un portale per renderli realmente utilizzabili e fruibili”. Negli anni il geoportale si è evoluto ed “è stato interessante constatare che fornendo dati open, con metadati e licenza, presto venivano utilizzati. Per esempio, dopo solo una settimana gli edifici caricati sul portale erano già stati riutilizzati in OpenStreetMap, la mappa partecipata dai cittadini”.

I dati aperti? Un bene comune digitale

La prima delle 20 domande a cui risponde il pamphlet spiega l’obbligatorietà della liberazione dei dati, secondo il nuovo Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD). Ma i dati aperti non sono solo l’esito dell’adempimento a una normativa vigente, ma piuttosto un patrimonio pubblico reso disponibile gratuitamente, secondo i termini di una licenza che ne permette l’utilizzo da parte di chiunque, e accessibile attraverso le tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Un “bene comune digitale”, come sono stati definiti da Pina Civitella, Responsabile Sviluppo Sistemi Informativi del Comune di Bologna. Viene da sé quindi la risposta alla quinta domanda del Quaderno sul perché fare Open Data…

Apriamo i dati: perché?

In parte la risposta è già contenuta all’interno della Carta dei Dati Aperti del G8 in cui si legge: “l’accesso ai dati consente agli individui e alle organizzazioni di sviluppare nuove idee e innovazioni che possono migliorare le vite degli altri”. Nel testo viene più volte sottolineato il passaggio epocale, che in parte stiamo già vivendo, e che pone al centro di tutto la fruibilità dei dati. “Si preannuncia una nuova era nella quale gli individui potranno utilizzare i dati aperti per generare intuizioni, idee e servizi e creare un mondo migliore per tutti”. In altre parole i dati aperti sono materiale grezzo, liberamente disponibile e accessibile per chiunque, adatto ad essere rielaborato e incrociato (mash-up) con altri dati, magari provenienti da altre fonti, al fine di creare valore aggiunto (nuovi mercati, imprese, lavoro, servizi, ricerca, etc).

Come si fa?

Sicuramente un ambito del tema Open Data che ancora genera molti dubbi è la definizione della modalità più adatta per intraprendere il processo di apertura. Eppure non è poi così difficile. Come spiegato nel nono quesito del Quaderno, esiste un’ampia documentazione disponibile al riguardo: il testo dell’Agid, per esempio, – Linee Guida Nazionali per la Valorizzazione del Patrimonio Informativo Pubblico – o il Vademecum prodotto nel 2011 dal Formez PA.

Il pamphlet risponde a molti altri quesiti: sui livelli minimi di apertura che consentano di parlare di Open Data, su quali sono le licenze per i dati open, sulla natura dei Linked Open Data, sul ruolo dei metadati e l’importanza degli aggiornamenti per garantirne la qualità. Qui il Quaderno, ricco di rimandi bibliografici per ciascuna risposta.

Su open data e dati territoriali, segnaliamo l'intervista di #SCE2014 a a Daniela Luise, Direttore del Coordinamento delle Agende 21 Locali Italiane.

 

 

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