Editoriale

Necrofilia amministrativa

Spesso il necrofilo[1] si riconosce da una mania fobica per la pulizia: lo vedi con lo straccetto imbevuto d’alcol che sterilizza dovunque si poggi. Non è una sana attenzione all’igiene, ma il terrore di qualsiasi contaminazione: difficilmente vi stringe la mano e, se lo fa, poi va di corsa a disinfettarsi. D’altronde in obitorio tutto è asettico.

Il necrofilo amministrativo, che di questa sindrome è un caso di specie interessante, si riconosce invece dalla costante paura della responsabilità e dal tentativo di sterilizzare qualsiasi scelta facendola diventare un adempimento obbligatorio, dettato da leggi eteronome, che svincoli il vertice amministrativo da qualsiasi contaminazione.

Il necrofilo amministrativo aborre, quindi, qualsiasi scelta soggettiva, qualsiasi attribuzione di valore che non derivi da un algoritmo, nella gestione delle persone preferisce gli avanzamenti automatici, alla scelta di chi promuovere basata sull’intuitu personae, si trova a proprio agio tra la ceralacca e i bizantinismi delle gare piuttosto che nell’impegno della valutazione, pulisce con cura qualsiasi atto amministrativo dall’impura presenza di un rischio.

Il necrofilo amministrativo vive bene tra i tagli lineari, con l’ossessione continua della spesa che vede sempre come un costo e mai come un investimento, odia pensare ai risultati e alla missione della sua amministrazione che percepisce come astorica e quindi svincolata dal tempo e dai bisogni; non sa immaginare modi per risolvere problemi reali, ma solo per portare avanti atti e pratiche, ampliando, se può e gliene si dà spazio, il corpus normativo che per lui non è mai troppo dettagliato, mai completamente esauriente. Non guarda fuori dal suo palazzo, considera proibito tutto quello che non è esplicitamente contemplato da qualche articolo di legge

Il necrofilo amministrativo pensa di vivere in un mondo sporco e malato, vede pericoli ovunque, il suo terrore maggiore è essere coinvolto: il suo campo d’azione parte dal guardarsi le spalle. Le sue leggi preferite sono la vecchia 626 sulla sicurezza con i suoi infiniti adempimenti, il codice della privacy con le sue firmette salvagente, la normativa anticorruzione e addendi vari, con i suoi infiniti piani e le sue dettagliate istruzioni per evitare qualsiasi scelta responsabile (che non vuol dire arbitraria, ma che è quella che dà tra l’altro un senso agli stipendi dei dirigenti che, se non possono più scegliere nulla perché tutto è normato, o si suicidano o accettano di mangiare pane a ufo).

Ha del tutto torto? Non esiste forse uno stato di corruzione tale da dargli ragione? La finanza pubblica non ci chiede risparmi “ad ogni costo”? Non siamo tutti così indignati da accettare di rinunciare alla responsabilità in cambio di un po’ di pulizia? Non chiede questo il paese profondo, la pancia della gente che non ce la fa ad arrivare a fine mese e vede il consigliere regionale che mette in conto al contribuente le sue cene di lusso, ma anche le sue caramelle? 

Sì. Io credo che abbia torto sia nel metodo sia nella sostanza. 

Nel metodo: perché come le grandi società di auditing non hanno visto le più evidenti truffe finanziarie, come le mille leggi non hanno diminuito la corruzione, così il deprimere la responsabilità e l’autonomia può alla lunga solo peggiorare il male, non curarlo alla radice. Perché l’unica cura nasce da dentro le coscienze, nella libertà, nella speranza, nell’educazione.
Nella sostanza perché con l’ossessione a “non spendere”, cosa del tutto diversa dalla cura (sottolineo la parola “cura”) a spendere bene, e con la bulimia normativa [ve la ricordate la parabola del cotechino?] ottiene esattamente quello che un necrofilo vuole: uccidere l’amministrazione, trasformarla in cosa inanimata, rendendo impossibile la soluzione dei problemi reali, impedendo una riflessione coraggiosa sulla stessa geografia delle istituzioni e delle organizzazioni che si rifaccia sempre ai perché politici, alla costruzione del valore pubblico, alla crescita del capitale sociale e del benessere equo e sostenibile.

