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Top-down o Bottom-up? Le due facce della Smart City

Approccio dall’alto (top-down) e approccio dal basso (bottom-up) vengono spesso percepiti come due diverse modalità di intraprendere il percorso verso la definizione di un’iniziativa smart city. In realtà, è impossibile immaginare lo sviluppo di una strategia di successo senza il corretto bilanciamento di entrambi, dato che stiamo parlando delle due facce di una stessa medaglia. Due approcci che sono rispettivamente legati alle azioni di due diversi attori ugualmente fondamentali: la pubblica amministrazione e la comunità locale. Soggetti che il processo di sviluppo della strategia smart city deve riuscire ad avvicinare, consolidando la loro capacità collaborativa. Purtroppo però, sono molte le città che faticano a tradurre questa interpretazione in termini operativi, proprio come nel caso di Rio de Janeiro.

All’interno dei molti testi che popolano la rete e descrivono le modalità di sviluppo dell’iniziativa smart city proposta dalla città di Rio de Janeiro è possibile osservare che il concetto che emerge più di tutti è quello di ‘caso di successo’. La stima del successo e del fallimento è un aspetto molto difficile da trattare in ambito smart city, e ancora oggi manca uno strumento efficace e riconosciuto come valido per raggiungere questo obiettivo. Una condizione causata sia dalla mancanza di una interpretazione unitaria del suo significato, che dalla complessità della strategia che questo termine sottende, i cui obiettivi sono davvero molto ambiziosi e ampi, e quindi difficili da misurare. Tuttavia, nel caso della metropoli brasiliana, questa eccellenza sembra essere stata rilevata da una apposita giuria instituita durante l’ultima edizione dello Smart City Expo Congress di Barcellona; importante evento internazionale dove oltre alla possibilità di discutere il tema smart city, ogni anno viene anche selezionata l’iniziativa considerata migliore. Il premio del 2013 è stato assegnato alla strategia proposta dall’amministrazione comunale di Rio de Janeiro. Una decisione condivisibile soltanto per alcuni aspetti se osserviamo l’attività svolta fino ad oggi all’interno della città.

Smart city significa condivisione e partecipazione: l’insuccesso dell’approccio top-down

Il fulcro dell’iniziativa smart city di Rio de Janeiro, nonché la motivazione principale che ha spinto la giuria ad assegnare questo premio alla metropoli brasiliana, è la tecnologia sviluppata per il nuovo centro operativo della città; una piattaforma che permette di monitorare in tempo reale quello che accade all’interno dell’area urbana in modo da intervenire con rapidità in caso di emergenza, attraverso misure di soccorso e informando i cittadini di quello che sta accadendo. Il sistema viene nutrito dalle informazioni captate da circa 900 telecamere sparse per la città. Questi dispositivi rilevano e trasferiscono continuamente immagini che vengono visualizzate da un elevato numero di monitor che ricoprono un muro lungo quasi 80 metri, posizionato all’interno del centro operativo stesso. Un luogo dove i rappresentanti di 30 diverse agenzie governative e dipartimenti collaborano ogni giorno per garantire un corretto utilizzo di questa ingente quantità di dati, e agiscono rapidamente nel momento in cui vengono individuate situazioni di pericolo. Dal punto di vista tecnologico la soluzione sviluppata da IBM viene considerata come una vera e propria innovazione, e ha portato l’azienda americana a sperimentare quello che oggi rappresenta uno dei principali prodotti alla base della sua visione di smart city: l’Urban Operating System, la piattaforma che viene proposta per gestire in tempo reale tutte le infrastrutture della città. Un’iniziativa che ha dato vita ad un sistema che potrebbe scongiurare il ripetersi dei disastrosi effetti delle catastrofi ambientali che hanno colpito la città nel 2010, e che ha portato ad un avanzamento tecnologico costato 14 milioni di dollari. Una cifra ingente resa disponibile dai fondi concessi alla città per ospitare la prossima edizione dei Mondiali di Cacio e delle Olimpiadi. Ma un progetto che nasce soltanto dalla visione dell’amministrazione. Quindi un approccio assolutamente verticale, top-down, dove la comunità non ha mai avuto la possibilità di esprimere la propria opinione o di collaborare al suo sviluppo.

