Editoriale

La strategia dell'ignoranza

Qualche tempo fa mi hanno invitato, cosa che mi succede di rado, in uno di quei consèssi così esclusivi che già solo varcarne la soglia è segno di grande prestigio. Si parlava, in un numero abbastanza ristretto ed estremamente qualificato di personalità, della mission impossible di migliorare radicalmente le performance dell'amministrazione pubblica perché non costituisca il vero spread di efficienza del Paese. Per ragioni di riservatezza non vi citerò chi c'era, ma vi assicuro che era il gotha della politica e del sapere amministrativo italiano.

Dopo dieci interventi, di grande profondità e valore, che parlavano tutti della necessità di radicali riorganizzazioni sia istituzionali sia di processi e di come razionalizzare le risorse con una non più procrastinabile revisione della spesa, nessuno ancora aveva nominato la digitalizzazione né come obiettivo, né come mezzo.

Mentre ascoltavo in silenzio mi chiedevo a cosa fosse dovuta questa omissione così evidente, questa sottovalutazione di una delle principali innovazioni, forse l'unica che può effettivamente cambiar faccia alla PA. Alla fine mi sono dovuto arrendere all'evidenza: dipendeva dall'ignoranza. Buona parte della crema della nostra classe dirigente, sia politica, sia amministrativa, sia scientifica (ovviamente seguaci dell'unica scienza che ha accesso ai vertici della PA, ossia quella giuridica) non possiede né il sapere tecnico né le basi teoriche, direi filosofiche ed epistemologiche essenziali per capire cosa vuol dire digitalizzare una grande organizzazione e quali risultati rivoluzionari questo può portare. Non sto parlando di saper usare il computer o di saper mandare email, ma di avere quella cultura di fondo necessaria per saper immaginare un futuro possibile, sulla base della più avanzata tecnologia esistente.

Mio padre era chimico, un tecnico quindi anche se con una cultura umanistica di prim'ordine, e si lamentava con me ragazzo che in Italia uno che non sa chi sia Kierkegaard è trattato come un ignorante, uno che non sa che cosa sia un neutrone semplicemente non è un tecnico. Sono passati cinquant'anni, probabilmente gli esempi non sono più validi, ma il gap tra sapere tecnico e sapere "alto" resta immutato, anzi aggravato da un blocco del ricambio generazionale nei posti di potere che è più idiota e autolesionista che scandaloso. Così accade che chi deve decidere si trova semplicemente a non capire il mondo che lo circonda perché, come dice Umberto Galimberti in "Psiche e Techne", noi continuiamo a pensare la tecnica come uno strumento a nostra disposizione, mentre la tecnica è diventata l’ambiente che ci circonda e ci costituisce .

Che succede quando questa "ignoranza" prende possesso del vertice amministrativo e politico delle amministrazioni? Se volete una buona risposta vi rimando all'ormai “celeberrimo” intervento di Luca Attias al FORUM PA di quest'anno, che ha dato luogo al più bel blog spontaneo della nostra PA, in cui ci spiega come imperatori e feudatari della PA, nuovi untouchables, rendano per insipienza e paura di fatto impossibile la PA digitale. Sottoscrivo tutto, io però qui vorrei mettere l'accento su un altro aspetto: la nostra classe dirigente è così (non c'è bisogno di sottolineare che le eccezioni ci sono eccome, ma credo di non essere lontano dal vero se dico che questa ignoranza è appannaggio di oltre l'80% della nostra dirigenza apicale) perché, visto come la scegliamo e come la trattiamo, non potrebbe essere diversa.

Provo ad elencare sette vizi capitali e, per una volta, non ci metto la scelta clientelare della dirigenza apicale, ma anzi voglio convincervi, in uno sforzo dimostrativo, che il teorema, se non cambiano le situazioni di contesto, sarebbe valido anche se non si facessero senatori i cavalli.

