Intervista

Solo le imprese della conoscenza salveranno l'Italia

Ruggero Frezza, fondatore dell’incubatore M31, è stato tra i protagonisti di oggi a #SCE2014 presenti al convegno “L’innovazione urbana come motore di sviluppo”.  L’ex professore di Ingegneria dell’Informazione dopo venti anni di insegnamento ha scelto di investire in un’impresa della conoscenza. Lo abbiamo intervistato per conoscere meglio la sua storia.

Ci racconta come è nata M31 e quante altre realtà simili ospita il territorio italiano?  M31 è nata nel 2006 perché dopo aver insegnato in Università per venti anni avevo il desiderio di portare sul mercato molti dei risultati della ricerca, non direttamente mia, ma dei colleghi che avevo intorno a me. Perciò ho creato una struttura a Padova che investe in imprese ad alta tecnologia che nascono dalla ricerca e ne supporta la crescita fino a che diventano completamente indipendenti. In questo momento M31 è un incubatore certificato secondo il Decreto Sviluppo, sono pochissime le strutture simili, ma di incubatori certificati che investono in star-up innovative ce ne sono circa una trentina in tutta Italia.
Ci fa un esempio di cosa sforna l’incubatore patavino? Ad oggi abbiamo investito in una decina di imprese ad alta tecnologia di cui cinque sono spin-off di Università. Un impresa a caso: ZeHus. Una spin-off del Politecnico di Milano sulla quale abbiamo investito circa un anno fa. L’impresa in questo momento commercializza un sistema di trasmissione per biciclette ibrido, che trasforma la bicicletta non tanto in una bicicletta elettrica ma in una bicicletta che dà una mano solo quando se ne ha bisogno, in salita o in partenza. Ma il pianura e in discesa, quando non si ha bisogno di supporto, la bicicletta si autoricarica. Ad oggi l’impresa sta andando molto bene. Perché M31 ha aperto una sede a Santa Clara? Abbiamo aperto una sede in Silicon Valley perché costruendo imprese ad alta tecnologia la gran parte del mercato è lì. Inoltre il mercato americano è un mercato che certifica. Chi riesce a vendere oggetti ad alta tecnologia in America vuol dire che può farlo in tutto il resto del mondo, come se fosse un bollino di qualità. Per questo abbiamo aperto una sede lì, per aprire il mercato americano alle nostre partecipata. Che atmostera si respira nella Silicon Valley?  Glielo dico subito, anche solo con un numero. In Italia gli investimenti in Venture Capital sono pari a circa 80 centesimi per persona all’anno, in Silicon Valley secondo alcune stime sono di circa 1000 dollari per persona all’anno. Qual è, secondo lei, la chiave perché le nostre città non lascino drenare capitale umano? Sarebbe bello trovare una chiave, ma la soluzione non è poi così banale. Io credo che il percorso non sia breve, e che si debbano costruire delle imprese della conoscenza. E cosa intendo con ‘imprese della conoscenza’? Imprese per le quali la conoscenza delle persone che vi lavorano è considerata un bene patrimoniale fondamentale. Parlo di imprese che assumono davvero personale qualificato. E a questo proposito le suggerisco un bellissimo libro, La nuova geografia del lavorodi Moretti, in cui è ben spiegato che un posto di lavoro in un’azienda di questo tipo corrisponde a sei posti di lavoro nell’indotto. Quindi credo che il percorso sia lungo, e spero che nascano M32, M33, M34, … e così via fino a M1000, con l’idea che c’è poco da fare: bisogna investire in imprese di questo tipo. E in questa prospettiva credo che le prossime grandi aree metropolitane italiane saranno una grande occasione per il Paese, favorendo arene d’incontro tra protagonisti legati a questo mondo di imprenditorialità diversa, orientata alla ricerca e all’innovazione. 

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