Editoriale

Riformisti ora

Come voi sapete sono sempre stato piuttosto tiepido rispetto alle appartenenze partitiche e ora, in questa Babele, lo sono ancor di più. Ma invece non sono affatto tiepido rispetto alla necessità di una profonda trasformazione della società italiana basata sullo scongelamento delle posizioni di privilegio, sulla mobilità sociale e professionale, sul merito e la promozione della libera conoscenza.

In questo senso mi sono sentito di appoggiare e contribuire ad un nuovo magazine online che, con un titolo impegnativo come “Riformisti ora”, si propone con passione come luogo di confronto e di riflessione sulle riforme necessarie. Non sono d’accordo su tutto quel che la rivista scrive, su alcune cose ho molto da dire, su altre nulla o quasi: ma è proprio la ricchezza del confronto e delle idee, sghiacciate dalla gabbia ideologica delle appartenenze a prescindere, che vado cercando.

Vi propongo il contributo che ho scritto per questo primo numero della rivista online e che ha un titolo programmatico, ma un po’ fuori stagione, parlando di gelo: “Il rischio: solo fuoco che può sciogliere il ghiaccio italiano”.


In questo primo numero non vi parlerò di riforme né di riformisti, ma di occasioni e, visto che la partenza di questa avventura editoriale mi mette di buon umore, non elencherò le occasioni mancate, ma le opportunità che sono ancora davanti a noi e che possiamo cogliere.

Lo farò raccontandovi un elenco di parole che parlano di innovazione, di partnership pubblico-privato, di spazio e di movimento. Non parlerò né di agende digitali, né di riforme istituzionali, né tantomeno di nuove leggi o normative: perché noi pensiamo che il problema delle riforme (e quindi dei riformisti), non è un problema di migliore politics, e forse neanche di più efficaci policies, ma è il problema di un Paese che non accetta più sfide ed è allergico al cambiamento.

Ma cominciamo con il mio breve elenco:

1. La prima parola è ghiaccio: il ghiaccio è bello quando si pattina, ma se si infila negli ingranaggi li blocca. E l’Italia è un Paese bloccato. L’ascensore sociale è fermo: i figli di dottori faranno i dottori, mentre i figli di chi ha solo la licenza elementare hanno una delle più basse probabilità in Europa di laurearsi. Ma è bloccata spesso anche la vita professionale: la nostra pubblica amministrazione è la più vecchia del mondo, l’impiego pubblico è spesso a vita. Nello stesso ufficio, nello stesso ruolo, al massimo con qualche progressione orizzontale l’impiego pubblico è più una lapide che un’opportunità. L’osmosi tra pubblico e privato non è mai partita. Ma senza il phon della contaminazione che sghiacci il Paese, senza la cura all’innovazione che è disobbedienza e pensiero divergente, senza l’attenzione e il rispetto della diversità non ripartiamo.

2. E vengo alla seconda parola che è rischio. Muovendosi si rischia: solo un Oblomov che sogna di vivere rimanendo sul divano non rischia. Accettare i rischi e accettare di essere sempre “precari” non è solo la condizione della vita degli esseri umani che dall’infanzia sanno di dover morire, ma è anche l’unica possibilità buona di far carriera, di divenire dirigenti e classe dirigente. Qualsiasi manager che lavora per eliminare il rischio di dipendere dai risultati lavora contro l’evoluzione e quindi contro il successo della sua organizzazione. La storia dei rapporti tra pubblico e privato in Italia è una storia di rischi evitati, di responsabilità eluse, di vecchie strade mai cambiate e di piccoli progetti per piccoli risultati per piccoli manager, pubblici o privati che siano. Ma per accettare il rischio devo curare le condizioni della fiducia, per salire in parete devo potermi affidare alla corda, aver letto il meteo, aver curato l’attrezzatura, potermi fidare del mio compagno che è più su.

3. E qui viene la terza parola che è regole. Le condizione della fiducia si ripristinano solo fissando poche regole e facendole davvero rispettare. Poi però fermiamo per favore la produzione di leggi mediante leggi e passiamo ai manuali. E’ questo un momento più per insegnare il come che per imporre il cosa con grida manzoniane.

4. La quarta parola è obiettivo. Le risorse sono troppo poche per non polarizzare gli sforzi su poche cose senza moltiplicare i fronti, ma curando di vincere ogni battaglia in cui decidiamo di cimentarci. Ma le battaglie si vincono solo con la perseveranza dello sforzo.

5. Veniamo così alla quinta parola che è coerenza. Se abbiamo fissato pochi, chiari e condivisi obiettivi; se abbiamo chiaro la missione su cui ci stiamo impegnando, sia se siamo un’amministrazione, sia se parliamo dei nostri progetti di vita, è necessario curare una sorta di “mappa delle coerenze” che informi di sé le nostre azioni.

