Editoriale

Cinque miliardi europei alle città italiane: una sfida che non si può perdere

Per invitarvi a venire a “Smart City Exhibition” che si apre a Bologna mercoledì 16 ottobre per chiudersi venerdì 18 vorrei condividere con voi la mia preoccupazione per un dato di fatto certamente positivo, ma che, senza interventi decisi, sarà foriero di grandi delusioni.
Nei prossimi sette anni arriveranno, dall’Europa direttamente sulle città italiane, almeno cinque miliardi di finanziamenti per l’innovazione.Una pioggia di soldi degna di altri tempi che è certo una grande opportunità, ma anche una sfida. Una sfida che rischiamo di perdere senza cambiamenti strutturali nel modo di progettare gli interventi, nella governance dell’innovazione, negli strumenti di partnership tra pubblico, privato e cittadinanza attiva; senza impostare infine una nuova sinergia che eviti frammentazioni egoistiche e promuova collaborazione, standardizzazione delle soluzioni, condivisione dei percorsi.

Cosa possiamo fare subito e tutti insieme per non perdere questa occasione?

Per avere qualche speranza di spendere questi finanziamenti in modo strutturalmente utile per la nostra economia dobbiamo infatti cambiar passo, nessuno può farlo da solo. Governo centrale, Parlamento, governi locali, amministrazione pubblica, imprese, università e mondo della ricerca, forze sociali, terzo settore e cittadinanza attiva sono tutti coinvolti e tutti responsabili. Li abbiamo raccolti a Bologna per tre giorni a confrontarsi e a progettare il nuovo. Al centro della riflessione le città con i loro vertici politici ed amministrativi, l'ANCI con il ruolo di regista dell'innovazione che si è assunto con rinnovato impegno, il Governo che interverrà in forza con Ministri viceministri e sottosegretari e che dovrà indicare la strada delle compatibilità con le politiche generali per la ripresa, il CNR e le università che stanno elaborando le innovazioni di frontiera, le imprese e, last but not least, i cittadini.

Vorrei che ci foste anche voi, qui trovate la pagina per accreditarvi all’ingresso e iscrivervi agli eventi congressuali e formativi.

Ma vediamo insieme le ragioni del mio pessimismo della ragione, ma anche del mio ottimismo della volontà.

Cominciamo dai finanziamenti. Circa un miliardo è stato già stanziato dai tre successivi bandi per le smart city; la programmazione europea 2014-2020, giunta in queste settimane alla stretta finale, prevede che circa il 5% dei 30 miliardi che sono previsti per l’Italia vada alle città, cifra che raddoppia con il cofinanziamento nazionale; almeno un altro miliardo arriverà dai bandi per l’efficientamento energetico, per i trasporti e la logistica. Il problema è che questi soldi arriveranno solo se dimostreremo capacità di progettare, di impegnare e di spendere.

L’anamnesi è molto negativa: trascorso ormai oltre l’80% del tempo disponibile per utilizzare i fondi 2007-2013, abbiamo impegnato solo il 40% delle risorse disponibili, con territori importanti (vedi i POR della Calabria o della Campania) che non superano il 25%. L’accelerazione data dal Governo Monti, con l’allora ministro Barca, è stata impressionante, ma non ci ha impedito di essere collocati al 26° posto sui 27 stati dell’Ue per capacità di spesa.

A questa scarsa capacità di spesa fa riscontro una governance centrale che, come stiamo vedendo chiaramente nel caso dell’Agenda digitale, non riesce a trovare neanche la sua forma giuridica per intervenire. Che, a oltre un anno e mezzo dal decreto che l’annunciava, il programma per l’Agenda digitale latiti tra statuti fantasma dell’Agenzia e leadership incerta e confusa con affollati comitati di ministri, digital champion e direttori che non dirigono nulla, la dice lunga sulla nostra possibilità di essere veloci e incisivi, come richiederebbe sia il momento sia la materia in continua evoluzione.