Se smart city significa modificare i modelli di governo e di sviluppo delle azioni all’interno della città attraverso la promozione di nuove forme di condivisione e collaborazione, questa strategia ha avuto successo solo a metà. Il progetto è riuscito ad eliminare il muro invisibile che rende difficile la collaborazione e il coordinamento fra i diversi dipartimenti e le varie agenzie governative. Un risultato non indifferente, ma allo stesso tempo è cresciuto un muro ben più concreto che ha separato l’idea dell’amministrazione comunale dalla possibile visione della comunità locale. Un approccio i cui limiti sono oggi visibili in molte critiche mosse nei confronti del sistema tecnologico proprio da parte della comunità locale, in termini di possibile violazione della privacy o sull’eccessiva spesa e quindi la possibilità di un diverso investimento. Critiche legittime che dovevano essere considerate in un momento di condivisione e confronto ormai perso.

La soluzione proposta dal basso

La comunità locale avrebbe avuto qualche idea per garantire la sicurezza della città? Sarebbe stata di aiuto? Certamente si. Probabilmente la capacità previsionale e di computazione della piattaforma del centro operativo sono difficilmente replicabili, ma la comunità ha comunque dimostrato di avere buone idee e grande capacità creativa nel proporre soluzioni per garantire la sicurezza all’interno dei proprio luoghi di vita, collegando ingegno e tecnologia. Un’affermazione dimostrata dal progetto Mapeamento Digital Guiado pela Juventude, coordinato dall’Unicef in collaborazione con l’organizzazione locale non governativa CEDAPS (Centro de Promocao da Saude). L’obiettivo del progetto era di produrre uno strumento che potesse essere utilizzato per segnalare le situazioni di rischio e pericolo per i residenti di cinque favelas. Per raggiungere questo scopo, ciascuna area è stata mappata digitalmente collegando fra loro le prese fotografiche aeree effettuate da un gruppo di adolescenti brasiliani. Per fotografare i loro quartieri e ricostruire le mappe digitali sono state utilizzate delle semplici fotocamere digitali agganciate ai kites; si tratta di un giocattolo, una sorta di aquilone molto diffuso nelle favelas brasiliane.

Grazie a questo ingegnoso sistema è stato possibile ottenere una base cartografica su cui posizionare le fotografie geo-referenziate di aree caratterizzate da situazioni di pericolo, effettuate con cellulari muniti di gps. Tutto questo è stato inserito in una piattaforma online dove queste fotografie possono essere aggiunte e visualizzate da chiunque e in qualsiasi momento. Un progetto che riprende i sistemi di segnalazione dei malfunzionamenti delle città utilizzati in molte città europee e americane, come ad esempio il famoso FixMyStreet. Grazie all’utilizzo di questo sistema è stato possibile rilevare il dissesto di una scuola, successivamente riparata, oppure localizzare le eventuali aree caratterizzate da una elevata presenza di rifiuti con il pericolo di trasmissione di infezioni da parte degli insetti.

Un progetto low cost, ma con un elevato impatto sociale, che tocca le persone direttamente, rendendole addirittura partecipi nel suo sviluppo, ma che ha avuto una carica mediatica molto più ridotta rispetto al progetto proposto dall’amministrazione comunale. Questo tipo di iniziative rappresentano una componente importante delle strategie smart city e casi come quello di Chicago, recentemente descritto da Eleonora Bove, rendono evidente quanto sostenuto.

Il successo della smart city: innovazione dal basso e supporto dall’alto

La verità è che il percorso verso la smart city della città di Rio de Janeiro è ancora tutto da costruire. Innovazione sociale e partecipazione civica sono gli ingredienti fondamentali per garantire il successo e la sostenibilità di una iniziativa smart city nel lungo periodo. Questa spinta dal basso che caratterizza l’approccio bottom-up si basa su due aspetti fondamentali: il pieno coinvolgimento della comunità locale nel processo di sviluppo dell’iniziativa; la piena fiducia nelle persone e nelle loro capacità di percepire i problemi dei luoghi in cui vivono e di proporre ed elaborare soluzioni per risolverli. Soluzioni ovviamente di natura tecnologica dato che stiamo parlando di smart city: servizi digitali e applicazioni che trasformano la città in un vero e proprio laboratorio a cielo aperto dove l’innovazione non è soltanto aperta, ma completamente libera.

Ma per poter innestare questo processo collaborativo è necessario un supporto dell’alto, dove la pubblica amministrazione ha il compito di guidare la propria comunità nel lungo percorso di trasformazione della città e stimolare questo tipo di partecipazione estremamente attiva e concreta. Approccio dall’alto non significa quindi l’imposizione di soluzioni tecnologiche, ma l’attivazione di un dibattito costruttivo, di un dialogo, di un confronto per costruire una visione comune e sviluppare iniziative insieme, che nascono dalla città intera. Significa stimolare la creatività e l’imprenditorialità della comunità.

