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Anche l’open gov cambia: i nuovi scenari

Come sta evolvendo l’open government nello scenario mondiale? E quali sono i temi e gli strumenti che stanno assumendo maggior peso nei processi di creazione di fiducia e partecipazione, attivati dalle istituzioni governative? Abbiamo provato a tracciare lo stato dell’arte Europeo con Salvatore Marras, che ha seguito la conferenza annuale dell’ Open Government Partnership in rappresentanza dell’Italia.

Oltre 1000 delegati da 60 paesi diversi hanno partecipato all’incontro annuale dell’Open Government Partnership (OGP) in Inghilterra il 31 ottobre e 1 novembre scorsi. L’OGP non è un’istituzione, ma è una forma di azione volontaria e collaborativa che usa con le nazioni le stesse logiche dell’Open Government: partecipazione, collaborazione e trasparenza. Gli impegni che prendono i Paesi vengono assoggettati alle consultazioni della società civile e alle valutazione pubbliche nella piena trasparenza dell’impegno preso. Analizzare i lavori e i temi caldi della manifestazione ci permette di delineare l’orizzonte strategico su cui si sta lavorando a livello mondiale e di osservare da vicino alcuni temi di frontiera. Per l’Italia all’OGP c’era Salvatore Marras, Dirigente e-Government Open Government del Formez PA.

Qual è stato il contributo del nostro Paese quest’anno al summit OGP?

Personalmente ho partecipato all'Open Data Working Group (DWG) presentando il nuovo catalogo dei dati aperti italiani. L’OWG riunisce relatori di alto livello che si confrontano sui progressi fatti finora, sulle opportunità e le sfide future. Il panel ha l’obiettivo di capire come ci si può muovere più velocemente per colmare il divario tra retorica e realtà, sbloccando così il potenziale reale di dati aperti. Quest’anno sono stati avviati tre gruppi di lavoro: uno sui dati aperti e gli altri due sulla legislazione e partecipazione.
I gruppi riflettono i temi specifici su cui è utile stringere la collaborazione tra Paesi in maniera più operativa. In particolare sul tema dei dati aperti è emersa l’esigenza di passare da una generica affermazione di principi e semplice apertura dei dati, a delle forme di condivisione sulle priorità: rilevanza del dato e qualità delle informazioni liberamente accessibili.
Questo riprende la logica dell’Open Data Charter il documento condiviso prodotto nell’ultimo G8 a guida UK, nel quale i Paesi si impegnano ad aprire alcuni specifici data-set.
Inoltre in occasione di questo working group è stato pubblicato un altro elemento importante: l’Open Data Barometer Global Report.

Cosa è esattamente?

Open Data Barometer è un progetto di World Wide Web FoundationOpen Data Institute. In particolare The Open Data Barometer 2013 Global Report è una ricerca condotta su 77 Paesi con una metodologia basata su tre indici: Readiness, Implementation e Impacts (un dettaglio sull'approccio e le metriche utilizzate è in appendice al rapporto). Open data Barometer è, dunque, uno strumento con il quale viene monitorato e confrontato quello che accade in tutto il mondo relativamente all’open data. Dalla ricerca emerge che i Paesi da imitare sono UK, USA e Svezia che stanno creando infrastrutture intorno ai dati pubblici, sono impegnati nell’attivazione nel mantenimento di comunità di pratica, e stanno avviando partenariati particolarmente innovativi tra pubblico e privato. La posizione italiana non è totalmente negativa perché va vista in relazione all’evoluzione complessiva della cultura digitale. In questo l’Italia quando si confronta sugli aspetti dell’Agenda Digitale, almeno in confronto ai Paesi Europei, è agli ultimi posti.

Quindi siamo agli ultimi posti anche in tema di open data?