Andiamo con l'elenco:

1. I concorsi per assumere i dirigenti pubblici sono rozzi e non aggiornati, non prevedono un esame vero dei curricoli, non presuppongono spesso altro sapere che non quello giuridico. Così chi non sappia esattamente la differenza tra un DPCM e un DPR è fuori gioco, ma chi non sa cosa sia un sistema informativo va avanti senza problemi. Non esistono poi reali e discriminanti esami attitudinali e motivazionali e i periodi di prova sono delle solenni prese in giro. Alla fine vanno bene tutti. Con questo sistema io, che faccio l'imprenditore da una vita, non assumerei neanche un manovale, figuriamoci un dirigente che ha e avrà sempre più responsabilità di cose e di persone.

2. Una volta che l'abbiamo comunque assunto non prevediamo nessuna formazione continua on the job (parlo di accompagnamento, non di qualche corso di addestramento sull'ultima novità legislativa), né alcuna forma di tutoraggio o di coaching che possa sostenerlo.

3. Conseguentemente, checché dicano le leggi, non lo valutiamo, a meno che non mi convinciate che questa esternalizzazione barzelletta della valutazione tramite OIV, su obiettivi che il soggetto si scrive in generale da solo, possa sostituire la responsabile, attenta, onesta e accurata valutazione del proprio capo che osserva tutti i giorni operato, stile di management e risultati e si prende la responsabilità di dire se va bene o non va bene e, se non va bene, sa indicare dove è come rafforzarsi, o sa serenamente accompagnare alla porta chi proprio a fare il dirigente non è portato.

4. Mancando la valutazione, manca l'analisi del merito e quindi non riusciamo a scoprire talenti neanche quando ci sono. E nella PA ci sono, ma sono nascosti, non sono incentivati ad emergere.

5. E questo è possibile perché la catena delle responsabilità è spesso confusa, intermittente, spezzata e annegata in una quantità abnorme di attribuzioni, spesso anche contrastanti. Staff e line sono intrecciate e un capo non sa mai se può decidere davvero, o se è più prudente chiedere prima una informale autorizzazione a qualche staff del politico di turno.

6. Inoltre i nostri dirigenti non si muovono: spesso conoscono solo l'amministrazione dove sono e che li ha presi in ostaggio appena assunti e li rilascerà alla pensione. Io non assumerei mai in un posto di responsabilità chi non avesse un'esperienza composita e variegata. L'amministrazione pubblica non se lo chiede neanche.

7. Infine i soldi: non sono pagati affatto male i nostri dirigenti, ma la grande differenza retributiva (specie per tutta la parte accessoria) che ancora esiste nei vari comparti provoca pochi contenti e moltissimi scontenti. I privilegiati (nello Stato pensiamo alla Presidenza del Consiglio tanto per non far nomi) restano abbarbicati ai propri privilegi e certamente si opporranno con tutte le forze a qualsiasi mobilità (guardiamo la triste storia dell'Agenzia per l'Italia Digitale che non riesce a portarsi dentro gli ex dipendenti della Presidenza). Inoltre non c'è alcun nesso tra retribuzione e competenza o formazione in itinere e quindi nessun incentivo, se non morale, a crescer professionalmente.

Con questi sette vizi capitali sulle spalle possiamo sperare in una dirigenza che capisca l'innovazione se non in alcuni casi episodici (e a volte quasi eroici)?
Non credo e così spesse volte, invece di una strategia di lungo periodo che sia basata sulla conoscenza, abbiamo una strategia di piccolo cabotaggio fondata sull'ignoranza. Ma questo ci sta costando veramente troppo caro.

È una maledizione di Dio? Una piaga biblica? No, si tratta del risultato di scelte consociativo precise. Cambiare strada e subito è non solo doveroso, ma anche eticamente necessario per poter difendere credibilmente quel ruolo dello spazio pubblico e del "valore pubblico" di cui c'è sempre più bisogno. 

Your rating: Nessuno Average: 4.8 (125 votes)

Commenti

Matteo accattati Attias e Sismondi nella tua squadra

e fai veramente qualcosa di positivo per questo Paese in coma vegetativo da almeno un ventennio.

Ancora sui feudatari ...