Certo la mia descrizione è paradossale e volutamente stereotipica, ma ne conosco parecchi, e potrei dare molti nomi e cognomi a questi necrofili.

Noi non abbiamo bisogno di necrofili, ma di biofili nella nostra amministrazione come nella nostra politica. Di biofili che aprano porte e finestre e facciano entrare insieme all’aria pulita anche la cultura della scelta e della responsabilità, l’orgoglio di fare del proprio meglio anche con un po’ di fantasia e di creatività, il gusto del rischio a costo di perdere un po’ di sicurezza, l’attenzione alla stella polare che è costituita sempre dai bisogni che dobbiamo soddisfare e dalla capacità del government di “abilitare capabilities” per dirla con Amartya Sen, o più semplicemente di mettere in grado cittadini e imprese di “funzionare”, ossia di raggiungere meglio i fini che essi si sono prefissi.

Il biofilo non è uno sprecone né un fan del “partito della spesa”, ma sa che per ogni soldo che riceve dal contribuente deve restituire valore e quindi si attrezza e non accetterà mai di avere, come purtroppo abbiamo, una macchina tutto sommato relativamente costosa, ferma perché non abbiamo i soldi per la benzina. Una metafora che ahimè diventa spesso vera in senso letterale, basti pensare alle macchine ferme delle forze dell’ordine o alla proibizione sostanziale di spostarsi che stanno subendo i lavoratori pubblici che, nel delirio dell’impedire sprechi, sono murati nei loro uffici come dentro castelli medievali.

Di biofili ce ne sono numerosi, ne conosco tanti nella nostra PA, ma sono in clandestinità, rappresentano una cultura subalterna. Forza ragazzi, forziamo la porta, diciamo ad alta voce che non ne possiamo più e proviamo a cambiare il senso della nostra marcia.

 


[1] In questo articolo indico con la parola necrofilia non certo la perversione sessuale, ma, secondo le indicazioni di Fromm ne “la psicanalisi dell’amore”, l’istinto di morte che uccide la voglia di vivere.

 

 

 

 

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Commenti

procedure verso risultati

Veramente una splendida analisi della dicotomia esistente all'interno della PA fra chi guarda le "procedure" e chi invece i "risultati". I rapporti di forze sono a favore (ahime') dei primi.
Questo forte invito a scendere in campo, e il vedere che non sono solo, mi rincuora che allora un altro "mondo pubblico italiano" e' possibile. O meglio: sara' possibile, perche' la strada e' lunga e le opposizioni sono/saranno durissime.
D'altra parte credo che se l'Italia non cambia radicalmente (e il cambio della PA e' essenziale a questo cambiamento) non potra' resistere allo tsunami costituito da quei paesi che di "risultati" (e cioe' prodotti & servizi) ne immettono in questo mondo a ritmi assolutamente incredibili.
La velocita' del cambiamento conta quindi. Noi biofili dobbiamo sbrigarci ed operare per azioni efficaci perche' senno' saremo solo ricordati come un ennesimo circolo di "illuminati" che avevano visto (inutilmente) cosa "si sarebbe dovuto fare".
Io sono pronto e disponibile.

Un Paese per i corrotti e i necrofili

La normativa italiana è perfetta per i necrofili. Se vuoi lavorare devi per forza infrangerla e quindi in qualche modo rischiare. In questo contesto sguazzano quindi i corrotti e proprio i necrofili.

articolo Carlo Mochi Sismondi

Analisi ineccepibile che mi trova perfettamente daccordo. Bravissimo!!!

Poveri noi che mettiamo l'anima in quello che facciamo...

necrofilia amministrativa

Sono perfettamente d'accordo. I dirigenti sono gli esecutori della volontà politica di chi li nomina e si dimenticano (?) che lo stipendio che ricevono, è un indennizzo per le responsabilità in merito alle decisioni che devono adottare.
E fino a quando non ci sarà maggiore libertà di licenziamento nella pubblica amministrazione, dai dirigenti in giù, non ci sono speranze di fare uscire dalla clandestinità i biofili. A meno che non creiamo qualcosa di concreto, che vada al di là dei forum.....

