Editoriale

Tolomeo, Copernico e la PA "passo dopo passo"

Nei primi giorni di agosto, all’inizio delle ferie estive e quasi in contemporanea, è avvenuta la conversione definitiva in legge (con alcune modifiche non banali) del “decreto Madia”, il 90/2014 dal titolo “Misure urgenti per la semplificazione e la trasparenza amministrativa e per l'efficienza degli uffici giudiziari”, ed è stato incardinato al Senato il Disegno di Legge delegaRiorganizzazione delle amministrazioni pubbliche” indicato come A.S. (vuol dire Atto Senato) n.1577. Di entrambi i provvedimenti ci siamo già occupati, ma ora è forse il momento di guardarli nel loro insieme, anche alla luce dell’importanza che il Presidente Renzi ha attribuito a questa riforma nell’ambito del recentissimo programma “passo dopo passo: mille giorni per cambiare l’Italia”.

Per il momento mi interessa appuntare la nostra attenzione più sul progetto di legge delega che sul decreto legge (una chiara rappresentazione di quest’ultimo, nei suoi pregi e nei suoi limiti, è comunque nell’infografica che ha proposto il Dipartimento della Funzione Pubblica). Il decreto infatti, pur con alcune conquiste importanti (tra tutte il principio della staffetta generazionale, seppure ridimensionato dal Parlamento), resta un provvedimento di tipo “emergenziale”, del genere dei tanti che in questi travagliati anni ci hanno accompagnato con misure sempre “urgenti” e mai definitive.

Parliamo invece di questo A.S. 1577 a cui avevo già dedicato un editoriale a fine luglio, ma che ora conosciamo nella sua versione definitiva con cui è entrato in Parlamento (come uscirà lo vedremo).  Prima qualche numero. Il disegno di legge si compone di 16 articoli divisi in 4 Capi:

  • Semplificazione amministrativa: che vede il maggior numero di impegni con 6 articoli e 4 deleghe;
  • Organizzazione: con 3 articoli e 2 deleghe che saranno poi declinate in più di un decreto;
  • Personale: con 2 articoli, uno sulla conciliazione vita-lavoro ed un secondo, il più lungo ed elaborato dell’intero ddl, che conferisce al Governo una delega per riformare completamente la dirigenza pubblica in tutti i suoi aspetti: accesso, inquadramento, formazione, incarichi, valutazione, responsabilità, retribuzione, ecc.;
  • Semplificazione normativa: con 5 articoli e 3 deleghe per riformare e semplificare la normativa relativa al lavoro pubblico, alle partecipazioni azionarie delle PA e ai servizi pubblici locali.

Questi numeri, parliamo di nove/dieci deleghe e di una quindicina di decreti legislativi, insieme ad una lettura più approfondita e meditata del testo e delle allegate relazioni, mi confermano che ci troviamo di fronte ad un grosso lavoro e ad un programma molto ambizioso. Nelle prossime settimane esamineremo una ad una le quattro aree d’intervento, cercando su ciascuna di mettere in evidenza il problema di partenza, la legislazione pregressa (molto era stato già in qualche forma legificato), le opinioni degli addetti ai lavori sulle norme proposte. Oggi vorrei invece mettervi a parte di un’impressione che avevo in un qualche modo provato anche al primo esame della bozza, fatto a luglio.

La mia lettura è che questa ampia riforma, nonostante i suoi coraggiosi provvedimenti settoriali, non parta da una nuova e complessiva visione dell’amministrazione, da un nuovo modello, in altre parole da quel “cambio di paradigma” che produce una vera “rivoluzione epistemologica”.  

Provo a spiegarmi con una metafora usata spesso dai filosofi della scienza : nessuna conoscenza, nessuno studio accurato né del Sole né dei moti dei pianeti, né della Terra avrebbe potuto da solo produrre quella teoria copernicana che scalzò la visione tolemaica dell’universo. Fu necessario avere occhi nuovi che avessero il coraggio di accettare i dati di fatto e di ammettere che essi erano incompatibili con il vecchio paradigma. Gli elementi (Sole, pianeti, Terra) e i loro moti apparenti restano gli stessi, ma i rapporti tra loro e il significato di questi rapporti cambia radicalmente e ci regala un “mondo nuovo”.