Ho partecipato recentemente, insieme ad altri colleghi, ad un corso di formazione dove l'argomento principale è stata la dematerializzazione documentale e la digitalizzazione dei processi lavorativi.
Mi ritrovo appieno nel contenuto dell'articolo, perché, parlando con i colleghi, è emersa la validità della soluzione utilizzata e per la quale abbiamo svolto il corso, ma è altresì emersa la "depressione" nel constatare che, una volta tornati negli uffici, la quasi totalità si sarebbe trovata di fronte al "si è sempre fatto così e quindi non si cambia" di Attiasiana (perdonatemi il neologismo derivato dall'intervento di Attias all'ultimo Forum PA 2013) memoria che citava i cosidetti baroni o feudatari proprietari dei processi lavorativi, assolutamente contrari ad ogni innovazione digitale, nonostante SAPPIANO USARE WORD E ADDIRITTURA ACCESS !!!
Ho notato nei colleghi un vasto scoramento, forse mitigato solo dalla consapevolezza che un prossimo turn-over generazionale della classe dirigente potrebbe accelerare (non risolvere ...) il gap che si separa dai Paesi maggiormente digitalizzati. I "nuovi proprietari" dei processi non saranno ancora i "digital natives", ma certamente saranno più propensi a modificare i processi di propria competenza (indipendentemente dalla tecnologia utilizzata), nella consapevolezza che la digitalizzazione è una delle soluzioni necessarie per smuovere il nostro Paese dalla melma burocratica che blocca, anzi affonda ...,ogni tentativo di reale iniziativa di modernizzazione.

Accordo CORTE DEI CONTI e CNEL

Dal punto di vista simbolico, manageriale, culturale, informatico, economico eccetera eccetera l'accordo di cui all'oggetto è importantissimo per il nostro Paese. Questa esperienza va divulgata e replicata il più possibile.
Degli "ignoranti" non l'avrebbero mai sottoscritta.

E' vero ! La gelosia nelle

E' vero ! La gelosia nelle proprie infrastrutture e nei propri dati ha bloccato innovazioni simili a quelle fatte dalla Corte e dal CNEL. Per fortuna che si è iniziato a guardare la prateria che abbiamo davanti e non il piccolo orticello di casa ... Complimenti !

Best practice

Speriamo veramente che questa volta qualcuno segua la best prectice. Eliminare le ridondanze infrastrutturali del Paese è un passo fondamentale per riportare ad unità le applicazioni e i servizi. Sembra che nessuno voglia rinunciare al proprio feudo personale, come ben rappresentato da Attias all'ultimo Forum PA. Ho seguito recentemente un intervento di un collaboratore del dott. Attias ad un convegno e ho veramente l'impressione che quello della Corte dei conti sia il modello che tutti dovrebbero seguire. Mi piacerebbe in ogni caso saperne di più, forse per il tramite del Forum PA

Domanda al dott. Sismondi

Ma che senso ha che la Corte dei conti sia un gioiello informatico e tutto il resto un mezzo disastro ? perchè non sfruttiamo le capacità informatiche di questo ente per risolvere i problemi di tutti ? Perchè non prendiamo Attias e alcuni dei suoi e gli diamo obiettivi più ambiziosi ?

La carriera in PA

Se non era per il Forum PA nessuno si sarebbe mai accorto di una persona in gamba come l'in. Attias. Nelle Amministrazioni è pieno di persone così ma non sono loro a far carriera. La carriera si fa per via politica e sindacale e dedicando la maggior parte del proprio tempo a fare carriera invece che a lavorare.Mi ricordo l'ultima parte dell'intevento al Forum PA di due anni fa di Luca Attias che era incentrata proprio su questo problema, se non ricordo male la definiva una forma di corruzione nascosta e praticamente imbattibile-

codivido in pieno

Grazie per l'onestà intellettuale. Condivido in pieno. Utilizzerò questa sua lucida analisi e le sue proposte negli ambiti di cui mi occupo: e cioè la scuola ed all'interno dell'associazione Aicq (Associazione Italia per la Cultura della Qualità) a cui appartengo. Credo che il modo migliore di apprezzarla sia proprio far "gemmare" le sue considerazioni e contribuire a dare concretezza alle sue proposte. Ma come fa a mantenere nel tempo un ruolo così importante da esperto esterno con le sue idee e le sue proposte così controcorrente dettate dall'esperienza, dalla competenza ma, credo, soprattutto dal buon senso? Il "re nudo" o i tanti "re che lei denuda" perché non la bloccano? Caterina