Tutto condivisibile ma

ma qualcuno lo sa che in tutti i centinaia di corsi che si fanno sull'anticorruzione, sulla trasparenza e sulla contrattualistica INSEGNANO AD ESSERE NECROFILI ?!
I miei personali complimenti al dott. Sismondi che come Attias è nato nel Paese sbagliato.

necrofilia amministrativa

Egr. Dr. Mochi Sismondi
il suo articolo mi ha dato un briciolo di conforto in una mattina che come tante altre cerco di affrontare il mio lavoro con la prospettiva di essere utile ad una amministrazione che, diversamente, non vuole biofili come me. Vivo esattamente ciò che ha descritto e a volte mi domando se sono io ad essere diversa perchè credo nel cambiamento, nella creatività, nella soggettività del lavoro, nella missione cui tutti noi pubblici dipendenti siamo chiamati, cioè essere al servizio del cittadino "della Nazione", e non dei carrieristi e al servizio del potere. E' vero, così si vive male perchè essere biofili equivale ad essere emarginati, etichettati rompiscatole e forieri di scocciature perchè vai a intaccare quegli equilibri a dir poco borbonici che regolano il mondo pubblico.
E' una questione di etica e occorrebbe formare (o "riformare") i pubblici dipendenti a partire dai dirigenti. Non servono leggi nuove nè innovazione tecnologica, abbiamo tutto, anche di più. Serve un pò di sano rigore che parte dall'alto. Come si è detto al convegno del 13 scorso sul digital government, dobbiamo trovare il modo di fare, e ciò ricade non sulla politica ma sull'apparato burocratico, quello che Weber considerava il vero potere reale.
Se non c'è controllo, se non ci sono conseguenze per chi continua sfacciatamente ad agire indisturbato - "tanto non paga nessuno" "non è un mio problema" - se non c'è rigore vero (e la norma sull'anticorruzione e sulla trasparenza si è dimostrata una farsa, una norma tra le norme che comporta adempimenti formali e basta, tanto non verrà mai attuata...) tutto questo non serve a niente. E l'Italia continuerà a perdere rispetto e competitività, altro che Europa 2020, e forse anche quel mondo di biofili che si sentiranno definitivamente persi.

ottima analisi

Anche io mi considero un biofilo, una sorta di alieno.

ottima la similitudine e

ottima la similitudine e buona la sollecitazione "Forza ragazzi, forziamo la porta, diciamo ad alta voce che non ne possiamo più e proviamo a cambiare il senso della nostra marcia." che condivido, ma l'ottusità dovremo poter fare a meno dei politici che purtroppo condividono l'interesse per il particolare (proprio) piuttosto che quello per il bene comune.

'Chissà se ci si riuscirà mai ...'

E questa è già la frase sbagliata. Invece che 'noi', vale a dire nessuno, ci vogliono nomi e cognomi, entità, compiti. Il Parlamento: poti, integri, coordini, il ginepraio di leggi e controleggi che ha accumulato negli anni (io darei ai parlamentari emolumenti proporzionali al numero di leggi potate). Il dirigente: risponda dei risultati, nell'ossequio delle poche leggi rimaste, venendo valutato dai fruitori -anche interni- del servizio che il suo comparto fornisce. Se il servizio migliora venga premiato con riconoscimenti economici che lui sia libero di riassegnare, in tutto o in parte, ai suoi dipendenti. Se il servizio peggiora venga sostituito dal suo dirigente, pena il rischio, perdurando l'inefficienza, che quello sia sostituito a sua volta. Sono convinto che questa ricetta apparirà indigesta a tutti coloro che occupano una posizione perché 'predestinati'. Dovrebbero cominciare a svolgere un lavoro! Inaudito.

Necrofilia amministrativa

Condivido pienamente lo stimolante articolo del dott. Mochi Sismondi. Oltre che dalla situazione globale (mancanza di investimenti, depauperamento costante delle risorse....) siamo paralizzati dai necrofili, a tutti i livelli. Purtroppo è diffusa la paura della responsabilità e del "fare", anche rispetto a questioni limitate, accompagnata a scarsa considerazione per il bene pubblico.
Quando cominceremo a cambiare?

