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Tecnologie digitali e ambiente: un rapporto in evoluzione

La possibilità di analizzare e comprendere i fenomeni e le trasformazioni che interessano gli spazi urbanizzati richiede un approccio fortemente interdisciplinare, caratterizzato dall’interazione e dall’avvicinamento di esperti afferenti a molteplici ambiti della conoscenza. Un considerevole insieme di discipline in cui negli ultimi venticinque anni si è assistito alla rapida ascesa dell’informatica.

A partire dagli anni 90, con l’avvento di Internet e del World Wide Web, le città hanno acquisito una nuova infrastruttura tecnologica che ha generato una vera e propria rivoluzione, modificando notevolmente non solo le modalità di sviluppo, panificazione e gestione dello spazio fisico, ma anche le caratteristiche della società che in esso vive. Nasce e si espande la società in rete, costituita da persone che utilizzando questa infrastruttura e gli strumenti tecnologici offerti dall’era digitale, hanno contribuito alla costruzione di un mondo parallelo in continua evoluzione, fatto di dati, informazioni, applicazioni e comunità che popolano una realtà immateriale. Due mondi che interagiscono e che si influenzano reciprocamente, dato che il funzionamento di uno dipende sempre più da quello che accade all’interno dell’altro, e viceversa.

La nascita di questo parallelismo fra reale e immateriale ha immediatamente attirato l’attenzione di ricercatori e studiosi di tutto il mondo, che hanno iniziato ad esplorare il rapporto scarsamente conosciuto fra tecnologie digitali e spazi urbani, e a formulare le prime teorie. Tutto nel tentativo di identificare le modalità con cui questi due elementi possono essere correttamente legati fra loro. La curiosità nei confronti di questo tema ha permesso di alimentare la produzione di alcuni testi scientifici di grande rilievo, che hanno gettato le basi di una nuova area di ricerca collegata alla scienza delle città. Fondamenti teorici che hanno a loro volta sostenuto ed alimentato un dibattito e un confronto rispetto alle numerose sperimentazioni che nel frattempo sono state avviate in molte città di tutto il mondo. Uno spostamento dalla teoria alla pratica che ha dato avvio alla ricerca dell’architettura ricombinante, un termine affascinante che sintetizza la volontà di trovare modelli e approcci capaci di fondere insieme reale e virtuale nel migliore dei modi.

Le continue trasformazioni del web e il progressivo avanzamento tecnologico nel campo delle tecnologie per l’informazione e la comunicazione, due aspetti fortemente connessi fra loro, hanno portato alla nascita di diverse iniziative che possono essere raggruppate in tre macro categorie: tre diverse fasi evolutive nell’approccio inerente la gestione delle tecnologie digitali nello spazio urbanizzato. Le categorie sono cronologicamente consecutive e associate a uno specifico periodo temporale. Inoltre, ognuna di esse è stata oggetto di molteplici ricerche che hanno permesso di mettere in luce le loro caratteristiche distintive e i fattori di successo, così come le eventuali criticità e cause di fallimento.

Il periodo fra il 1990 e i primi anni del nuovo millennio è caratterizzato dalle pagine web informative e dai primi esempi di riproduzioni tridimensionali delle città proposti con le virtual city. Successivamente, si passa all’esperienza asiatica delle ubiquotous city (u-city), dove il governo coreano decide di sostenere il potenziamento infrastrutturale del Paese attraverso sensoristica diffusa, dispositivi e reti mobili, e la fornitura di servizi accessibili da chiunque e dovunque. Un primo passo verso la diffusione del paradigma dell’Internet of Things (IoT) che si estende rapidamente in tutto il mondo sostenendo l’emergere del concetto di smart city, a partire dal 2008 circa; un nuovo approccio alla pianificazione e progettazione della componente digitale delle città che è ancora caratterizzato da molteplici lacune conoscitive.

Tuttavia, osservando il dibattito e la letteratura internazionale fino ad oggi prodotta sul tema smart city, sembra che la conoscenza accumulata dallo studio di 25 anni di esperienze passate sia scarsamente considerata. Infatti, osservando le ricerche proposte nell’ambito delle virtual city e delle ubiquitous city, è stato dimostrato che l’abbandono o il fallimento di queste iniziative è dovuto principalmente a due fattori: un approccio eccessivamente top-down che limita la collaborazione attiva della popolazione dei contesti in cui vengono avviate; un’eccessiva concentrazione sulla tecnologia piuttosto che sui reali problemi che questa dovrebbe risolvere. In poche parole, difficoltà a relazionarsi con il contesto reale e a incentivare processi collaborativi orizzontali, e troppa fiducia in un determinismo tecnologico principalmente sostenuto dal comparto industriale che oscura la natura sociale di questi interventi. Aspetti che in ambito smart city sono ancora oggetto di discussione e caratterizzati da domande aperte, ma che in realtà hanno già ricevuto una risposta.  

Riparare la frattura fra passato e futuro è un passo fondamentale per poter sviluppare una teoria delle smart city: un quadro conoscitivo completo e supportato da prove empiriche, fondato sulla conoscenza già accumulata in passato, e che fornisca un solido orientamento per il futuro sviluppo pratico delle iniziative associate a questo nuovo modello di integrazione delle tecnologie digitali negli ambienti urbanizzati.

 


 

 

* Luca Mora, la biografia completa dell'autore a questo link.

* * Roberto Bolici, la biografia completa dell'autore a questo link.

 

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