Editoriale

Il buco e la foca

Sì, lo confesso, l’immagine pulita di un buco nel ghiaccio, intorno a cui stiamo tutti aspettando che emerga la mitica “ripresa” mi piace assai di più del famoso tunnel con una luce in fondo, che poi non sai mai se è l’uscita o un treno che ci viene addosso!

Il punto è che, per quanto posso vedere, stiamo tutti aspettando infreddoliti che la foca esca di nuovo dallo stesso buco in cui si è inabissata. Ecco io credo che non sarà quello il buco da cui riuscirà e che con grande probabilità neanche sarà la stessa foca.

Fuor di metafora già tre anni fa in un editoriale dal titolo “La crisi e poi?” citando Rampini incitavo a non sprecare la crisi, ma ad operarci per cambiamenti sostanziali non tanto e non solo nei processi e nei contesti (un po’ di liberalizzazioni, una spruzzata di incentivi, un goccio di semplificazione, un bicchierino di ricostituente alle nuove imprese), quanto nel nostro stesso immaginare il futuro e quindi nelle scelte strategiche di fondo.

Molta acqua è passata sotto i ponti, ma ancora non vedo quella svolta che potrebbe aiutarci a non congelarci in un’attesa forse vana.

Per spiegarmi faccio qualche esempio, per ciascuno anche un link per approfondire:

1.      E se la foca non fosse l’automobile? Non c’è dubbio che le sorti della FIAT in Italia, con i suoi oltre 80.000 dipendenti diretti più l’indotto, è fonte di gravi preoccupazioni per la tenuta del Paese. Ma se invece di rincorrere l’auto ci occupassimo di accrescere il peso dell’economia digitale sul PIL (da noi è meno del 2%, in UK è quasi l’8%)? Le ricette non sono banali e con gli sforzi per l’Agenda digitale forse qualche timido passo avanti si sta facendo, ma ancora non siamo riusciti a ribaltare il paradigma e scuola, ricerca e innovazione restano al palo. Per chi avrà voglia di leggerla, vi propongo una mia breve analisi di quel che sta succedendo: ahimè non siamo solo agli ultimi posti in tutti gli indici per l’economia di Internet, ma stiamo scivolando sempre più giù. Ma questa situazione non è senza un perché e scovare il colpevole non è così difficile se leggiamo i numeri. 

2.      E se la new economy non vivesse nei garage? Certo è importantissimo creare le condizioni per la nascita di piccole start-up innovative, ma il problema delle imprese italiane è che non spendono in ricerca e innovazione e non lo fanno per la maggior parte perché sono troppo piccole, troppo legate alla figura tradizionale dell’imprenditore solitario, troppo svincolate dai mercati mondiali raggiungibili via Internet. Forse quindi l’impegno maggiore lo metterei nell’aiutare le aziende a crescere e a capitalizzarsi: la maggior parte delle innovazioni e dei brevetti nel mondo nascono dalla ricerca di aziende che innovano prodotti (e anche processi) nella cosiddetta old economy, che è old solo se non innova. Leggetevi questo post di Alfonso Fuggetta e magari date un’occhiata a come le imprese tedesche rispondono alla concorrenza dei Paesi a basso costo di mano d’opera. 

3.      E se le città invece di essere il problema fossero la soluzione? Crogiolo di problemi e di contraddizioni le nostre città, dove pure viviamo in grande maggioranza, costituiscono la nostra croce, ma anche l’ambiente in cui incontriamo il mondo e la sua feconda diversità. Da lì può arrivare la ripresa, dall’economia delle comunità intelligenti (come le chiama il decreto Digitalia che spero proprio veda la luce venerdì prossimo). Ma non sempre e non comunque. Solo se sapremo immaginare le nostre città con una visione che, pur nella coscienza della nostra storia, sappia vedere il nuovo nelle tecnologie, nella sostenibilità, nei nuovi servizi, ma molto più nella partecipazione, nella tolleranza, nella coesione sociale e l’inclusione, nello sviluppo della creatività. Solo in questo senso una città può esser smart, non se compra qualche gadget di ultima generazione. Con questo spirito apriamo tra un mese Smart City Exhibition a Bologna, non per fare solo una vetrina di prodotti, che pure servono, ma per immaginare insieme un futuro per le persone, per le aziende, per le diverse comunità che la città ospita. 