La necrofilia amministrativa

È il risultato di procedere per automatismi su tutto e in particolare sulle carriere.
È una diretta conseguenza della mancanza della valorizzazione (leggasi carriera) del merito (
valorizzazione che implica coscienza) e di chi fa.
Siamo sempre lì, è inutile girarci intorno.

Bella considerazione.

Bella considerazione. Aggiungo solo come ultimo esempio di mix tra populismo e assenza di responsabilità quello dei revisori dei conti estratti a sorte. Tra un po' sorteggeremo i dirigenti, i politici, ogni decisione. Con la mania dell'oggettività, della trasparenza e della paura della contaminazione teniamo lontana la vita (non risolviamo mai nessun problema). Leadership significa assumersi la responsabilità di scegliere e decidere. Affidarsi al bussolotto e alla dea bendata è il sintomo piu eclatante di un paese con una classe dirigente alla frutta. Guardate i dati sulla sfiducia del rapporto ocse (Government at a glance 2013). Fanno impressione. Pensare di recuperare fiducia rinunciando a decidere è veramente l'ultima perla di una collana infinita di idiozie.

per un nuovo Umanesimo nella Pubblica Amministrazione

Dott. Sismondi, sante parole!
In vent'anni di pubblica amministrazione ne ho visto tanti di necrofili, tutti ammalati di quella patologia burocratica, di cui parla Paolo Quaglino (2012), o privi di qualsiasi peaple strategy, come la definisce Valotti (2009), cioè di una vision della pubblcia amminsitrazione.
Aggiungo. Senza la capacità di leggere e comprendere l’organizzazione pubblica come sistema, con le sue dinamiche organizzative del tutto peculiari, non si genererà - mi permetta di fare una riflessione allargata - una nuova cultura antinecrofila, che abbia vigore perché frutto di processi inclusivi, ed espressione di valori messi in campo guardando alle persone. Solo se guardiamo l'altro negli occhi possiamo assumere le nostre responsabilità ed essere capaci di dare le risposte che l'altro si attende. Allora, se il senso della pubblica amministrazione è fornire un servizio per le persone, essa deve saper produrre anche al suo interno valore per le persone, per gli stessi lavor-attori. Cosa che è venuta meno a fronte di repentini cambiamenti di rotta e di tagli lineari, come sottolinea anche lei, che hanno depauperato il senso e il valore delle res publicae senza produrre quel cambiamento sperato all'inizio degli Anni '90.
Ciò impone conseguentemente di invertire la marcia e spendersi di più per trovare nuovi significati ai cambiamenti richiesti, avvalendosi oggi di nuovi approcci formativi, o meglio di apprendimento, che stimolino in ciascuno di noi la voglia di sentirsi protagonista e in cui ciascuno possa responsabilizzarsi cogliendo gli effetti del proprio operato sulla collettività (Lizza, 2011).
Sono questi sentimenti che influenzano la qualità del servizio finale. L'uomo lavora meglio quando sente che ciò che fa ha un senso, e soprattutto quando si sente parte di quel senso. Sono questi elementi che contribuiscono attivamente ad autoregolare quel fenomeno perverso, ma così tipico negli enti pubblici - anche i migliori e più efficienti non si sottraggono -, per il quale le componenti delle organizzazioni pubbliche tendono a perseguire obiettivi diversi nell’erogazione del servizio da quelli per i quali sono stati assunti.
Non è un caso la pur recente polemica contro i fannulloni pubblici, polemica sollevata quindi anni dopo l’uscita delle riforme Bassanini che però ha sortito il contro effetto di aprire qualche volta la strade a speculazioni verso l'erogazione dei servizi pubblici o nel migliore delle ipotesi a generare escalation nella società. Forse sarebbe meglio mettere in campo nuovi strumenti gestionali alla luce di una “rinascita dell’uomo”? Anche questo lo afferma Giovanni Valotti (2009). Serve davvero guardare all’uomo, alla sua dignità che trova anche voce nella realizzazione di sé al lavoro. Solo così si potrà risvegliare l’orgoglio e la motivazione, quella effettivamente duratura e che non vanifica gli interventi formativi realizzati a spot, anche in chi lavora nella pubblica amministrazione e che ha un impetto effettivo sul commitment (Alvesson - Berg, 1993).