Quando si organizzano tali

Quando si organizzano tali consessi, i partecipanti, soprattutto a livello politico, benchè personaggi di spicco con notevoli qualità professionali, dimenticano troppo in fretta o forse ignorano del tutto, che dietro loro c'è una filiera di politici e di conseguenza personale amministrativo (dirigenti, funzionari, etc.) cooptati con metodi risalenti a decine di anni fa. Cio' porta a vanificare le grandi iniziative, perdendo quanto di buono si propongono, in quanto sotto di loro non esiste il substrato professionale utile a far crescere tali iniziative.
Se le carriere fossero governate, come si propone l'editoriale da una verifica delle esperienze e delle conoscenze, forse si potrebbe sperare in un miglioramento, ma in Italia la resistenza al cambiamento è forte.

far uscire dall'anonimato le competenze

Bell'articolo.
Il grosso del problema è come aiutare le persone sensibili a questo tema presenti nella PA a uscire da questo sistema feudale, perché altrimenti senza incentivi "morali" la tendenza nel tempo è di uniformarsi.
Riporto un'esperienza personale della mia amministrazione del ricco nord ovest. Al rientro da un dottorato di ricerca conseguito con la legge Frattini sono stato adibito per mesi al protocollo delle lettere in arrivo pur essendo una categoria D. Questo "stallo" è durato finché il precario di turno che lavorava su un progetto interessante (gli acquisti ecologici, cosa che avrei potuto seguire tranquillamente con il mio background) è andata in tilt nella gestione di una richiesta di dati ad una quarantina di soggetti.
Il laureando ingegnere non era in grado di pensare ad un sistema informativo che andasse oltre la scheda excel, il funzionario suo responsabile non era conscio del problema, il dirigente aveva solo l'assillo del rispetto dei tempi con il committente.
Morale: il sottoscritto si è sobbarcato un lavoro di acquisizione del software (limesurvey), si è pagato uno spazio su server perché la struttura informatica si rifiutava di metterlo sui server, ha tradotto il questionario cartaceo per l'applicativo, ha condotto l'indagine da solo e a prodotto i risultati con complimenti da parte del committente.
L'anno dopo secondo voi come è andata? Il precario è stato assunto, il sottoscritto è andato a fare altro.
Proprio qualche giorno fa un altro dirigente mi chiede informazioni di base per un lavoro simile molto più rilevante per l'immagine dell'"azienda". Vedendo la composizione del gruppo di lavoro e subodorando l'impossibilità di farne parte con la giusta visibilità il mio spirito di servizio e di innovatore si è fermato a dare l'indirizzo internet dell'applicativo.

è vero. la digitalizzazione

è vero.
la digitalizzazione potrebbe far fare il salto di qualità alla P.A. ma, purtroppo, bisogna fare i conti con la situazione di fatto.
io lavoro nella scuola come dsga, ne ho girate diverse, mi sono anche preoccupato di realizzare qualche corso di informatica sempre per il personale delle scuole (sicurezza informatica, costruzione siti web) ma mi sono reso conto che il personale che ci lavora guarda con diffidenza (se non con ostilità) al cambiamento.
l'età media degli impiegati delle segreterie è compresa tra i 50 e i 60 anni e tra sette-dieci anni al massimo si porrà il problema del ricambio generazionale, a scuola come nella maggior parte delle pubbliche amministrazioni.
perchè il problema non è solo informatico, ma anche professionale: sicuramente occorre che il personale che dovrà essere assunto abbia le competenze informatiche necessarie, ma occorre anche che il nuovo personale venga assunto prima che i vecchi escano in massa dalla P.A.

Agli archeologi non chiedere cos'è un GIS

Qualche hanno fa ho integrato una commissione di esame in un concorso di Archeologo per la verifica delle conoscenze informatiche.
Prima dell'esame ho chiesto alla commissione se potevo inserire quesiti sulla conoscenza, l'uso e lo sviluppo degli strumenti GIS. Mi mi è stato risposto di no, di attenermi ai rudimenti (chiaramente tutti gli esaminati hanno dimostrato poi di averli), di fatto la commissione non ha consentito che le conoscenze informatiche specifiche (per gli archeologi oggi è indispensabile orientarsi con i sistemi data base-geografici) potessero incidere in qualche modo sulla valutazione finale (basata soprattutto su materie giuridico-amministrative).