Fuor di metafora qui si tratta di considerare con coraggio i dati che abbiamo a disposizione: la storia delle tante riforme che hanno provato inutilmente a cambiare la PA, il susseguirsi delle grida manzoniane sulla dematerializzazione, sulla digitalizzazione o sulla valutazione, il moltiplicarsi inarrestabile delle norme e degli enti, il costante aumento dell’entropia, ma anche della spesa pubblica e trarne una necessaria conclusione. Dobbiamo onestamente ammettere che il paradigma bipolare[1] e gerarchico dell’amministrazione pubblica non funziona più e non saranno riforme di singoli aspetti che lo salveranno. Serve immaginare un mondo nuovo, un nuovo modello: noi del FoGG (Future of Government Group) lo abbiamo chiamato “Stato partner”.

Anche qui gli elementi sono gli stessi: amministrazioni e impiegati che ci lavorano, imprese e cittadini portatori di interessi, politica, ma nella nuova visione del Future of the Government  mutano radicalmente i loro rapporti e i loro ruoli. Così ad esempio la partecipazione dei cittadini, pur presente, anche se in forma marginale, nel ddl, non può essere relegata ad un aspetto della semplificazione, ma deve essere il cuore della gestione e della co-progettazione dei servizi e del nuovo ruolo dell’amministrazione come abilitatrice di opportunità e garante di libertà positive, in un contesto di “economia collaborativa” e di cogestione dei beni comuni.

Altrettanto la trasparenza non è può essere vista solo come un deterrente nei confronti della corruzione, ma diventa accountability e social auditing e quindi, abbattendo barriere e asimmetrie informative, costruisce l’ambiente vitale della democrazia.

Infine la digitalizzazione non è, in questa visione, l’informatizzazione dell’esistente, ma un nuovo modo di immaginare i processi, le relazioni, i modelli organizzativi, approfittando dello straordinario potere della rete di diffondere e condividere conoscenza.

A questo nuovo modello di “Stato partner” vanno commisurati i singoli aspetti della riforma: serve una dirigenza indipendente, ma svincolata dai palazzi e capace di gestire negoziazioni, reti e relazioni e abituata a considerare i cittadini come portatori di risorse e competenze e non solo di bisogni e problemi; serve una valutazione dei singoli e delle organizzazioni che tenga conto degli impatti delle politiche sui cittadini e le imprese (i cosiddetti outcome o esiti) e non solo dell’efficienza (ossia degli output), perché non siamo contenti se l’operazione riesce, ma il paziente muore; serve una geografia delle amministrazioni pensata per l’incremento della qualità della vita e del capitale sociale delle comunità locali e non per la sopravvivenza degli enti. Serve immaginare le nostre amministrazioni come “native digitali” . Serve infine, last but not least, un coinvolgimento continuo dei dipendenti pubblici e una gestione costruttiva delle persone.

A quest’ultimo punto voglio dedicare ancora qualche parola: gli impiegati pubblici non hanno bisogno di essere “motivati”. Io odio la parola “motivare”: sembra che sia una manovella da far girare in una macchina per ottenere sorrisi soddisfatti. Quel che serve non è la motivazione, ma la consapevolezza di essere partecipi di uno sforzo comune, la certezza di essere riconosciuti e la serenità sull’equità delle regole. Su questo c’è ancora molta strada da fare. Se date un’occhiata ai risultati dei 23.000 questionati compilati sul benessere organizzativo (rapporto presentato in questi giorni dall’ANAC) scoprirete che i giudizi più bassi vengono dati alle affermazioni “Ritengo che le possibilità reali di fare carriera nel mio ente siano legate al merito” (punteggio 2,1 su 7),  “La mia amministrazione premia le persone capaci e che si impegnano” (2,3 su 7), “Ritengo equilibrato il modo in cui la retribuzione viene differenziata in rapporto alla quantità e qualità del lavoro svolto” (2,4 su 7).

In conclusione: una riforma così ambiziosa, come quella che delinea questo disegno di legge, ha speranza di riuscire solo se è all’interno di un sistema valoriale forte, di una visione complessiva e strategica dell’amministrazione come “amministrazione condivisa” in uno “Stato partner”, se può contare sullo sforzo congiunto e consapevole di tutti i lavoratori pubblici. Su questo, non su singoli e anche innovativi aspetti, si gioca il successo. Su questo si deve aprire il lavoro, la discussione, il confronto e lo scambio costruttivo delle prossime settimane.

Noi faremo la nostra parte.

 


[1] paradigma bipolare, è quello che distingue da una parte l’amministrazione come unica fonte sia di potere che di prestazioni, dall’altra i cittadini amministrati (clienti, assistiti, pazienti, etc.) comunque soggetti passivi dell’intervento pubblico
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