6. Mentre la sesta parola è gestalt, cioè la nostra società come forma complessa ma interconnessa. Il nostro obiettivo avere un ambiente favorevole all’innovazione, perché solo così potremo vincere la battaglia per un paese scongelato e mobile, vitale e creativo, e quindi adatto ai rischi e quindi adatto a sviluppare le potenzialità di tutti.

7. La settima e ultima parola con cui vi lascio, dopo averla, come diceva Hilmann, palleggiata un po’, è fuori. Tutto quel che potrà costruire il futuro mi sembra sia fuori dal perimetro in cui gli occhi della politica (e anche dei tecnocrati) sembrano cercarlo.

E allora? Allora purtroppo non possiamo che constatare che la realtà è molto più complessa delle facili formulette in cui cerchiamo di ingabbiarla. Ma per fortuna anche molto più ricca.

L’immediata conseguenza di questo approccio è che se non possiamo trovare le cose “dentro”, dobbiamo cercarle “fuori”. Ma per uscire fuori dobbiamo aprire le porte, fare entrare aria nuova, accettare la contaminazione, accettare di considerare la trasparenza, la collaborazione, il co-design, la partecipazione non come attributi, ma come sostanza costituente del nostro operare. Qui forse sta l’essenza del cambiamento necessario: aprire la porta alla ricchezza delle relazioni, dare spazio alla partecipazione civile, trasformare la guerra in “competizione cooperativa”.

Da questo punto, che è un pensiero ma anche e soprattutto un metodo, nasce “Riformisti!”. Fare e non più recriminare. Fare insieme e non più affidarsi a singoli e fallimentari salvatori della Patria. L’Italia ha una tradizione antica di attenzione ai beni relazionali ed alle reti di collaborazione. Sarà pure ora di darle una spolverata, di dotarla delle tecnologie abilitanti che ora possiamo permetterci, e di riprenderla come stella polare di un nuovo e meno effimero sviluppo. 

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Commenti

L'articolo esprime ciò che

L'articolo esprime ciò che molti hanno dentro ma che non riescono a tradurre in azione. Mi riferisco, in particolare, a chi vive nell'amministrazione della giustizia, ma non vede nel fallimento della giustizia l'opportunità di trasformarlo in un business. Sono un cancelliere, meglio un direttore amministrativo entrato in servizio con la stessa qualifica 26 anni fa. Le opportunità di fare carriera sono state tanto poche da avvicinarsi allo zero, ma il problema non è solo il mio personale. Il problema investe il sistema, perchè la stessa situazione è, salvo poche eccezioni, a volte difficilmente giustificabili, di tutti coloro i quali lavorano nell'amministrazione giudiziaria. Se di riforme si deve parlare seriamente, credo sia difficile contestare che uno dei primi punti da riformare, sia proprio la giustizia.
Perchè qui c'è il "ghiaccio" che blocca l'ingranaggio tra i giudici che fanno carriera automatica e il personale amministrativo fermo al punto di partenza.
Non c'è "rischio", perché la responsabilità dei giudici è una chimera irraggiungibile.
Non ci sono "regole"; aldilà della legge, che dovrebbe sempre e comunque guidare la giurisdizione, c'è l'autonomia costituzionale che consente a ciascun magistrato di autodeterminare le modalità e i tempi di erogazione della prestazione.
Pertanto è impossibile pre-definire gli "obiettivi", con la motivazione, comunemente accettata, che, diversamente, sarebbe pregiudicata la libera formazione della volontà del giudice.
Quindi, nell'amministrazione giudiziaria manca la "coerenza" e ogni ufficio, anzi, ogni giudice dispone un'organizzazione del proprio carico di lavoro, come meglio crede.
"Gestalt" è un termine inapplicabile, perchè i giudici vivono una realtà morbida, piena di agi e privilegi, in antitesi con quella dell'uomo comune, consapevole di quanta poca giustizia ci sia in giro e che se un giorno la giustizia dovesse veramente arrivare, potrebbe essere troppo tardi.
E' evidente che un sistema siffatto può diventare, esso stesso, la culla della corruzione e del male affare, in cui le sentenze rischiano di essere pilotate e gli incarichi per le attività ausiliarie potrebbero essere conferite agli amici degli amici e liquidate con importi favolosi.
Qui, la presenza di cancellieri, progettati un tempo quali notai del giudice, sono una realtà morta e sepolta. Se i giudici lamentano la carenza di personale amministrativo, esprimono il bisogno di lavoratori esecutivi, manovali per spostare i fascicoli.
"Fuori" può solo significare un cambiamento radicale, perché i tentativi timidi di riforma sortiscono l'unico risultato di un ulteriore "attorcigliamento" del sistema, in autodifesa.
In ogni caso, grazie, per avermi offerto l'opportunità di riflettere, ancora una volta.