Anche in Open Data Index, così come in altre “classifiche” che misurano la temperatura di questo argomento l’Italia non è tra i primi, ma neanche tra gli ultimi.
Nonostante non siamo posizionati bene in classifica, infatti, l’Italia ha comunque creato un processo di apertura dei dati e, per alcuni aspetti, siamo anche ben posizionati, ad esempio sulla quantità dei dati liberati. Scoprire come si colloca l’Italia non è la parte più rilevante. Credo che sia più importante, infatti, usare questi strumenti di valutazione dinamica per capire quali sono i nostri punti deboli e lavorare per superarli: in una parola migliorarsi. Sicuramente dobbiamo lavorare sulla qualità anche se questo è un problema comune. I problemi che abbiamo in Italia li incontrano anche UK e USA, semplicemente loro li hanno maturati prima e ne hanno maggiore consapevolezza.

L'open data è ancora un tema centrale quando si parla di open government?

Qualcosa sta cambiando, soprattutto nell’approccio. Nei documenti dell’OGP ad esempio, rispetto a quello che era il modello dell’open gov basato sui tre pilastri: trasparenza, partecipazione e collaborazione, si nota qualche piccolo spostamento in termini di peso. L’aspetto collaborativo sta progressivamente diluendosi, mentre acquistano importanza la partecipazione e l’accountability (attenzione, termine diverso dalla trasparenza). Non si tratta solo di un mutamento stilistico, ma di strategia. Partecipazione e accountability non sono principi da affermare e garantire, ma risultati da raggiungere attraverso una serie di strumenti, tra cui, sicuramente, va considerato l’Open Data.

All’OGP si è parlato anche delle frontiere dell’utilizzo dell’open data, ad esempio “open contracting”. Ce lo potrebbe definire in poche parole?

Come le e-procurement sta all’e-government, l’open contracting sta all’open government. La definizione spiega un po’ il senso. E-procurement è interno all’amministrazione che si occupa dell’efficienza. Parlare di open contracting significa andare oltre, per esempio, la pubblicazione aperta dei bandi. Si tratta di inserire più trasparenza a monte e a valle dei bandi. È importante pensare ad una trasparenza di processo. “A monte” occorre impegnarsi per dare più informazioni preventive su quali sono le iniziative. Fare in modo, per esempio, che quando esce un bando il cittadino (in caso di concorsi pubblici) o l’azienda (in caso di appalti), possa aver avuto modo di prepararsi.
Per introdurre un po’ più di trasparenza “a valle”, invece, si potrebbe provare a coinvolgere i cittadini come monitori della qualità delle opere realizzate.
Il percorso dell’open contracting è ovviamente molto più lungo della semplice pubblicazione on line del bando, ma questo tema potrebbe avere risvolti incredibilmente importanti, pensiamo ad esempio all’uso delle risorse naturali (terre comuni,  sottosuolo, ecc.) e al vantaggio che potrebbe derivarne per la collettività.

All’OGP si è parlato anche di smart city?

Sì, in una sessione si è discusso anche delle città intelligenti. Dal punto di vista dell’OGP, si è dato spazio a questo tema per rafforzare una visione di smart cities che coinvolga in maniera attiva i cittadini e che quindi parta dalla società civile organizzata per costruire dal basso priorità e progetti per la città. Mi ha colpito particolarmente il confronto tra due approcci identificati nel “modello Singapore” e nel “modello Barcellona” che in maniera sintetica possono essere descritti come top-down e bottom-up. All’idea della regolazione dei flussi di traffico o dei servizi idrici, tipica delle multinazionali che sono orientate all’efficienza, si contrappone la città fatta dalle persone e regolata sui loro bisogni, una città con soluzioni tecnologiche locali. Al centro di un nuovo equilibrio tra governo, società civile e economia sostenibile, ci sono gli Smart Citizens che chiedono al governo open data e servizi. FutureEverything, l’hub internazionale di ricerca e sviluppo che è stato protagonista dell’esperienza smart di Manchester ha pubblicato una ricerca a più voci su Smart Citizens, con le 10 regole per coinvolgere i cittadini. Disegnare bisogni e servizi in maniera condivisa e individuare le priorità su cui fare leva sono gli aspetti centrali di questo modello basato sull’efficacia.
Non esiste un modello migliore dell’altro, sono necessari entrambi.

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