Editoriale

Il topo che mangiava i gatti

Lettera aperta al nuovo Governo perché torni al piano della realtà. Ora che abbiamo visto di tutto nel teatro della politica, tutto diventa possibile. Persino rimettere mano alla macchina pubblica, ma dobbiamo avere idee chiare su dove vogliamo arrivare e su quale sia la PA che serve a far ripartire il Paese, zavorrato dalle sue enormi emergenze che si chiamano lavoro, diritti, sviluppo sostenibile. La storia ci insegna che se non ci facciamo guidare dai bisogni reali dei soggetti reali (cittadini e imprese) entriamo nell’iperuranio delle norme esteticamente apprezzabili e politicamente accettabili, che però moltiplicano adempimenti e scambiano la carta con la realtà, come il topo che mangiava i gatti della bella favola di Rodari che tante volte ho raccontato ai miei figli e, molti anni dopo, al mio nipotino Marco. Per questo provo a incitare, in una lettera aperta, il nuovo e ad oggi ancora non definito Governo a muoversi su alcune direttrici precise:

 

Macro (a che serve la PA e perché dovremmo pagare le tasse per averla)

  • Essere accountable e trasparenti “nativi”. Vuol dire che la trasparenza deve essere insita nella stessa sostanza dell’amministrazione pubblica, deve esserne un attributo costante. Il che significa accompagnare le pur lodevoli norme sull’obbligo di pubblicazione dei dati, con il diritto di conoscere l’effettivo impiego di ogni euro che la PA riceve dai contribuenti e, soprattutto, con l’estensione del diritto di accesso a tutti gli atti dell’amministrazione non coperti da segreto o non sensibili per la privacy. Andare insomma verso l’adozione di un vero Freeedom of Information Act (cfr www.foia.it ). Passare dalla trasparenza statica alla trasparenza dinamica vuol dire infatti dare ai cittadini la possibilità di conoscere tutto e tutto giudicare e controllare.
  • Individuare poche e precise priorità e investire su queste: ne cito cinque.
    Cambiatele a piacere, ma il gioco non prevede di aumentarne il numero!
  1. un welfare sostenibile che definisca con chiarezza i livelli minimi di assistenza, per tutti però,
  2.  un’Italia cablata e senza digital divide, in cui l’economia di Internet assuma il peso che ha negli altri Paesi a noi omologhi,
  3. l’emersione dell’economia in nero e la vittoria nella lotta all’evasione fiscale,
  4. una giustizia con tempi accettabili e certi,
  5. uno sviluppo delle economie territoriali equo e sostenibile, basato su una scelta verde, che produca lavoro.
  • Ripensare le strutture e le risorse sulle missioni e non viceversa. Si tratta di ripensare i modelli organizzativi, ma soprattutto di strutturare le organizzazioni sui loro perché e non, come spesso succede, trovare compiti alle unità operative che esistono per garantirne la permanenza in vita. Il ridimensionamento negli anni della forza lavoro pubblica rischia di essere esiziale se non si accompagna con una radicale riorganizzazione che sfasci i santuari e ripensi i modelli.
  • Far partire veramente il federalismo amministrativo… rafforzando il centro. Le Bassanini degli anni ’90 non sono divenute comportamenti delle amministrazioni e il bilanciamento tra centro e territorio è stato caratterizzato più da contrapposizione o divisione netta che da bilanciamento delle funzioni. Ad un territorio che metta insieme responsabilità (sempre presente) ad un’autonomia vera, spesso mancata, si deve accompagnare un centro che sappia decidere le priorità e indirizzare la politica su una visione del paese che sia almeno decennale. Il “centro di governo” smetta una buona volta di normare l’organizzazione degli enti e invece si impegni a orientare gli sforzi di tutti verso grandi obiettivi condivisi.
  • Definire con chiarezza sia i “diritti minimi” per tutti i cittadini italiani nei settori chiave (assistenza, sanità, scuola, giustizia, mobilità, accesso alla rete, ecc.), si chiamino livelli essenziali di assistenza o altro, sia i costi standard per garantirli.