Ignoranza nel settore statistico

Carlo Mochi Sismondi,
Direttore Forum P.A.
Caro Direttore,
l’ignoranza nella P.A. forse è più marcata nel settore delle Statistiche, che raccolte da non competenti diventano poi Statistiche Ufficiali. Il problema statistico, cioè delle statistiche ufficiali raccolte mediante risposte ai questionari dell’Istat, è trascinato nel tempo a cominciare dal 1930 con gli uffici di statistica ed è ri-partito nel 1989 da quando il decreto legislativo n. 322 – 1989 ha previsto nel Sistema Statistico Nazionale - SISTAN la costituzione degli uffici di statistica con il “può essere costituito” , ma senza prevedere chi avrebbe dovuto dirigerli .
Inoltre, una vecchia legge del 1930 che prevedeva il superamento dell’Esame per l’Abilitazione nelle Discipline Statistiche per dirigere gli uffici di statistica della P.A. è stata abolita dal ministro Calderoli ed ora si è in attesa che venga stabilito un Regolamento per il SISTAN (Rif. Decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179, art.3 - convertito con legge 17 dicembre 2012, n. 221). Campa cavallo !
Il settore statistico dovrebbe essere da sempre digitalizzato e professionalizzato, ma nessuno se ne cale.
Cordialmente
Carlo Tasciotti

Il filosofo digitale

Anche sulla base dell'editoriale odierno del dott. Sismondi, invito tutti a riflettere sulla slide del filosofo digitale dell'ing. Attias perchè la soluzione di tutto è racchiusa in quelle due frasi. Se si comprendesse il significato di quella slide risulterebbe ovvio che ad esempio il Presidente della Repubblica e il Presidente del Consiglio di questo Paese si occupassero seriamente di digitalizzazione, i progetti sulla carta diventerebbero realtà, il cloud non sarebbe solo un sogno e tante altre faccende si sistemerebbero con lo sblocco finalmente del deadlock.

Bell'intervento Carlo, con un

Bell'intervento Carlo, con un substrato di amarezza che traspare dalle tue righe e che fa da contraltare alla passione e competenza che metti sul tema e di cui sono stato diretto testimone.

Lo ripeto ogni giorno e in ogni occasione: siamo nel mezzo di una rivoluzione digitale epocale che sta cambiando il nostro modo di vivere, di comunicare, di relazionarci con gli altri, e anche di fare business: le telco, il retail, le banche e assicurazioni, i media, le start up, le piccole e medie imprese... non si scappa, è una onda che deve essere cavalcata, dobbiamo imparare a fare surf, anche nella PA.

Ma per fare surf ci vuole il fisico e la testa e allora penso che il punto nodale sia il ricambio generazionale, si deve trovare il modo di ringiovanire il management, gradualmente ma inesorabilmente: dobbiamo usare la Rete e gli strumenti software disponibili per fornire ai giovani e alle piccole imprese i servizi urgenti che chiedono ogni giorno.

Solo quando sentiremo parlare nella PA di digitale come leva per l'innovazione inteso come il DNA per lo sviluppo del nostro Paese potremo evitare di restituire in Europa i fondi non utilizzati (!), o di far fallire le aziende perchè la PA non paga (!) o di mandare un fax (!!!) per avvisare che sarebbe arrivato il ciclone...semplicemente follie.

E non dimentichiamoci che la rivoluzione digitale è l'unico modo per creare nuovi posti di lavoro, Gartner ne ha previsti 4,4 milioni nel mondo nei prossimi due anni sul tema Data Scientist e Big Data....

Intervento schietto,

Intervento schietto, coraggioso e profondo...oltre che scritto magistralmente. Da giovane professionista, mi rincuora anche semplicemente il fatto di sentire una persona molto più avanti di me nella carriera, e affermata, riconoscere la mancanza dei giovani in questo settore.