4.      E se il merito divenisse la norma invece che l’eccezione? Sparare sul Consiglio regionale del Lazio non è solo facile, ma è anche un po’ necrofilo: quel che personalmente mi colpisce non sono le bricconate di qualche personaggio da operetta (l’immagine come sapete non è mia), ma che queste persone, proprio queste che abbiamo visto all’opera, sono state scelte da qualcuno, inserite in un elenco, approvate da organi superiori di partito e poi, solo dopo, messe in un ruolo che non erano certo in grado di sostenere. E’ solo un macroscopico sintomo di una malattia sempre più grave: la totale assenza della valutazione del merito in qualsiasi scelta pubblica (ma a volte anche privata) di persone e ruoli. Ho letto con grande interesse, anche se non concordo su tutto, il libro di Abravanel e D’Agnese “Italia, cresci o esci!”. Credo che metta bene in luce il nesso tra una possibile ripresa e la necessità di ripensare completamente i criteri di selezione e di rimettere in moto un ascensore sociale che ora è del tutto fermo.
In questo senso le rigidità che l’articolo di Bonaretti della scorsa settimana lamentava sono l’esatto contrario di quel che ci serve. Dobbiamo invece avere il coraggio di “investire sui valori e le competenze delle persone”.
 

5.     E se le donne ci aiutassero a cambiare punto di vista?  La crisi fa male a tutti, ma alle donne un po’ di più. Possiamo pensare di far loro un po’ più di posto nelle decisioni strategiche, ossia nei posti chiave, economici e politici del Paese? Se, come io credo, il nuovo sviluppo (la foca che aspettiamo) dovrà essere basato sui beni relazionali, sulla qualità della vita, sulla qualità di un nuovo stato sociale che, senza buttare a mare diritti di civiltà, sappia ripensarsi, allora non sarebbe il caso di chiedere alla componente femminile della società un lume sulla strada da prendere. In fondo l’approccio maschile allo sviluppo l’abbiamo già visto e non mi pare abbia funzionato molto e soprattutto non mi pare abbia funzionato per tutti e per tutte.

Solo cinque esempi, cinque tasselli di un mosaico che potrebbe far comparire l’immagine di una ripresa diversa, di una ripresa che, appunto, non abbia sprecato la crisi.

Ottimista? Non proprio. 

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Commenti

il tursmo come leva per la crescita del sistema Italia

Caro Carlo come sempre le tue provocazioni sono interessanti ed acute e quindi provo a fare un altro buco nel ghiaccio per vedere se esce qualche idea per vedere come ripartire dopo questa crisi. L'idea è che, come tu hai lasciato intravedere, c'è una forte possibilità che il turismo con la cultura possano diventare diventare motore trainante del sistema Italia. sono la nostra unica materia prima di cui disponiamo in abbondanza, E' gia il quarto settore produttivo e rappresenta il 13% del pil. ma per diventare il motore dell'economia deve divenare un'industria vera e propria.con la pubblica amministrazione come vera ed unica protagonista. a ivello centrale così come a quello dei singoli terrtirori. Noi (intesi come Mailander) ne siamo convinti tanto che ci abbiamo scritto un libro per il sole 24 Ore (Il nuovo marketing dei sistemi territoriali), organizzato un convegno sempre coi il Sole a milano lo scorso settembre (“Italia del turismo, cultura e territori: nuova industria e fabbrica di futuro”) e abbiamo aperto un portale (www.marketingdelterritorio.info)
Pero perchè questo avvenga cis ono acune cose che devono accadere.
1. l’offerta e la promozione devono avvenire sempre più a livello di sistema paese integrato (brand Italia e leadership di nicchia aggregate per “motivazioni di viaggio”) con una governance unitaria e condivisa tra livello nazionale e territoriale per garantire un’adeguata valorizzazione dell’offerta;
2. il turismo, i servizi culturali, il tempo libero sono un comparto industriale che richiede investimenti strutturali e logistici per adeguare e rendere competitiva l’offerta in modo particolare l’ammodernamento delle strutture e servizi di accoglienza per renderli all’altezza di una domanda sempre più esigente.
3. è necessario migliorare la cultura dell’accoglienza e professionalizzarla, visto che il rapporto qualità/prezzo è tutto a nostro svantaggio in un mercato governato sempre più da internet dove la comparazione è immediata e dove vince sempre più la reputazione del territorio e la motivazione del viaggio.
Ecco perchè le provocazioni come le tue sono necessarie e sono necessari i luoghi di discussione perchè in Italia si cambi registro in tal senso. Continua così e aiutaci a coinvolgere la PA in questa sfida. E’ una sfida immediata ed importante, che non può più attendere e che ha bisogno del contributo e della voce di tutti. Per parte nostra lo faremo mettedoti/vi a disposzione il nostro portale www.markeingdelteritorio.info perché diventi un think tank permanente dove portare idee, best practice, esperienze e contributi utili a sostenere lo sviluppo della promozione internazionale del Sistema Italia.
A presto

