Editoriale

C’è solo la strada su cui puoi contare*

Che questo sia un anno di discontinuità non c’è bisogno di dirlo: cambierà il Governo, molti Governi regionali e locali, il Presidente della Repubblica, si darà finalmente inizio (speriamo) alle attività dell’Agenzia per l’Italia digitale per recuperare l’enorme divario che abbiamo accumulato rispetto agli altri Paesi avanzati, ci dicono persino che finirà la crisi!

Mi sto preparando a questi cambiamenti leggendo con attenzione non Nostradamus, ma i programmi elettorali delle forze politiche che, chi più chi meno, concordano tutte sulla necessità di innescare una ripresa basata sulla crescita e sull’innovazione.

Eppure ho la netta impressione che in queste analisi e in questi programmi la realtà sia uscita dalla porta di dietro e che non stiamo cogliendo il punto. Mi pare quindi che abbiamo bisogno di un terzo occhio e di un nuovo paradigma. Questa volta permettetemi quindi un approccio meno contingente, proponendo un necessario spiazzamento e candidando FORUM PA a raccontare questo punto di vista.

Non sto parlando certo di un occhio mistico, ma un terzo occhio è necessario perché tutto quel che potrà costruire il futuro mi sembra sia fuori dal perimetro in cui gli occhi della politica (e anche dei tecnocrati) sembrano cercarlo.

Provo a fare qualche esempio richiamando alla mente in estrema sintesi cose già dette e proponendone qualcuna nuova:

  1. La PA non può riformare se stessa: la riforma della PA non è dentro il sistema, ma riguarda la sua capacità di governare con la rete: ne consegue che pretendere che l’apparato si riformi da solo, magari con qualche iniezione di nuovo e illuminato diritto amministrativo, è una fatica di Sisifo, come la storia delle riforme legiferate e abortite ha sin qui ampiamente dimostrato. Ne consegue che da una parte dobbiamo seriamente ripensare ai perimetri dell’azione pubblica, dall’altra dobbiamo inserire nuove competenze, ma soprattutto nuovi modi di pensare dall’esterno. La necessaria trasformazione della PA da apparato autoreferenziale a strumento di attuazione delle politiche e di risposta ai bisogni è impossibile restando all’interno della PA.
    Ne consegue che la ministerializzazione della dirigenza pubblica, specie quella apicale, sarebbe la iattura peggiore: quel che ci serve non è una nuova classe di burocrati modello ENA francese (per altro se ne sono accorti anche i cugini d’oltralpe), ma manager flessibili e innovativi, specializzati nella difficile arte del coaching e della negoziazione, che sappiano far lavorare assieme pubblico, privato, privato sociale, terzo settore e cittadinanza organizzata e che siano misurati sui risultati oggettivi non tanto del loro lavoro come singoli (output) ma delle loro organizzazioni (outcome).

  2. L’innovazione non nasce dove la stiamo cercando: ossia non nasce, armata come Atena dalla testa di Zeus, nelle Università e negli istituti, ma nasce da un disobbedire, da un “uscir fuori” che è sintesi hegeliana tra una tesi data dai risultati della ricerca e dall’impegno della migliore tecnocrazia e un’antitesi data dalla tenace volontà dei prosumer (ossia i consumatori che nell’economia 2.0 sono anche produttori di servizi) di usare le innovazioni come gli pare per raggiungere i loro propri obiettivi. In parole povere l’innovazione diventa cambiamento sociale e quindi nuove opportunità di vita solo quando incontra la creatività di chi la usa. Solo così riesce a sviluppare le sue potenzialità rivoluzionarie.
    Ne consegue che l’innovazione, come la conoscenza, è tale solo se diffusa e disponibile: la cosiddetta “free knowledge society” non è roba da fricchettoni, ma l’ecosistema dello sviluppo sostenibile.
    Nel campo dell’innovazione della PA questo vuol dire sviluppare ogni occasione di vera Partnership-Pubblico-Privato che abbatta il muro tra domanda e offerta e promuova un lavoro collaborativo di co-progettazione.