 Micro (come si organizza la PA per rispondere alle aspettative dei contribuenti)

  • Promuovere flessibilità e ricambio generazionale (scongelamento delle carriere). Nella PA si entra e si esce oggi come cinquant’anni fa, unica eccezione le clientele politiche. Nella maggior parte dei casi si fa carriera (orizzontale) e si invecchia nello stesso ufficio e spesso sulla stessa scrivania. Se non ripensiamo e rendiamo flessibili e trasparenti sia le forme di entrata sia l’uscita dalla PA, se non favoriamo davvero (non solo a parole) l’osmosi tra pubblico e privato, se non pensiamo che una carriera pubblica possa essere solo una parte della vita lavorativa e non un vitalizio, allora avremo non una casta, ma un ordine monastico che alla fine tenderà solo a difendere se stesso. Un ordine per di più, come ormai accade ai nostri monaci, fatto da vecchi.
  • Fare patti chiari all’interno delle amministrazioni e coinvolgere i dipendenti[1] attraverso la partecipazione alle scelte, il riconoscimento del merito e della funzione, la divulgazione delle migliori pratiche, il premio ai migliori, la credibilità di una dirigenza scelta per la sua competenza (cfr. lo straordinario blog spontaneo che sta continuando a svilupparsi a partire dalle interviste e dal key note di Luca Attias, cominciato tre anni fa e che conta centinaia di migliaia di visite e migliaia di commenti).
  • Ripensare l’organizzazione secondo i ben noti e quasi mai applicati (almeno nella PA italiana) criteri della lean production. Ossia dell’organizzazione leggera[2] che massimizza il valore riducendo gli sprechi e coinvolgendo sempre l’intera organizzazione in obiettivi chiari, misurabili ed esplicitati.

Precondizione (come partire dai fatti invece che dalle parole e dalle norme)

  • Fare sistema sui territori, rispettandone le vocazioni e basandosi su imprese, terzo settore e ricchezza del capitale sociale. Ossia “governare con la rete”.

Un metodo (perché il cosa spesso lo sappiamo, ma non sappiamo il come)

  • Proporre interventi di deployment e manuali operativi invece della reiterazione delle grida: meno leggi e più accompagnamento delle innovazioni. Dobbiamo convincerci che innovare costa e bisogna investirci tempo e soldi, ma non innovare costa di più.
  • Costruire cantieri prototipo che arrivino sino al risultato, anche in deroga. Vuol dire cercare un numero limitato di obiettivi, investire testa e risorse per portarli a casa e non interrompere lo sforzo sino al raggiungimento del risultato atteso. Solo per capirci faccio qualche esempio: innalzamento dell’occupazione femminile; posti negli asili nido nel Sud; percentuale dei fondi europei effettivamente e utilmente impiegati; numero delle scuole messe in sicurezza; percentuale delle PMI che usano Internet per promuoversi all’estero; ecc. Ovviamente sceglieremo obiettivi in sintonia con le priorità che la vision politica del Paese avrà individuato.
  • Non imporre nuove norme, ma applicare la semplificazione appresa attraverso questi cantieri.
  • Individuare nuovi strumenti di procurement che permettano alle PA di acquistare innovazione e progetti e non solo prodotti e giornate uomo al massimo ribasso e, assieme, introdurre regole chiare negli appalti e nei pagamenti che siano rispettose delle esigenze di tutte e due le parti.

 

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Commenti

proviamoci

Bel pezzo. Forse si è un po' sognatori e idealisti, ma occorre provarci.
Caro Mochi Sismondi come al solito non è banale ciò che dice. Complimenti.

evocativo

In un periodo di forte insicurezza e poca concretezza, grazie al cielo ci sono ancora idee e commenti arguti come quello di Carlo Mochi Sismondi.
Siamo talmente lontani dal "ricreare" la macchina pubblica del miglioramento continuo (e non dell'adempimento continuo), che coloro che intervengono con editoriali imprenditivi diventano evocativi.
Mi riferisco in particolare alla PARABOLA "del cotechino" di Bonaretti, alla FAVOLA di Sismondi de "il topo che mangiava e gatti", a cui potrei perfino aggiungere la mia METAFORA (su IlSole24Ore) della "cultura della valutazione bonsai".
Cosa fare per essere ascoltati in modo utile e sempre con filo di cristiana speranza...