E la strada non può allora passare che per un efficace sviluppo delle competenze e del merito senza il quale c’è solo estraneità, disaffezione, demotivazione del capitale umano (Bodega-Scaratti, 2013) che è il tessuto vitale (biofilia dunque). Solo che le competenze da mettere in campo non devono essere solo quelle relative al mero esercizio di capacità tecnico-razionale, economico o tecnico, che tento vanno di moda oggi. Ma devono trirovar spazio anche competenze e abilità relazionali e comportamentali (Caretta - Civelli,2004, pag. 87), quelle appunto proprie di una nuova epoca umanistica.
Le indicazioni raccolte facendo formazione negli enti pubblici suggeriscono la necessità di ricorrere a nuove logiche di gestione del personale, più sofisticate e innovative, che includano anche la diffusione di nuovi saperi e che prevedano l’utilizzo di veri strumenti di affiancamento a personale, servizi di counseling e di colloqui di orientamento professionale, capaci di mettere le persone al centro, di dare loro voce e riconoscimento. Solo così si riuscirà a fare di più con meno, frase che è divenuto uno slogan in tempi di oculata gestione delle risorse, e dunque si potrà sviluppare, perseverare e “manutenere” le risorse umane, il capitale dell’azienda, quel quid che, se opportunamente motivato e valorizzato, può fare davvero la differenza e il cambiamento. Quello che il Paese sta chiedendo alle pubbliche amministrazioni.
Ciò permetterebbe al sistema PA di scagliare la propria freccia, per indicare una direzione, un ponte tra il qui e il futuro (Polster, 1987) e, dunque, di autogenerarsi. E’ questo che si osserva invece mancare frequentemente a chi lavora nel pubblico impiego: la mancanza di una chiara direzione, di un progetto da realizzare in cui si è inclusi, che sia percepito, sentito, vissuto come tale dal singolo, e che faccia sognare, che scaldi il cuore e risvegli l’orgoglio (Valotti, 2009). L’inefficienza della pubblica amministrazione è stata quasi sempre fatta derivare da problemi di natura organizzativa e di cattivo impiego delle risorse umane. Ciò è parzialmente vero. Si è cercato allora di far ricorso ad alcune leve motivazionali quale l’incentivazione economica collegata al risultato conseguito. Ma ciò non produce ancora gli effetti sperati in termini di affiliazione e appartenenza, soprattutto in tempi di concentrazione di risorse e di mutevolezza degli scenari esterni. Altri aspetti motivazionali, in primo luogo, la qualità del livello emotivo e dello sviluppo delle competenze personali, giocano un ruolo decisivo e, per certi versi, ancora segreto. L’efficacia passa attraverso il significato sociale e personale dato da ciascun lavoratore agli obiettivi fissati collettivamente, facendo sentire l’individuo parte attiva di una comunità, vista per le sue qualità e per il suo peculiare apporto.