Questa è la vera sfida della smart city. Modificare il funzionamento della città, velocizzarne i tempi di azione coordinando tutte le risorse intellettuali disponibili, facendo leva sull’intelligenza collettiva di una società che in questo ambito non chiede di guardare, ma di poter partecipare.

 

*Luca Mora. Dottorando in Progetto e Tecnologie per la Valorizzazione dei Beni Culturali presso il Dipartimento di Architettura, Ingegneria delle Costruzioni e Ambiente Costruito del Politecnico di Milano e dottorando di alta qualificazione in Gestione dell’Innovazione e Sviluppo del Prodotto della Scuola Interpolitecnica di Dottorato fondata dai tre Politecnici italiani (Torino, Milano e Bari). Ha conseguito la laurea triennale in Scienze dell’Architettura e la laurea magistrale in Architettura, entrambe al Politecnico di Milano. Dedica la propria attività di ricerca allo studio dei sistemi di integrazione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione all’interno dei sistemi urbani, con particolare riferimento ai processi di gestione e sviluppo delle strategie smart city. Collabora con il Laboratorio di Ricerca Mantova - Unità di ricerca T.E.MA. (Technology, Environment and Management) del Politecnico di Milano - Polo Territoriale di Mantova e con l’Urban and Regional Innovation Reserach Unit (URENIO) dell’Artistotle University of Thessaloniki.

**Roberto Bolici. Architetto, Ricercatore in Tecnologia dell’Architettura, Direttore dell’Unità di Ricerca T.E.MA. (Technology, Environment and Management) del Laboratorio di Ricerca Mantova del Politecnico di Milano - Polo Territoriale di Mantova e Docente di Tecnologia dell’Architettura presso la Scuola di Architettura e Società del Politecnico di Milano nei corsi di Laurea e Laurea Magistrale di Milano, Mantova e Piacenza. Svolge attività di ricerca presso il Dipartimento A.B.C. (Architecture, Built environment, Construction Engineering) del Politecnico di Milano in qualità di membro dell’Unità di Ricerca Tecnologie Innovative per il governo del territorio e dei sistemi edilizi, dove si interessa ai temi dell’innovazione e del trasferimento tecnologico, della competitività territoriale, delle tecnologie edilizie e delle tecnologie per la valorizzazione del patrimonio culturale, e della progettazione tecnologica per lo sviluppo e la valorizzazione del capitale territoriale. Membro del Collegio dei Docenti del Dottorato in Progetto e Tecnologie per la Valorizzazione dei Beni Culturali.

 

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Commenti

Bottom UP e TOP down punto di equiliobrio o di rottura?

Bottom up e top down sono due espressioni che richiamano (parlo per il contesto italiano ma potrei parlare di modello mediterraneo riprendendo le categorie dell ISFOL) ad una contrapposizione ancora forte nella cultura italiana che si esprime al meglio con le ultime vicissitudini politche e nuove forme di movimenti nati dal basso. Non manca la componente valoriale storica che fa di queste accezioni una scelta di posizione politica nel tessuto sociale oltre che generazionale. Un punto d'incontro fra queste due visioni di partecipazione e d'azione per la città (e per chi la popola) è fondamentale ma non è detto che abbia una posizione definta nel diagramma che ha come variabili cittadini e P.A.. Credo nella rilevanza del loro incontro e sincretismo perchè, fondamentale per una implementazione verso un obiettivo compatto e condiviso che genera non più sicurezza finanziaria nell'andamento del progetto-servizio ecc (a Rio si è potuto grazie a finaziamneti legati al football ad es.) ma punti di svolta che generano un contunuo implementare e generare, grazie alla complessità che la visione Smart del territorio genera nel pensare alla città di ieri- oggi e domani, per tutta la gamma di utenti che potrà viverla nella forma e modalità voluta. Visione che in primis "fomenti" non il conflitto ma la collaborazione nel pensare come rendere efficenti ed efficaci gli interventi per migliorare i propri spazi di vita quotidiuana urbana, di socialità e stile di vita. Penso a tutte le manifestazioni contro il cosi detto grande fratello avvenute nella mia città,ossia telecamere collocate lungo la città e i soldi spesi per decolorare gli obiettivi spesso oscurati. E mi chiedo: che differenza farebbe se lo facessero degli acquiloni o delle telecamere della P.A. se entrambi potrebbero fungere da nuova fonte di raccolta dati? Forse Rio è più avantaggiata delle nostre città per la pianificazione smart? Quanto ancora l'ideologia insità nell'individualismo civico (e la miopia che esso genera) potrà fermare la Smart Vision nei Paesi del sistema Mediterraneo?