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ricostruzione

Bravo Carlo, hai centrato il tema: da dove ricomincia questo paese a crescere, dove semina per poi svilupparsi? Io credo debba essere il tema della prossima campagna elettorale, ma chissà se ci sarà spazio. Io ti aggiungo che se le grandi componenti del nostro Pil, a cominciare dall'auto (12%) mostrano segni di incertezza, ci sono altri settori che vanno presi in seria considerazione. Io dal mio osservatorio ne vedo due: l'agroalimentare, che se ci metti agricoltura+trasformazione+mezzi tecnici+ distribuzione+ ristorazione farebbe il 15%. E tutto quello che possiamo chiamare fruizione del territorio: turismo, cultura, gastronomia, eccetera eccetera, parliamo di un altro 10%. ma questi due esempi non sono considerati oggetto di politiche per la loro crescita, perchè non ci sono nemmeno riferimenti istituzionali che li considerino nel loro insieme e quindi elaborino politiche mirate.
Lo dice Fuggetta sul blog: tutte quelle piccole imprese che non possono reggere le trasformazioni ormai compiutesi hanno una sola possibilità: ricomporsi in aggregazioni di un disegno più vasto (come i due esempi)che abbattano i loro limiti. Forse le reti di impresa saranno lo strumento, se lo lasceranno crescere.
da qualche parte occorre ripartire. cominciamo a rappresntare mercati (e non più settori merceologici come abbiamo sempre fatto) e lavoriamo su quelli.

Riflessioni

Noto che questa volta le sue riflessioni non sfociano nell'ottimismo che ha spesso caratterizzato i suoi interventi. Forse la foca non esce dalla buca perchè sta proprio bene al fresco del suo mare. In parole povere, secondo me questa crisi andrebbe analizzata dal lato della crisi stessa (o della foca, se preferisce) e non solo dal lato delle conseguenze della crisi in sè.
Se la crisi non finisce non è solo per l'incapacità delle classi dirigenti e dei sistemi socio economici che ne stanno subendo le conseguenze, ma anche per la capacità e l'abilità di altri sistemi che ne stanno beneficiando.
In sostanza, è come stare nello stesso condominio ma in appartamenti diversi: qualcuno riesce a pagare l'affitto, altri il mutuo ma qualcuno non riesce neppure a pagare le spese del condominio. La colpa è del condominio, inteso come amministratore delle regole comuni, oppure la responsabilità è di qualcun altro (forse anche di chi ha fatto male i conti in casa propria) ? Chiaro che la metafora del condominio non tiene conto che nella vita reale di ciascuno di noi alcuni non riescono a pagare perchè hanno perso il lavoro loro malgrado, ma riconducendola a livello di metafora è chiaro che i condomini alla fine arriverebbero a cacciare i personaggi da operetta che lei citava.
Il caso della regione Lazio, comunque, non è solo un problema di merito e selezione: è' anche un problema di responsabilità politica di chi doveva svolgere un ruolo di controllo politico (leggi opposizioni) sulle scelte della maggioranza. Da ciò un ulteriore considerazione che, a mio avviso, manca nel suo intervento: ma ci possiamo permettere il federalismo in questo Paese ? Secondo me no, ma di questo se potrebbe parlare a Forum PA............