Serve certamente continuare ad investire sulla strada della flessibilità e dello sviluppo di problem solving, della proattività e dell'etica della responsabilità. Ma queste competenze trovano terreno fertile su cui attecchire solamente se accompagnate ad altre competenze, lo sviluppo della capacità in ogni ente, amministrazione pubblica - in continuo divenire oramai “sorprendentemente” anche dentro contesti organizzativi pubblici una volta considerati stabili di dare significato agli eventi. Per fare questo occorre mettere in campo leve, capacità e strumenti nuovi capaci di incrinare quella scorza di individualismo spinto che chiude, crepuscolarmente quasi, ogni possibilità di aprirsi ad una vision sociale e collettiva. Serve ancora un volta ripensare la formazione in azienda, evitando di seguire le mode contingenti, veri e propri specchietti per allodole, per iniziare a sviluppare percorsi confezionati su misura soprattutto sulle necessità delle persone. Anche la motivazione ad apprendere risulta dall’incrocio di diversi fattori tra cui la presenza del piacere (Wlodowski, 2009).
Da questa angolazione non si può allora non concordare anche con la nuova prospettiva data alla parola competenze (Civelli-Manara, 2002). Non più variabile tesa a significare solamente le attribuzioni di una data funzione/ruolo, di un determinato ufficio ma allargata a considerare la storia personale e professionale effettivamente espressa, capace di includere i comportamenti organizzativi che differenziano conoscenze (sapere), capacità (saper fare) e qualità (saper essere e, soprattutto in tempi di forti accelerazioni, saper divenire).
In tale contesto poi i processi formativi tanto più non possono limitarsi ai modelli tradizionali, basati sulla trasmissione unidirezionale di contenuti -sottolineano ancora Civelli e Manara - ma devono essere pensati per favorire significazione di quanto i lavoratori fanno quotidianamente nell’attività e nella realtà di tutti i giorni (oltre che di quanto, a livello emotivo, comportano gli step del processo di integrazione, con le conseguenti azioni di ottimizzazione delle risorse, di razionalizzazione dei processi di lavoro). Tutti eventi che provocano un impatto sui processi cognitivi ed affettivi delle persone-che-lavorano.
Serve insomma riportare le Aziende Pubbliche a un nuovo Umanesimo, non fondato sul particulare, inteso come interesse particolaristico individuale, bensì sulla “personalizzazione” dei bisogni, necessità, aspirazioni e aspettative dell’Uomo-che-lavora. Gioverebbero in tal senso allora anche la realizzazione di azioni mirate alla scoperta di un archetipo comune (Pearson, 1990).
L’augurio e la direzione è, in ogni caso, che si possa facilitare il processo di dare significato al lavoro, agli eventi dirompenti che succedono nelle organizzazioni al fine di indicare un viaggio comune e, soprattutto, condiviso. Solo questa sembra la strada per far fronte alle sfide che il mercato comporta oggi, con i suoi processi di merger and acquisition, di fusione e incorporazione (il caso INPS -INPDAP è illuminante al riguardo anche per le dimensioni del fenomeno). Solo la ricerca di senso può rinnovare dal profondo il servizio pubblico, ottimizzando le risorse e creando valore aggiunto per la collettività. I tempi sembrano maturi, come rivelano le storie narrate.
Serve, insomma, ricreare un ponte tra le persone con le loro fragilità, e le organizzazioni pubbliche, così orientate alla standardizzazione, massimizzazione, razionalizzazione, reingegnerizzazione. Sul fronte esterno con un’oculata gestione Citizen oriented e con capacità comunicative nuove, che si avvalgano anche di strumenti tecnologici avanzati. Sul fronte interno mediante un approccio per competenze e un’attività formativa generativa di significati condivisi e di rinnovati, volti a reinterpretare il valore del lavoro.
Pare questa la strada per sviluppare nuovamente un grande progetto di amministrazione pubblica capace di appassionare le nuove generazioni, per riscoprire il gusto del lavoro e allevare nuovi talenti, (Valotti, 2009) portando la passione, unica nota motivatrice ed autorigenerante, all’interno del servizio pubblico.
Pare questa strada, allora, una buona via da percorrere per contrastare fenomeni persistenti di necrofilia amministrativa
e di patologia burocratica?