  3. Le città e le comunità intelligenti non si identificano con le loro istituzioni: se possiamo immaginare smart city, non ha senso immaginarle chiuse nei loro Municipi.
    Come giustamente fa notare Mauro Bonaretti “La città è un insieme ben più ricco e articolato del Comune inteso come singola organizzazione pubblica. Comprende i cittadini, le imprese, il terzo settore, le associazioni di rappresentanza, gli intermediari finanziari, le public utilities, le fondazioni bancarie, le altre istituzioni pubbliche e private. Limitare il dialogo tra l’offerta di tecnologie e il Comune è restringere a un perimetro troppo ristretto la rete degli interessi in gioco. E’ pur vero che sempre più ai Comuni è richiesto un ruolo di governance (regista e catalizzatore delle politiche pubbliche), di tessitore principale di una rete diffusa di attori protagonisti per il successo di obiettivi condivisi. Ma è pur altrettanto vero che progetti così ambiziosi come quello di infrastrutturare la città di sistemi permanentemente interconnessi, interattivi e di interesse generale, non possono vedere coinvolta la sola responsabilità dell’attore pubblico.”
    Ne consegue che i progetti per le smart community non si vincono “dentro” l’amministrazione della città, ma in un più ampio spazio di co-progettazione con tutti i portatori di interesse.

  4. La crisi dell’informatica non si risolve dentro l’informatica: se i mercati dell’hardware e del software decrescono irrimediabilmente, con altrettanta certezza sono in crescita tumultuosa i mercati dei servizi digitali a valore aggiunto, della gestione dei cosiddetti big data, dei contenuti digitali, ecc.
    Ne consegue che se vogliamo sostenere la nostra ICT non dobbiamo chiedere alla PA di comprare più informatica, ma di creare le condizioni favorevoli per lo sviluppo di imprenditoria innovativa (non solo start-up).

  5. La crisi della politica non si risolve dentro la politica, né tantomeno dentro la sua caricatura controdipendente che è l’antipolitica. Come la cronaca di questi giorni dimostra è estremamente difficile che la politica sia in grado di autoemendarsi. Quel che la farà cambiare sarà una robusta inserzione di vera trasparenza che abiliti il controllo sociale e l’empowerment dei cittadini. Solo abbattendo l’asimmetria informativa di creano infatti le condizioni per la cittadinanza attiva che, come la nostra Costituzione impone, deve essere favorita da tutte le articolazioni della Repubblica.

Potremmo continuare l’esercizio all’infinito: la crisi della sanità, stretta tra meno soldi e più bisogni, non si risolve dentro la sanità, ma sulle nostre tavole, nei nostri stili di vita, nelle nostre palestre…; la crisi della sicurezza non si risolve dentro le forze dell’ordine, ma con la sicurezza partecipata…. ma mi fermo perché credo che il concetto sia chiaro.

E allora? Allora purtroppo non possiamo che constatare che la realtà è molto più complessa delle facili formulette in cui cerchiamo di ingabbiarla. Ma per fortuna anche molto più ricca.

L’immediata conseguenza di questo approccio è che se non possiamo trovare le cose “dentro”, dobbiamo cercarle “fuori”. Ma per uscire fuori dobbiamo aprire le porte, fare entrare aria nuova, accettare la contaminazione, accettare di considerare la trasparenza, la collaborazione, il co-design, la partecipazione non come attributi, ma come sostanza costituente del nostro operare. Qui forse sta l’essenza del cambiamento necessario: aprire la porta alla ricchezza delle relazioni, dare spazio alla partecipazione civile, trasformare la guerra in “competizione cooperativa”. Ci vengono qui in aiuto i concetti e le definizioni di “sussidiarietà orizzontale”, di “economia civile”, di “big society”, di “economia della felicità” , di “gratuità ed economia del dono”, di “innovazione sociale”.

Forse qui sta la novità che cercavamo: l’Italia ha su questa attenzione ai beni relazionali e alle reti di collaborazione una tradizione antica. Sarà ora di darle una spolverata, di dotarla delle tecnologie abilitanti che ora possiamo permetterci e di riprenderla come stella polare di un nuovo e meno effimero sviluppo.

 

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PS

ogni citazione e ogni virgolettato ci porterebbe ad una bibliografia fatta di decine di studi, tutti meritevoli. Ho resistito alla tentazione di citare tutto: forse su questo “approccio del fuori” butterò giù un saggio più corposo e allora ci sarà una bibliografia come si deve.