La strategia dell'ignoranza

Commenti lucidi, coraggiosi, competenti.
Sono una sua fan!!!!!!!!
Lavoro nella PA per scelta e lo ritengo un onore, un modo di servire la gente (come l'impegno in Politica). Le cose che scrive sono un incoraggiamento a non sentirmi "uno scherzo della natura".
Se posso aiutare, dare un contributo qualsiasi a cambiare le cose - aggiuntivo rispetto, ovviamente, al mio lavoro quotidiano - sono disponibile.
Buon lavoro
avv. Rosa Maria Benevento

Ma dove vogliamo andare ?

La proposta sui concorsi del dott. Sismondi è perfetta e speculare a quella fatta da Attias (insieme ad altre proposte di cui alcune assolutamente geniali) all'ultimo Forum PA. E' facilissima da attuare e consentirebbe di ottenere risultati straordinari in poco tempo. Ho maturato tuttavia la triste consapevolezza che non sarà mai attuata. Se però non riusciamo neppure a fare queste piccole innovazioni quale altra scelta ci può essere alternativa all'emigrazione ?

Sogni

Forse ci vorrebbe il dott. Sismondi Presidente della Repubblica e l'ing. Attias Presidente del Consiglio per potersi riprendere.

Digitalizzazione e utenti

Vorrei solo aggiungere un dettaglio sulla digitalizzazione. La ritengo assolutamente necessaria, ma vorrei anche fare un riferimento alla parte umanistica di questo editoriale. Ho sperimentato alcuni casi di digitalizzazione (all'estero, mica in Italia) che sono molto tecnicisti e poco attenti ai soggetti della digitalizzazione, i cittadini, in molti casi.
Credo che il cambio culturale che si deve proporre sia tecnico, ma anche user-centred. Qualunque nuova tecnologia va introdotta a partire dalle considerazioni su chi la usa. Lo so che questo introduce un secondo livello di difficoltá, ma se non si fa cosí la digitalizzazione diventa l'ennesima occasione per sprecare risorse e rendere la PA piú inaccessibile. D'altra parte nella mia esperienza non credo nemmeno che la digitalizzazione sia resa piú difficile dalla partecipazione degli utenti al processo di sviluppo dei nuovi sistemi, anzi la partecipazione dei cittadini é una garanzia della loro disponibilitá ad avvicinarsi alle nuove soluzioni

assolutamente vero. ma c'è un

assolutamente vero. ma c'è un altro aspetto (e forse un terzo livello di difficoltà) di cui tenere conto, di cui non sento parlare (forse troppo sottinteso), che è determinato dalla necessità di contestualizzare tutto il sistema nell'alveo delle garanzie proattive alla effettività dei diritti dei cittadini. Per questo ci vogliono le competenze giuridiche coniugate con la tecnologia: abbiano bisogno di efficienti uffici di garanzia per il funzionamento della buona amministrazione, che fungano da tutoraggio "integrale" per addetti ai lavori e per cittadini. In nessun caso si può fare a meno di una appropriata cultura giuridica e la tecnologia può effettivamente costituire l'ambiente in cui riuscire ad integrare competenze e controlli democratici, con l'obiettivo di prevenire o correggere le disfunzioni, prima ancora, o piuttosto, di sanzionarle. Ma ci vogliono tutori imparziali.

... e quindi concordo anche con il prof. Lisi

che non avevo ancora letto.

Commento

Carissimo,
sì carissimo dott. Sismondi,
se l'avessi davanti a me l'abbraccerei.

LEI SA! LEI CAPISCE!

dopo quasi 34 anni di p.a. con la passione dell'informatica che mi ha portato molti anni fa a prendere un secondo diploma di perito informatico e con un figlio ingegnere informatico dottorando in informatica ma soprattutto dopo aver combattuto battaglie inenarrabili contro l'ignoranza più crassa anti tecnologica posso solo darle ragione al 1000%.