Chissà se potranno mai prevalere i "biofili"...

In 37 anni di lavoro nella PA, di cui gli ultimi 22 come dirigente, di necrofili ne ho visti veramente tanti, sia nellEnte in cui lavoro, sia tra i colleghi di altre amministrazioni. E, ad un anno dalla pensione, è con grande rammarico che guardo l'insieme delle cose.
La situazione è veramente come viene dipinta da Mochi Sismondi. C'è chi non riesce a fare le cose con un minimo di fantasia, ma forse perché quotidianamente non si trova a dover risolvere i più svariati problemi contingenti degli utenti (che nel mio caso sono prevalentemente imprese), che se non ricevono un servizio adeguato ed immediato rischiano anche di subire gravi perdite economiche. E ciò va fatto con un po' di sano pragmatismo, che sembra completamente sparito dalle norme vigenti, per cui, a volte, per dare il servizio ci si deve arrangiare come si può, inventando soluzioni magari non del tutto ortodosse, ma che raggiungono lo scopo.
Dopo i miei primi anni di lavoro passati con dirigenti che posso tranquillamente definire "biofili" ed innovatori, da anni mi trovo a confrontarmi e scontrarmi con chi, nella gestione, vede come punto focale il minuto di ritardo (minuto che poi viene anche recuperato), mentre, per quanto mi riguarda, la priorità è quanto è stato prodotto in servizi a fine giornata e quanto, in conseguenza, ci siamo resi utili a chi, pagando le tasse, ci paga lo stipendio.
E, anche sulle valutazioni, ancorché indispensabili, c'è da stare molto attenti. C'è, infatti, chi vede la valutazione come una giusta differenziazione tra situazioni certamente non uguali, e chi, invece, la utilizza come strumento punitivo che diventa estremamente demotivante. Il che, ovviamente, anziché creare una squadra affiatata e ben organizzata che produce risultati volti a realizzare mission dell'Ente, crea solo scontento e improduttività. Se quindi è necessario valutare, c'è sempre da utilizzare il giusto equilibrio e il necessario buon senso, troppo spesso dimenticato.
L'equità e la correttezza è ciò che si aspettano da noi dirigenti sia i dipendenti sia gli utenti.
Indubbiamente i luoghi comuni degli ultimi anni sui pubblici dipendenti hanno notevolmente contribuito a creare un clima di lavoro privo di speranza e con scarse soddisfazioni. Le recenti leggi sulla trasparenza, sull'anti-corruzione, ecc., non hanno di sicuro risolto alcun problema. Hanno solo creato ulteriore lavoro, mentre chi corrotto era, corrotto resta. Le leggi penali sulla corruzione ci sono sempre state e il fenomeno non è certo recente (qualcuno ricorda le "Verrine" di Cicerone nel processo contro Verre di circa 2.050 anni fa?). Senza inventarsi atre complicatissime norme, bastava applicare quelle che c'erano, senza un'inutile e dannosa demagogia.
Si potrebbero fare tante altre considerazioni sui dipendenti pubblici tristemente bloccati tra le mura dei loro uffici, sui tagli lineari che fanno più danni che risparmi, ecc. ma credo che sia stato detto tutto.
Mi si permetta però un'ultima considerazione: io la nota con la precisazione non l'avrei messa, perché nei "necrofili" della Pubblica Amministrazione, un fondo di perversione sicuramente c'è.

Io, che sono una biofila

Io, che sono una biofila ghettizzata da anni, condivido in pieno. Non mi sottometterò mai alle pratiche necrofile ed anche peggio dell'Apparato, non potrei. Certo, così facendo, ho accettato di non avere una carriera brillante, ma ciò che avrei dovuto accettare, qualora vi avessi ambito, era di calpestare la concezione di nobiltà e di missione che io sento connaturate nell'essere un "public servant".

Bravo Mochi, il biofilo è il "valutatore"

Saggio come sempre ficcante quello di Mochi Sismondi.
Il suo "necrofilo" è il burocrate per eccellenza, colui che ritiene che la macchina gira bene per inerzia, che sia importante solo ubbidienza e appartenenza (logica della cooptazione).
Il suo "biofilo", nascosto negli scantinati, invece, è colui che crede nel mutamento, nel miglioramento. Chi crede che è impossibile migliorare senza valutare (o solo occasionalmente con il fattore c).
Lo stimolo di Mochi Sismondi è importante, perchè finalmente si rendano più informate, e quindi più consapevoli, le scelte di policy.
Sono fiducioso come manager pubblico e valutatore, nascosto nella "cantina dei clandestini", che la valutazione possa, in un futuro prossimo, diventare realmente uno strumento utilizzabile ed utilizzato da chi decide.

Cav. Dr. Giovanni Urbani

pessimismo!