*Sono dieci anni che è morto Giorgio Gaber: non ho trovato niente di meglio per ricordarlo che titolare l’articolo con il titolo di una sua canzone e risentire nella mia testa e nel mio cuore questa strofa, che interpreta al meglio quel che voglio dire in questo editoriale:

C'è solo la strada su cui puoi contare
la strada è l'unica salvezza
c'è solo la voglia e il bisogno di uscire
di esporsi nella strada, nella piazza
perché il giudizio universale
non passa per le case
e gli angeli non danno appuntamenti
e anche nelle case più spaziose
non c'è spazio per verifiche e confront
i.


 
 

 

 

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Commenti

Manca la volontà!!!

Complimenti per l'editoriale!!

Ritengo che la premessa, per far sì che un movimento nuovo sia credibile e innovativo, sia il superamento degli apparati dei partiti. Si deve proporre un modello di partecipazione –aperto e libero- e un sistema decisionale in grado di soddisfare i bisogni della collettività e non quelli particolari: i decisori politici gestiscono la cosa pubblica con lo scopo di riprodurre il consenso, le dinamiche e il potere degli apparati.

Questa è la premessa senza la quale una nuova proposta politica non è credibile: se la politica non recupera legittimazione sociale, è impossibile proporre ai cittadini un modo diverso di governare le istituzioni pubbliche.

Gli strumenti e le pratiche per implementare moderne forme di governance pubblica – pianificazione strategica, accountability e rendicontazione sociale, misurazione delle performance, innovazione sociale ecc – sono note e utilizzate (altrove) da tempo, manca la volontà politica.

Mancano forme di aggregazione in grado di far emergere e lavorare insieme i soggetti capaci di portare questi contenuti e d'influenzare l'attuale sistema decisionale.
Servirebbe un'attività di lobbying (stavolta positiva) ai diversi livelli istituzionali.

Aprire la porta alla ricchezza delle relazioni

Grazie per questa lucida e articolata riflessione che individua vie d'uscita concrete dalla situazione di stagnazione in cui ci troviamo.
1. Condivido appieno l'idea che non sia possibile riformarsi continuando a vivere logiche autoreferenziali e che la ricchezza delle relazioni con soggetti plurali e portatori di interessi diversi e magari contrastanti costituisca una boccata d'aria per qualunque organizzazione complessa.
2. Penso che accanto a questo sia necessario anche ripensare alle modalità di attraversamento della strada. Anche l'organizzazione del lavoro all'interno deve misurarsi con questo paradigma. Aiutare le persone a vivere la ricchezza delle relazioni, creare spazi di riflessione condivisa interrompe la catena di montaggio dell'organizzazione burocratica che non lascia spazi per riflettere consapevolmente sui processi e sulla qualità del proprio lavoro.
3. Quando sei nella foresta e la strada è ancora tutta da tracciare, devi avere almeno una bussola che indichi la meta da raggiungere. Avere una meta condivisa aiuta le persone a dare senso al sudore e alla fatica necessaria ad abbattere alberi, estirpare rovi, per costruire il sentiero su cui camminare insieme...

Uscire fuori vivendo la nostra Partecipazione

Dottor Sismondi grazie per questo articolo molto bello !

Si quello che dobbiamo fare è proprio questo: "uscire fuori" testimoniando con una 'partecipazione civile' nuovi esempi virtuosi. Sembra una goccia nell'oceano, ma forse è la "strada" (certamente lunga ed impegnativa)
Auguri a Lei e a tutti noi !
em

c'è solo la strada su cui puoi contare

Grande Carlo ! che ha saputo mettere insieme partecipazione, innovazione, politica e tecnologia offrendoci una suggestione che è anche un metodo per uscire dalla crisi e costruire un percorso di sviluppo. L'idea che si deve uscire dal proprio perimetro (quello dell'azienda, della PA, della politica...) per ottenere il contributo degli altri è semplice e grandiosa al tempo stesso. Perchè ? la risposta ci viene proprio dalla Rete, che Carlo cita e valorizza; dalla Rete emerge l'energia e la competenza e la volontà dei cittadini, dei milioni di persone che vorrebbero aiutare, mettere al centro il bene comune, offrire soluzioni, essere donativi nel concreto. Penso che questo potrà essere l'approccio vincente nel prossimo futuro. E' chiaro che questo significa dare fiducia alla saggezza, alla autoregolazione, alla qualità, alla capacità creativa del "crowd", per dirla col linguaggio della Rete ?
Dal singolo alla "folla" (ai gruppi, alle community, ..); dall'interno all'esterno; dal "chiuso" all'aperto (open data, open innovation, open source...).

ll tuo messaggio, Carlo, dà speranza, offre una via per cambiare, per ristrutturare le nostre vecchie convinzioni basate sulla forza del singolo individuo e rifondarle sulla "inclusione" degli altri, di tanti singoli...E la difFerenza è che questi tanti singoli possono collaborare.Mai più soli se vogliamo salvarci !

