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Le competenze digitali: chiave di ogni iniziativa, progetto o politica di sviluppo ed innovazione in Italia

Le Linee guida dell’Agenzia per l’Italia Digitale sono lo strumento strategico ed operativo per uscire da una situazione drammatica di analfebetismo digitale, nel quale l’Italia è precipitata, e che ha generato un circolo vizioso che rischia di relegarci a mercato di consumo delle multinazionali dell’ICT. Abbiamo approfondito con i coordinatori del tavolo AgID il modello: le parole chiave sono coordinamento ed endorsement politico.

L’Italia è agli ultimi posti in Europa per quanto riguarda le competenze digitali. Non solo, tutti i report internazionali ci posizionano tra i Paesi che, privi di una strategia nazionale, se non correranno ai ripari, finiranno per perdere ulteriori posizioni. È questo il quadro in cui va inserito il Programma Nazionale per la Cultura la formazione e le competenze digitali che è stato presentato ufficialmente oggi a Roma nella sede dell’Agenzia per l’Italia Digitale con l’apertura a consultazione pubblica delle Linee guida.
Ma di cosa si tratta concretamente e in che modo l’AgID ha inteso portare avanti il non facile compito che le è stato affidato? Vediamo di procedere con ordine.

Perché non abbiamo un piano di sviluppo sulle competenze digitali

Esattamente due anni fa venne inaugurata la Cabina di Regia per l’Agenda digitale. Tra i sei obiettivi di lavoro (Infrastrutture e sicurezza, egov/Open Data, ecommerce, competenze digitali, comunità intelligenti) c’era anche quello sull’alfabetizzazione informatica (la digital leteracy europea, che è una parte delle competenze digitali). Lo strumento normativo che avrebbe dovuto rendere operativo il lavoro della Cabina di Regia, il tanto atteso Decreto Digitalia, però, non vide mai la luce, e al suo posto il Governo Monti produsse il Decreto Crescita 2.0 che recepì solo alcune delle indicazioni della Cabina di Regia, lasciando da parte, tra l’altro, l’alfabetizzazione.

Il tavolo coordinato dall’AgID, quindi, ha proprio il compito di riprendere il discorso lasciato in sospeso, integrarlo con le indicazioni che nel frattempo (sono passati due anni) sono arrivate dall’Europa e, soprattutto, fornire indicazioni operative per colmare il gap rispetto agli altri Paesi. Nello specifico gli obiettivi delle Linee guida sono due, da una parte c’è la funzione strategica: quella cioè di fornire un vero e proprio quadro di riferimento il più possibile condiviso, all’interno del quale operare le scelte strategiche dei prossimi anni, a partire ad esempio dal modo in cui gestire la programmazione nazionale sui fondi europei 2014-2020 oppure dalle modalità di interazione (e integrazione) tra i restanti assi dell’agenda digitale italiana. La seconda funzione delle Linee guida è quella operativa. Una parte del documento contiene, infatti, una serie di indicazioni dedicate a coloro che nella scuola, nell’università, nel mondo della formazione e dell’apprendimento continuo (ma anche nelle imprese e nei mezzi di comunicazione) realizzano progetti. Le linee guida, infatti, saranno anche la base da cui partire per la costruzione degli accordi di partenariato per i fondi strutturali. È proprio questa – tra l’altro – la parte di documento che sarà sottoposta a pubblica consultazione sia online (con la possibilità di commentare il testo, ma anche di fornire contributi e proposte di azione, attraverso un ideario), sia in presenza attraverso incontri, dibattiti, eventi. Il tutto per arrivare tra poco più di un mese ad un documento definitivo che verrà presentato ufficialmente a FORUM PA 2014.

Il modello

Per capire come migliorare una situazione critica occorre indagare soprattutto le cause. Per Giuseppe Iacono e Rosamaria Barrese - due dei quattro coordinatori del tavolo dell’AgID - le componenti delle nostra arretratezza sulle competenze digitali, rispetto ai competitor europei, si possono ricondurre a 4 filoni:

1) Carenze infrastrutturali – abbiamo la rete oltre i due megabit più deficitaria d’Europa;

2) Carenze nelle politiche sull’apprendimento – nel dopoguerra la lotta all’analfabetismo era un obiettivo prioritario che aveva generato una vera e propria politica organica ed una serie di sforzi congiunti di tutta la società (governo, amministrazioni locali, mondo del volontariato, mezzi di comunicazione…). Una situazione simile non si è mai più ripetuta e l’apprendimento permanente non è mai entrato nelle agende nazionali.

3) Scelte di politica industriale – non è un mistero che in Italia si è puntato a privilegiare l'utilizzo della televisione e degli altri mezzi di comunicazione che non richiedono competenze specifiche per essere utilizzate piuttosto che la rete.