Io penso che l'Italia tutta sia un obitorio perchè è nella filosofia di vita e pensiero degli italiani e dei nostri politici che sta il germe di crescita della necrofilia. Basta leggere le norme, le circolari che seguono, riflettere sul tipo di organizzazione amministrativa, sulle false parole come "semplificazione". La verità è nei fatti!
Non conosco una persona che non sia stressata sul lavoro nonostante la sua buona volontà. Il risultato della necrofilia è "vivere male" per la maggioranza degli italiani.
I burocrati cercano di non avere responsabilità, e come dare loro torto considerato che il rispetto della forma è più importante del rispetto dei principi ispiratori delle norme, chi sta sopra comanda e chi sta sotto ubbidisce non perché crede in ciò che fa ma perché non gli è permesso di interagire e esprimersi. Nelle amministrazioni pubbliche le persone sono numeri, vivono col terrore di perdere il posto. Anche i giovani assunti a tempo indeterminato! Questa è la mia esperienza e scusate il pessimismo, e che qualcuno mi incoraggi in qualche modo.
Gentile Cavaliere, "valutare" è uno strumento necessario, ma se chi valuta è stato assunto in modo clientelare come può farlo in autonomia e per il bene comune? Cordiali saluti

D'accordo

Molto suggestivo. Siamo il paese che pensa che per risolvere problemi ci vogliano norme. Le norme sono indispensabili invece per stabilire cosa è permesso e cosa è proibito. In quell'intervallo, non piccolo, sta la capacità di scegliere, di decidere, di assumersi responsabilità. Ciò vale a tutti i livelli: "ce lo chiede l'Europa", quando mettere a posto i conti serve a noi! E così via, fino all'ultimo travet.
D'accordo anche sul tema della spesa: ormai qualsiasi spesa, che corrisponde a fare qualcosa, è vista come un problema in sé. Purtroppo ormai questo è passato nell'opinione pubblica, siamo al Tea Party.

@gio: scusa cosa intendi per

@gio: scusa cosa intendi per "siamo al tea party"?
Direi piuttosto, e con forza, che la tassazione ai massimi livelli, imposta dall'europa per far quadrare i conti di mister barroso (vedi budget.. e come hai scritto ""ce lo chiede l'Europa")
sia un tassazione, come direbbero oltre oceano, piuttosto socialista quindi NON

libertarian (vedi repubblicani US)= tasse basse
MA molto liberal ( vedi democrats US)= tasse alte

e quindi, ancora, che non ha niente a che vedere con la liberal economy.
O no?
Quindi cosa c'entra il tea party? chi confonde le idee per far passare un sistema a tassazione socialista, vedi imu, come di liberal economy?
Liberal economy= low taxes= small gov.
E "small" non mi sembra affatto sia il caso del ns onnipresente europa.

Grazie

necrofilia

beh! se alziamo la testa vediamo che la necrofilia e' ben radicata in tutto il vecchio continente, e in particolare in quel di Bruxelles, dove vogliono regolare la misura delle arance, il latte che si DEVE produrre e quello che NO, la misura del b...d...c...per essere europei etc.etc etc.
Noi oggi in Italia stiamo prendendo confidenza con i costi della nostra politica e sulla vomitevole resistenza di questi politici ad abbassarla,paladini dei privilegi sottratti alla collettività', ma abbiamo idea di quanto ci costa la CEE, lo "stato di Bruxelles" con le sue strutture, i suoi viaggi, i suoi stipendi e le sue sanzioni? e i contributi dove finiscono?In germania, francia, inghilterra?Certo l'unione europea fu e forse e' tuttora una buona idea,un valore positivo, ma quella di oggi non e' va certo sull'onda di ...."I have a dream" per così' dire, ma esattamente quella di una mega struttura di necrofili, pilotata dalla massima necrofila sul mercato mondiale (Angela), seguita dai nostri monarchi e valvassori del governo: mamma mia che brutto mondo "abbiamo" costruito.Sporchi trafficanti che ci hanno sottratto la libertà', la voglia di intraprendere e VIVERE.E questo dobbiamo lasciare ai nostri figli?