Gentile dott. Sismondi,

Gentile dott. Sismondi,

ho letto il Suo interessante (come sempre) articolo il Topo che mangiava i gatti dove sono elencate una serie di considerazioni che dovrebbero essere scontate in qualsiasi paese ma che in Italia diventano sfortunatamente innovazione.
In questo ambito ha giustamente ricordato le interviste e il keynote dell'ing. Attias e il blog che si è generato a partire da esse. In tutto ciò quello che mi sconforta di più è che dalla prima intervista ad Attias sono passati 5 anni, 4 anni e mezzo dal famoso messaggio di AS73 (o qualcosa del genere) su cui lei scrisse un articolo altrettanto interessante è non rilevo che tutti quei buoni propositi siano stati messi in pratica neppure in una minima percentuale.
E' una triste considerazione che baso sulla mia personale esperienza.
Lavoro in una grande azienda d'informatica e sono 8 anni che mi occupo di Pubblica Amministrazione. Tra i i primi dirigenti che ho avuto la fortuna di conoscere c'era proprio Luca Attias ed effettivamente mi ero illuso che stesse arrivando una ventata di novità e di competenza presso le Pubbliche Amministrazioni. Oggi come oggi registro che l'ingegnere della Corte dei conti è un caso atipico e isolato che mi ha illuso, ho incontrato centinaia di dirigenti e direttori generali per lo più incompetenti nella materia, ma in generale incapaci di fare quel mestiere, il dramma è che molti sono giovani e sovente scopro che sono figli o comunque parenti o amici del potente di turno.
Ho maturato in questi anni la triste consapevolezza che l'Italia abbia imboccato una strada senza via d'uscita ma, ancora più tristemente, anche una strada dalla quale non riesce a tornare indietro.
Volendo continuare a lavorare preferisco restare anonimo.
Con stima
.

lean thinking

con questa piattaforma forniresti un impagabile contributo all'amato nascituro governo, ti vedrei benissimo all'opera con quagliariello, sacconi, brunetta, letta(entrambi), formigoni,finocchiaro,violante etc.....,insomma con tutti quelli che ci han condotto al punto in cui siamo e grazie ai quali si é dileguato lo Stato, la PA allegerendo le nostre tasche e i nostri pensieri....

il metodo, chi ce lo garantisce?

condivido, certo. Ma ancora manca un tassello essenziale: occorre indicare/inventare un'istituzione ad hoc per garantire la corretta applicazione del metodo, in time, e non solo (quando va bene) a disfunzione avvenuta, rivedendo magari, e integrando, il sistema delle authority. Poichè la cultura necessaria all'applicazione corretta del metodo non è "nativa", occorre un tutoraggio professionale e non precario, che renda effettiva la partecipazione dei cittadini ai controlli (anche sul tutoraggio).

una sottolineatura del "metodo"

Concordo pienamente con Carlo Mochi Sismondi. Vorrei ancora sottolineare, evidenziare, riscrivere a caratteri cubitali quanto scritto da lui sul "metodo": abbiamo assistito inquesti anni a una cascata inconsulta di "innovazioni/semplificazioni per legge" i cui padri si sono poi assolutamente disinteressati degli esiti ( cito per tutte lo sportello unico per le imprese, ma non posso dimenticare la Carta di identità elettronica....).
Abbiamo assisitito a finanziamenti di buone pratiche o di sperimentazioni che si sono arenate nel cortile di casa degli sperimentatori.
E' ora adesso di raccogliere qualche frutto, e sono convinta che ce siano, ridistribuire le esperienze con testardaggine e caparbietà, dare finalmente supporto operativo alle innovazioni, programmare attentamente i passi da fare per semplificare davvero, calibrando l'impatto organizzativo, e salire uno scalino alla volta. Ma salirlo davvero.

Ridiamo al gatto il suo ruolo ( a scanso di crisi di identità)

Invertire il rapporto tra norma e operatività: se le norme si accumulano e, pretendendo di definire, in realtà paralizzano occorre una strada diversa.

Partiamo dai punti di massima crisi e adottiamo modelli di intervento "in deroga" su modello della Protezione Civile. Trasformiano le situazioni di crisi in cantieri di innovazione e di sperimentazione, presidiati da task force a tempo vincolate al risultato. A esempio: portiamo l'utilizzazione dei fondi comunitari al 100%. Cosa occorre? Progettisti di qualità? Rendicontatori esperti? Gestori di progetto (project manager) competenti? Altro? Potremmo costituire un albo di volontari selezionati (quanti dirigenti di qualità della Pubblica Amministrazione di aderirebbero?) da mettere a disposizione della Presidenza del Consiglio: ove, a seguito di un monitoraggio, si constatasse un ritardo che mette a rischio l'utilizzazione dei fondi, una task force verrebbe inviata a supporto dell'Amministrazione interessata, con poteri di intervento in deroga e a tempo.

Da queste esperienze fose deriveremmo indicazioni per norme più effettive e per maniali di intervento più utili.

Livio Barnabò