Passando poi alle città, che saranno le beneficiarie dirette degli interventi, vediamo anche qui uno iato tra dichiarazioni d’intenti ed effettiva operatività.

In una ricerca recente che l’Osservatorio Smart City dell’ANCI ha svolto in collaborazione con FORUM PA vediamo infatti che tra le prime 40 città italiane che hanno dichiarato di voler divenire “smart”, solo il 31% ha scelto una forma di governance per questa politica, mentre la grande maggioranza, il 69%, non ha ancora definito la composizione della regia politica e organizzativa che deve guidare la pianificazione della smart city. Insomma non sanno chi dovrà prendere in carico questa politica. Ma senza una testa unitaria si rischiano interventi dispersi e frammentari, proprio il contrario della visione olistica che deve star dietro alla costruzione della comunità intelligente.

Un ultimo grave deficit affligge le nostre amministrazioni: fanno enorme fatica a lavorare in rete e a fare sistema sia al proprio interno, coinvolgendo spesso in modo solo formale la società civile e le imprese, sia tra amministrazioni omologhe. Basti pensare al fallimento sostanziale che hanno avuto sino ad ora le politiche per l’unione dei comuni, per le funzioni associate, per le azioni di sistema, cosa che è tanto più grave in una Paese in cui solo 15 città superano i 200.000 abitanti e l’85% dei comuni non supera i 10.000.

Ma se i nostri amministratori non riescono a percepirsi come manager capaci di gestire reti di relazioni, non riescono neanche a immaginare nuovi percorsi per lavorare assieme alle imprese.  Ancora le iniziative in project financing sono pochissime, con qualche eccezione in settori “facili” come l’illuminazione stradale; ancora le forme di procurement avanzato e di partenariato pubblico privato sono viste con grande diffidenza e sostituite con più rassicuranti gare al massimo ribasso, ancora la co-progettazione prevista dal procurement precompetitivo resta roba da convegni. Il risultato è che il sapere e l’esperienza delle aziende tecnologiche resta oltre frontiera e le grandi multinazionali lasciano qui solo le filiali commerciali.

Di fronte a questi incancreniti difetti la tentazione di essere pessimisti è forte. Se oggi nonostante tutto lo sono meno del solito è per due motivi che fanno intravedere una possibile svolta. Da una parte perché, nonostante tutto progetti interessanti si stanno facendo e il traino delle cose fatte è potentissimo, specie nella PA dove regna “il precedente”. Le politiche per la mobilità di Genova, la nuova stazione intermodale di Modena, le nascenti “isole digitali” di Milano stanno disegnando una nuova mobilità; l’impegno per favorire le imprese di giovani a Bari, il progetto di smart environment di Ferrara, la rigenerazione urbana partecipata di Lecce, la knowledge economy di Reggio Emilia stanno proponendo una città adatta alla nascita di imprese innovative; la gestione unitaria del patrimonio storico e artistico proposta da Firenze è un esempio per le città d’arte italiane; la rete civica di Bologna apre grandi spazi di partecipazione. Insomma qualcosa si muove.

Altra ragione di ottimismo è che l’ANCI ha deciso di prendere la regia dell’innovazione nelle città e, con il suo “Osservatorio smart city”, proporrà un percorso guidato per far uscire il concetto di smart city dall’indistinto per disegnarne una definizione operativa e condivisa.  Smart city Exhibition, in programma a Bologna dal 16 al 18 ottobre in contemporanea con il SAIE, sarà la prima occasione ufficiale in cui tale strategia di orientamento e coinvolgimento sarà esposta con il rilascio di un “vademecum” di azioni concrete che, partendo da quel che si sta facendo, segni un percorso futuro insieme.

Come sempre quindi luci ed ombre, ma con una prevalenza di luci dove si fanno i progetti e di ombre proprio lì dove si decidono le politiche nazionali e si prendono decisioni strategiche per un Paese che non ha ancora deciso cosa vuole essere domani. 

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