4) Mancanza di consapevolezza di sistema – se non sappiamo cosa dobbiamo misurare i dati che abbiamo sono incompleti, non confrontabili, non di sistema.

Per superare queste difficoltà è necessario un intervento pervasivo, capillare, con un respiro medio lungo e soprattutto focalizzato su assi chiari e condivisi. Per questo prendendo a modello lo schema degli e-skills di empirica il tavolo di lavoro è stato organizzato in quattro gruppi verticali (competenze per la cittadinanza digitale; competenze per i professionisti dell’ICT, competenze digitali trasversali per tutti i lavoratori, e-leadership, e competenze digitali per la PA), più un gruppo trasversale dedicato alla comunicazione. “Queste grandi cause – ci spiegano Iacono e Barrese - hanno generato un circolo vizioso pericoloso: abbiamo pochi cittadini che hanno le competenze digitali necessarie per andare in rete (analfabetismo digitale) ed ancora meno hanno le competenze per utilizzare i servizi più comuni (analfabetismo funzionale); ciò provoca una stagnazione della domanda dei servizi e quindi uno scarso interesse da parte dell’industria; da cui consegue una scarsa richiesta di alte professionalità tecniche in ambito ICT. Per riuscire ad abbattere questo circolo, il programma di linee di intervento deve essere complesso e non guardare solo la formazione o l’educazione. Il quadro tracciato dall’Unione Euroepa è drammatico se non si inverte la tendenza, non solo non aumenterà la domanda di professionalità ICT, ma l’offerta supererà la domanda, condannando l’Italia ad essere mercato di consumo per i servizi delle multinazionali”.

Farsi piattaforma per coordinare gli interventi ed orientare la spesa

Per Giuseppe Iacono “Una delle principali ambizioni del Programma Nazionale è di farsi piattaforma”, il che vuol dire attuare un radicale cambio di paradigma nei sistemi della scuola, dell’università, della formazione professionale, delle reti per l’apprendimento, dei sistemi di comunicazione. “Il primo passo – continua Rosamaria Barreseè quello di abbandonare la logica del progetto. Nel percorso che abbiamo intrapreso per arrivare al documento che oggi presentiamo alla consultazione pubblica abbiamo incontrato un numero impressionate di iniziative molto importanti (sia per numeri che per impostazione e per modello teorico) portate avanti da amministrazioni, ma anche da aziende e dal terzo settore. Purtroppo quasi tutte hanno il problema di essere concepite “a progetto” e di non avere indicatori che permettano di intervenire successivamente per migliorare l’iniziativa. Il progetto – si sa – chiude con la rendicontazione. Oggi la situazione sta cambiando e il tentativo di concepire l’asse delle competenze digitali come strategico va proprio nella direzione di misurare i risultati sul lungo termine”.

Farsi piattaforma però non vuol dire solo pensare in maniera coordinata gli interventi e avere la capacità di misurare i risultati. Vuol dire soprattutto avere la capacità di orientare la spesa. “Ad esempio- sottolinea Rosamaria Barrese - stiamo lavorando anche in coordinamento con le altre iniziative dell’agenda digitale, primo fra tutti il tavolo sulle smart cities. Uno tra o primi obiettivi dei quel gruppo di lavoro è quello di definire lo statuto della città intelligente che sarà anche lo strumento per stabilire gli impegni minimi per l’accesso ai fondi. Stiamo lavorando, allora, per fare in modo che le competenze siano considerate fattori abilitati e necessari e siano parte integrante dello statuto”. Inoltre, se consideriamo solo l’aspetto della formazione nelle pubbliche amministrazione, già il solo lavorare per migliorare la qualità della domanda di formazione della PA (gruppo 4 del tavolo di lavoro) vuol dire orientare verso un miglioramento la qualità di tutta offerta formativa italiana.

Una tale impresa non può che avere responsabilità condivise, tutti sono chiamati in causa: istituzioni, pubbliche amministrazioni, mondo delle imprese, mondo della scuola e delle università, organizzazioni sindacali. Ma ciò che è più importante è che un progetto così ambizioso non può fare a meno di un forte e continuo endorsement politico che collochi le competenze digitali come chiave di volta di qualunque politica di sviluppo ed innovazione del nostro Paese.

 

Le Linee guida dell’Agenzia per l’Italia Digitale sono lo strumento strategico ed operativo fondamentale per l’innesco di un circolo virtuoso tra la domanda di servizi, partecipazione, offerta da parte delle organizzazioni pubbliche e private e lo sviluppo di professionalità innovative e adeguate per la rivoluzione digitale. Nella loro versione definitiva sarranno presentate a FORUM PA 2014 in occasione del convegno "Competenze digitali in Italia: come colmare un vuoto che rischia di minare il nostro sviluppo".
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