Caso

Roma, progetto Scuole Aperte: un ponte tra educazione e territorio

In Italia si stanno diffondendo esperienze di riappropriazione dello spazio scolastico da parte della cittadinanza, organizzata principalmente sotto forma di associazioni di genitori. L’esigenza è quella di costituire vere e proprie scuole di comunità che possano fare da ponte con il territorio. Esperienze di sussidarietà orizzontale, casi pilota che hanno potuto confrontarsi il 22 Marzo 2014 a Roma in occazione del convegno “Scuole aperte, un modello sostenibile” organizzato dai genitori dell’Associazione Scuola Di Donato, con il patrocinio del Comune di Roma, che è stata pioniere tra i primi plessi scolastici a fare della partecipazione diretta e volontaria alla cura degli spazi scolastici e di quartiere il proprio principio guida, promuovendo circoli virtuosi di responsabilizzazione dei cittadini e delle istituzioni. Abbiamo chiesto a Giulia Pietroletti, Assessore all'ambiente, decoro, intercultura e innovazione nella Pubblica Amministrazione nel Municipio Roma V e membro dell’Associazione Scuole Aperte di raccontarci il progetto della scuola Pisacane di Roma, che ha seguito l'esempio della scuola Di Donato.

Cosa è Scuole Aperte? Come nasce?

Nel municipio di Tor Pignattara a Roma,  in via di Aqua Bullicante 30, si trova una scuola elementare in cui dei 176 studenti solo 40 hanno la cittadinanza italiana. Alla Pisacane un paio di anni fa, i genitori italiani hanno cominciato a non iscrivere più i loro figli a causa dell’alta percentuale di bambini migranti nelle classi. Ci sono state vicende drammatiche e la scuola è diventata un bersaglio mediatico tanto da ispirare la legge del massimo 30% dei bambini stranieri perché ad un certo punto non c’erano più bambini italiani. Le poche famiglie italiane che avevano bimbi qui si sono rese conto però che questa era una scuola speciale proprio per la sua portata di diversità. Abbiamo contattato la Scuola Di Donato, che aveva già intrapreso la strada della scuola aperta, per prenderla ad esempio e per uscire dal concetto di scuola-ghetto.

Cosa avete fatto a questo punto?

Abbiamo deciso di fondare un’associazione dei genitori, non un comitato, tanto che molte persone anche all’interno della scuola non hanno capito il significato della nostra scelta. L’associazione, a differenza del comitato di rappresentanza, doveva essere uno strumento di supporto esterno alla scuola che la potesse collegare al territorio e al quartiere. Avevamo bisogno di uno spazio fisico tanto che abbiamo richiesto al Consiglio di Istituto l’utilizzo di un’aula per i pomeriggi, esperienza anche questa non facile.

Qual è stato il primo progetto realizzato?

Il primo, con il quale abbiamo accompagnato la richiesta di spazio, è stato il doposcuola: siamo partiti dal costatare che alcuni bambini che non hanno genitori che parlano italiano hanno un serio problema nello svolgere i compiti a casa perché non hanno la possibilità di essere aiutati. Questo era un primo scoglio nel diritto allo studio. Abbiamo quindi deciso che tutti i venerdì pomeriggio si fanno i compiti tutti insieme a scuola. Da lì è nato un percorso virtuoso di incontro, aggregazione e mescolanza tra le famiglie.

Qual è stato il valore aggiunto di questa esperienza?

Se si pensa che i bambini italiani nel pomeriggio facevano i corsi di inglese, i cinesi  si ritrovavano a lavorare con i propri genitori e altri bambini a frequentare solo le comunità di origine e ora, si incontrano e sono capaci attraverso la scuola di sviluppare un linguaggio comune, direi che abbiamo raggiunto il nostro obiettivo. Sottolineo che la resistenza dei genitori italiani che avevamo riscontrato all’inizio, in un anno è diventata una reale integrazione.

Come cambia la funzione educativa della scuola?

Questo progetto ha riportato la scuola al centro del quartiere, tanto da farla diventare uno spazio aggregativo in una zona povera di offerta culturale. Ora facciamo una serie di attività pomeridiane, che grazie ai contributi delle famiglie, sono gratuite per tutti i bambini: lezione di arabo, cinese, italiano. Il percorso che si vorrebbe fare è di ampliare il progetto fino a far diventare la scuola un centro culturale.

Cosa invece rimane a lei di questo lavoro?

Quello che ho capito è che se non siamo abituati a godere del bene comune e avere una cultura della collettività, all’inizio non ne capiamo l’opportunità. È importante, invece, coltivare il bene comune a partire dall’esperienza perché è li che ti metti in gioco e puoi pensare a soluzioni innovative per rispondere ai problemi collettivi.

Cosa spera per il futuro del progetto?

Spero che la scuola Pisacane possa costituire una buona prassi alla quale guardare. Spero che la nostra esperienza possa essere di supporto e ispirazione per altri. Spero, infine, che il nostro progetto mantenga quella funzione di collante tra la scuola e il territorio che con tanta fatica siamo riusciti a raggiungere.

 

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