Mentre l'ente locale dal quale provengo è molto informatizzato ora mi trovo in "prestito" presso un ufficio di Giudice di Pace e posso testimoniare che data l'età dei giudici è una mosca bianca quello che 74enne utilizza il pc e la posta elettronica mentre altri neanche lo sanno accendere, anzi continuano a sostenere di ritornare alla carta!?!
E vengono tenuti in enorme considerazione "lassù dove contano!"
E non parliamo dei bistrattati dipendenti dove 1 su 4 sanno destreggiarsi bene mentre gli altri sanno fare quel poco che gli serve e niente più. C'è già agitazione per la posta certificata...
Ad una collega che quasi si vantava di saper usare excel ho chiesto (cattivello...) se conosceva la funzione cerca.vert che non è cosa ufo, ovviamente non la conosceva.
Il programma di gestione dei procedimenti civili - ben fatto ma migliorabile) dopo 2-3 mesi sapevo utilizzarlo meglio cioè più completamente nelle varie funzioni di chi lo utilizzava da anni ottenendo soprattutto risparmio di tempo!
Si è investito meno del necessario in infrastrutture, software ed aggiornamento del personale.
Il personale non viene coinvolto minimamente nelle iniziative e processi di riorganizzazione, arriva tutto dall'alto e quindi c'è spesso rifiuto.
Ci sono dipendenti che non hanno voluto andare anche ai pochi corsi che sono stati fatti! Nel privato penso che sarebbero a casa ma a casa sarebbero per primi molti dirigenti.
Nella p.a. dalla quale provengo c'è invece la formazione obbligatoria, sicuramente c'è da migliorare ma ogni anno dobbiamo fare aggiornamento all'interno di una notevole offerta dove la parte informatica è molto ampia ed il resto è quasi tutto strettamente legato all'attività svolta realmente - per es.: la prossima settimana ne ho uno di 20 ore sugli aiuti di stato, argomento con il quale avrò a che fare quando rientro prossimamente alla mia p.a.
Ci sono mondi molto diversi ed ho la fortuna di aver cambiato vari ambienti ed aree di lavoro ma la sensazione è che manchi un disegno complessivo nazionale e che quindi molto sia demandato all'iniziativa dei singoli nelle varie aree per cui appunto una Regione o certi comuni sono molto avanzati mentre in altri ambienti si è quasi a carta penna e calamaio.
Scusate tutti lo sfogo ma a letto con l'influenza alla fine del decorso ho tempo di navigare e leggere con calma i post di questo splendido forum .
Cordiali saluti.
Luigi C.

Incompetenza scientifica della pubblica amministrazione

Vorrei aggiungere che oltre alla zavorra di una pubblica amministrazione priva alla radice di competenze scientifiche e tecniche dobbiamo considerare che in questo sistema assolutamente burocratizzato, dove vengono spese immense quantità di energia per processi internoi che non danno "profitto" alla società ma che sono dei processi di tipo parassitario, le riforme non possono essere varate con ritocchi, revisioni, infiorettature di leggi norme, circolari, e compagnia bella, esistenti. Le riforme vanno affrontati con l'accetta e , scusate la truculenza, con la motosega. Sono un ingegnere che la vora per una comune medio come ingegegnere progettista e non come amministrativo e ogni giorno devo lottare contro una sistematica agressione di carattere giuridico amministrativo che mi impedisce caprbiamente di operare nel pieno delle mie "vere" competenze e come me moltissimi altri. Da noi è pieno di tecnici laurati che fanno un lavoro amministrativo: è uno spettacolo deprimente vedere quello che potremmo fare e quello che facciamo. La burocrazia alimenta se stessa e la dirigenza, come già osservato, non fa eccezzione.
Questa mala pianta va orami tagliata con l'eccetta, non si puiò continuare a stratificare norme assurde su norme assurde i servizi tecnici delle pubbliche amministrazioni invece di fare il loro lavoro devono fare gli agenti delle imposte, delle procure, delle istituzioni finanziarie. Basta! Ognuno deve fare il proprio di lavoro! In Italia si delega a chi fa di più il lavoro di chi non sa farlo indipendentemnete dalle vere competenze.
Ma non abbiamo riferimenti: chi porta avanti un cambiamento così?

