Intervista

Password 2012, una primavera di ascolto e partecipazione

La crisi di risorse pubbliche per la cultura, dato ormai inconfutabile, impone la ridefinizione degli strumenti istituzionali di promozione, sostegno, sviluppo, in sintesi di “politica culturale” delle città, rendendo necessaria una vera e propria rivoluzione, che metta la cultura in testa alle priorità di una città. L’esperienza di Password, un progetto curato da Paolo Dalla Sega (docente di Progettazione culturale e di Valorizzazione urbana all’Università Cattolica di Milano) per l’Assessorato alla Cultura del Comune di Trento, è un prodotto di questo pensiero contemporaneo sulla cultura e sulle politiche culturali, basato sulla cultura della partecipazione e sulla “partecipazione alla cultura”.

La cultura è un elemento costitutivo dell’identità di una città, luogo di sedimentazione di valori, di apertura al nuovo, di confronto nonché strumento di conoscenza e veicolo di coesione sociale. Pertanto essa va posta al centro se non nel cuore della realtà di un territorio, costituendo la base di ogni progetto e di ogni costruzione sociale. Pertanto, specialmente in tempi di crisi, occorre rileggere la città con occhi nuovi cogliendone non solo i tratti identitari ma le trasformazioni in atto e, attraverso una pianificazione culturale, progettarne, con la cultura appunto, la vita di oggi e di domani.

È su queste basi che Trento per un anno intero, il 2012, si è interrogata per impostare, discutere e condividere una radicale revisione del Piano di Politica Culturale, aggiornando il precedente del 2003, e dotandosi di un nuovo orizzonte che arriva al 2020. Un obiettivo ambizioso reso possibile grazie ad un’articolata operazione di ascolto e dialogo, Password, che ha tracciato, in un’ottica di pianificazione partecipata, le linee di un cambiamento tanto auspicato quanto necessario.

Un percorso partecipativo in dodici appuntamenti, ognuno dedicato ad un tema specifico, e cinque quesiti all’origine di ognuno di essi, ha fatto di questi incontri importanti momenti di confronto, di interazione ma soprattutto di ascolto. Si è interrogata la città per far emergere criticità ed opportunità, bisogni e necessità di chi opera nella cultura. Ed è proprio questo il senso degli incontri e dell’intera operazione Password: intraprendere un cammino di ri-progettazione civica, partecipata e condivisa che segni il passaggio dalla pianificazione culturale (culture planning) al progettare culturalmente attraverso la cultura (culturally planning). Ciò significa che grazie all’adozione di precise strategie (linee guida ed indirizzi), una collettività si può generalmente progettare nei diversi aspetti che la compongono, e la cultura diviene così non più solo progetto ma metodo, una chiave di lettura della e nella realtà.

Dai tavoli di Password è inoltre emersa la necessità di una visione, di una progettualità che interroghi non solo il passato, ma il presente di una città che riceve portata di senso dal suo prima e dal suo dopo imponendo con forza nuove geografie sociali, politiche e culturali fuori da Trento ma anche nelle sue immediate vicinanze. Si richiedono quindi nuove mappature della città e nuove mappe con le quali decifrare la complessità e le pluralità vigenti. Più nello specifico si tratta di politiche e strategie culturali da rivedere e riprogrammare in un quadro d’intersettorialità su cui riscrivere il futuro e governare il presente.

Per approfondire ulteriormente questa esperienza abbiamo rivolto al Prof. Paolo Dalla Sega, curatore del progetto, alcune domande. 

Cosa vi ha spinto ad includere la cittadinanza nel progetto?

Il bisogno, ma soprattutto la volontà di condividere una condizione difficile (la crisi, la contrazione di risorse) non solo condividendo “sofferenze” ma costruendo comunicazione e consenso vero, poiché basato su contenuti partecipati dai quali sono poi scaturite delle scelte. Scelte di indirizzo – e non di semplice e indiscriminato “taglio” – scelte di piena e matura responsabilità. Tutto questo costituisce la politica culturale di una città e di conseguenza la sua revisione credo vada condivisa; è una cosa troppo seria e troppo grande perché se ne occupino soltanto i “tecnici” della cultura – ammesso che esistano.

È in gioco la città, il suo futuro. Non a caso il titolo completo dell’iniziativa è stato “Password. Talenti, passioni, creatività di Trento. Quali azioni culturali per il futuro della città”.

Come sono stati organizzati gli appuntamenti?

Per ogni incontro, aperto al pubblico e in streaming, cinque domande e temi di discussione, e dunque una partecipazione mirata con le risposte ai temi proposti, in interventi entro i 10 minuti, e discussione orizzontale. L’istituzione comunale (sindaco, assessore, dirigenti, consulenti) rimane in ascolto e registra la discussione. I materiali elaborati vengono condivisi in rete e aperti a ulteriori approfondimenti. L’ascolto ha coinvolto operatori culturali di diversi mondi e linguaggi (spettacolo, cinema, musica, arte, musei, libri) ma anche stakeholder intersettoriali e di prossimità geografica (le imprese, il turismo, i mass media, le istituzioni, la scuola, l’università, le altre città a partire da Rovereto). Naturalmente la cittadinanza era invitata a tutti gli incontri, e poteva partecipare alla discussione finale, dopo i contributi. 

Cosa è emerso da questo ciclo di incontri?

Sicuramente sono emerse domande nuove della “cultura” (in tutti i suoi universi) alla “Istituzione Comune”. Un dato interessante è che si è riusciti a tenere insieme i tanti e differenti soggetti che operano nella cultura, i quali hanno partecipato agli incontri in profonda multidisciplinarità. In questo modo si sono potute costruire comunicazioni interne, cioè reti, e anche esterne, mettendo in relazione l’interno e l’esterno di questo mondo che a volte si percepisce come “isola”. Si sono inoltre aperte piattaforme d’incontro e scambio col settore privato delle imprese così come iniziative di educazione e qualificazione professionale. 

Qual è stato il risultato più interessante ottenuto?

Sconfiggere, o quanto meno superare quelle che io definisco “criticità positive”. Ad esempio la difficoltà di sedersi ad un tavolo in cui la “politica” (assessori, dirigenti, funzionari) restava in silenzio ad ascoltare i cittadini e a prendere appunti, mentre la predisposizione iniziale induceva gli stessi cittadini a rimanere in attesa di istruzioni o “ordini” dall’alto. É però la stessa rigidità d’impianto, ad esempio il divieto di rispondere imposto ai politici, che alla fine ha funzionato e costruito questo nuovo clima di ascolto orizzontale inducendo la città della cultura (la città reale, non istituzionale) a prender la parola e proporre idee, domande, questioni reali.

S’è capito, nella pratica dell’incontro vero tra persone, che la “smart city” è davvero tale solo se coinvolge i cittadini.

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