Bacone e la pars destruens

Bacone è uno di quei pensatori che mi è rimasto dentro. Forse perchè tra i vari che studiai al liceo è quello che meglio fornì un metodo per fare. Sostanzialmente, prima di costruire bisogna distruggere, ovvero rimuovere tutte quelle incrostazioni che hanno permesso la creazione di una società a vantaggio di pochi. Nello specifico, la pars destruens in Italia dovrebbe coincidere con un bando di caccia su tutto il territorio nazionale ai gattopardi. In Brasile, in Spagna, le associazioni vegetariane stanno attuando un'ottima campagna di sensibilizzazione sui social network contro le cattive abitudini alimentari che rappresentano un male per la salute e l'ambiente. In Italia dovremmo focalizzarci nella battaglia sulle cattive abitudini sociali e ispirarci ad un nuovo primo articolo della costituzione: ama il turista come te stesso. Certo, il compito è arduo, soprattutto quando ci sono più stati a voler controllare lo stesso territorio...
Ottimo saggio.

Complimenti, come sempre, per

Complimenti, come sempre, per gli stimoli interessanti che sollecitano uno sguardo sulle cose "innovativo", in alcuni casi "da fuori" in altri "da dentro" ma che fanno sempre riflettere.

C’è solo la strada su cui puoi contare*

C'è solo la strada ... ma la strada non esiste e si costruisce la strada camminando.
Siamo tutti "viandanti" e il camminare assieme ci porterà al cambiamento soprattutto nostro.
Bell'articolo
Grazie

Grazie per i suoi editoriali

Seguo i suoi editoriali e la ringrazio per le riflessioni mai scontate e gli stimoli "innovatori" che trasmette.
Ecco gli ingredienti per me più importanti per "riformarci", come persone e come istituzioni: creatività (nel senso di inventarsi soluzioni nuove a problemi vecchi e nuovi), apertura della PA a un incontro-scontro costruttivo con i cittadini (su questo il Ministro Barca è maestro) e coraggio di liberare il proprio pensiero dal conformismo imperante (per restare sul ricordo di Gaber).

Competizione cooperativa

"Aprire la porta alla ricchezza delle relazioni", alla competizione cooperativa: sono assolutamente d'accordo . Complimenti per questo articolo! DanielaT.

C'è solo la strada su cui puoi contare

Bellissimo articolo. Sono ormai 10-12 anni che speriamo che le problematiche indicate siano risolte; dai primi congressi del Forum Pa che si parla di rinnovamento d'innovazione e siamo ancora ai nastri di partenza. Ciò che era innovativo in quegli anni è obsoleto ora, Il rinnovamento DEVE essere attuato non può più aspettare, i giovani non più tali che hanno vissuto nel precariato in questi dieci anni, attualmente superano i 35 anni, hanno maturato esperienze, si sono costantemente aggiornati, hanno accettato qualunque lavoro gli sia stato proposto e sono tuttavia invisibili.....per questi giovani, definiti "bamboccioni" che hanno perso le speranze che futuro gli sarà prospettato???Sono coloro che hanno rinunciato a costruirsi una famiglia consapevoli che non potevano mantenerla ne dare la giusta dignità ai loro mancati figli, sono coloro che ringraziano quotidianamente i genitori che gli danno da mangiare, gli pagano le bollette, sono coloro che si sentono estranei/fuori posto nella casa natia e che non riescono più a vedere il futuro.... o meglio lo vedono offuscato senza luce, senza prospettive...anche senza promesse, la loro fascia d'età mè esclusa da ogni e qualsiasi discorso elettorale,è stata persa con loro la produttività di una generazione di bravi giovani, istruiti con il sistema del vecchio ordinamento universitario,formati culturalmente e pertanto informati con grandi capacità di analisi e di sintesi a cui è stato negato il riconoscimento della meritocrazia, nel loro peregrinare nel precariato si sono visti surclassare dai "raccommandati" ai quali, oggi, è difficile riuscire a "raccontarla".....Su quale strada potranno contare?????.