Strategia e ignoranza

Ho letto quanto ci comunica Carlo M. Sismondi. senza alcuna sorpresa, ma con un sottile sollievo. Dopo 30 anni nella PA ho pensato che non ci fossero rimedi. Avremo il coraggio di cambiare? Perchè di coraggio si tratta.
Avrei concreti esempi di buone e qualificate pratiche in materia di banche dati gestionali implementate in periferia con inequivocabili competenze e il supporto di istituzioni di ricerca di livello internazionale...
ma sono state "ignorate", se non snobbate, dalla dirigenza centrale che ci ha poi propinato programmi incapaci di gestire i nostri processi tecnico-amministrativi, peraltro derivanti dall'applicazione delle norme.
Solo ieri assistevo ai commenti disperati degli addetti all'ufficio amministrativo alle prese con un nuovo programma di "gestione " delle presenze, incapace di gestire in modo organico le banali assenze o uscite del personale e le diversificate motivazioni.
In fondo in fondo, però, non sono proprio ottimista.

da giurista concordo...

Caro Carlo,
ho letto il tuo intenso editoriale tutto d'un fiato e non posso che concordare con quanto scrivi. E concordo proprio da giurista che ha seguito nella sua Università corsi di diritto molto tradizionali e ancora oggi respira l'aria di un diritto polveroso e poco innovativo...che non sa più guardare lontano e insegna solo ad osservare consuetudini che non ci sono più.
Come sai bene, insegno diritto dell'informatica, con un approccio pratico, concreto, di chi è abituato a "sporcarsi le mani" e non a redigere pareri che non dicono nulla, ma portano solo ad osservare altezzosamente ciò che non è consentito fare. E ancora oggi mi ritrovo ad essere isolato, in un limbo del diritto poco conosciuto e riconosciuto, un diritto di serie B...consegnato nelle Università italiane a qualche filosofo del diritto in assenza di cattedra!
Questo è speculare - secondo me - al discorso che hai fatto.
Se ci sono questi sonnecchianti giuristi nelle PA è dovuto anche al fatto che il diritto che si insegna nelle nostre Università è spesso vecchio e inutile e non osserva la realtà dinamica, digitale, con tutti i piedi e le braccia poggiati sui nuovi binari dei social. E invece i giuristi dovrebbero essere proprio i custodi del cambiamento, gli abili osservatori di una realtà che sta mutandosi d'abito, per poterla disegnare in fattispecie astratte. I giuristi dovrebbero essere i veri visionari del cambiamento per poterlo regolamentare, anticipandolo nella lettura della prassi (seppur così nuova e mutevole come quella digitale).
Quindi condivido quanto scrivi...ma ti dico anche che di giuristi ci sarebbe anche e ancora bisogno nelle PA. Ma di giuristi diversi e innovativi.
a presto. Andrea

più che risposta, commento

Al di là dell'essere ovviamente d'accordo, mi chiedo: è possibile sapere perché questi "consessi" che riguardano la cosa pubblica sono sempre "riservati"? Perché in Italia vige la regola del "non faccio nomi"? Se io sono sicura di quello che dico, non ho problemi a fare nomi e cognomi. Vengano fuori i nomi e i cognomi di tutta questa massa di incompenti, altrimenti rimangono solo belle parole. Inutili. Come tutto quello che riguarda l'Italia e la sua politica recentemente. Un'inutile perdita di tempo.

risposta

Concordo e capisco, ma perdita di tempo non direi proprio!! E noto che chi chiede di fare i nomi a Mochi è 'anonima'!
Inoltre aggiungo che questo sistema è blindato e si oppone in tutti i modi alla digitalizzazione per il suo valore di trasparenza ... per il pericolo che rappresenta per poteri e poterùcoli!!! Per fortuna gli analisti avveduti cominciano a rendersi conto che l'ignoranza è una strategia: opporsi a peso morto e inficiare tutto digitalizzando con incompetenza, digitalizzando male, cercando di rendere il sistema astruso e inaccessibile, e creando anche disagi all'utenza in modo che questa sia ostile e reticente nei confronti dell'informatizzazione. Infatti digitalizzare la PA significa riprogettare tutto l'apparato ... come dice l'analisi svolta da THINK! Serve visione e strategia sottile e raffinata per neutralizzare tutto ciò e limitarne i danni! Forse Cottarelli lo sà!