Editoriale

Tra tagli lineari e spending review che fine ha fatto l'innovazione?

Oramai non fa più notizia o, meglio, non quanto dovrebbe: chiamiamoli tagli lineari o spending review la pubblica amministrazione viene vista e trattata come un corpaccione grasso da snellire rapidamente a colpi di mannaia piuttosto che di chirurgia estetica. Non ci sono dubbi che sia un processo, negli intenti ultimi, necessario ed inevitabile ma quello che lascia perplessi, ogni volta che si riaffronta il problema, è la mancanza di un progetto esplicito su quali siano i modelli operativi e gli strumenti che una pubblica amministrazione mutilata dovrebbe adottare nel cercare, a fronte della drastica riduzione dei costi, di svolgere la propria funzione di pubblico interesse. Una pubblica amministrazione che, continuando su questi passi, è destinata sempre più a diventare quel "regno inerme" ipotizzato da De Rita, sempre più distante dalla società e dai bisogni dei suoi cittadini.

In diverse occasioni abbiamo sottolineato l'importanza di avviare una riflessione su una nuova forma operativa che la PA dovrebbe prendere per poter assolvere alle sue funzioni: a più riprese abbiamo parlato di Governo della Rete, di Big Society, di innovazione sociale, di innovazione tecnologica.
Già, l'innovazione nella PA. Se la crisi non attanaglia solo il nostro paese, il nostro è invece tra i pochi a continuare a dare importanza marginale all'innovazione. Guardiamo i dati del Digital Agenda Scoreboard l'analisi che monitora i progressi dei diversi paesi nel raggiungere gli obiettivi dell'Agenda Digitale Europea. L'Italia è penultima in Europa, dietro ha solo la Romania, nella percentuale di cittadini che usano i servizi di e government: il 20% contro l'80% della Danimarca. Situazione simile la troviamo per quanto riguarda gli indicatori sulla penetrazione della banda larga o dell'e-commerce. Il nostro ritardo non si traduce soltanto in un deficit in termini di trasparenza, di partecipazione e di collaborazione ma anche di efficienza e di risparmio. Ad esempio, grazie alla ricerca di sprechi ora abbiamo una idea più precisa del numero e dei costi della auto blu ma invece non sappiamo nulla dei data center, dei centri di elaborazione dati utilizzati dalle diverse pubbliche amministrazioni a livello nazionale e locale, anche perché l'ultimo censimento risale al 2006. Eppure negli altri paesi è una della priorità rese possibili dalla nuove tecnologie cloud: si può risparmiare rendendo i servizi più efficienti e più economici. Il governo degli Stati Uniti con la sua iniziativa Federal Data center Consolidation conta di risparmiare 5 miliardi di dollari, mentre il governo australiano ha previsto un risparmio di un miliardo di dollari. Analoghi impegni sono stati presi dal governo del Regno Unito che ha esplicitato la propria strategia tramite il documento Government Cloud Strategy

E' inevitabile, quindi, la grande attesa che sta montando in questi giorni nei confronti delle politiche sull'innovazione di questo governo con il timore però che le azioni promesse rischino di diventare lettera morta, di fare cioè la stessa fine delle azioni dei governi precedenti a cominciare dal nuovo Codice dell'Amministrazione Digitale la cui applicazione avrebbe dovuto introdurre grandi risparmi nella PA ma le cui norme sono in gran parte disattese. Nelle prossime ore, nei prossimi giorni (speriamo non troppo oltre) capiremo meglio le intenzioni del Governo Monti in campo di innovazione, cioè quando finalmente vedranno la luce il documento di programmazione “La strategia italiana per un’Agenda Digitale” e il Decreto DigItalia che dovrebbe individuarne norme, risorse e modalità di attuazione. Solo allora sapremo se all'innovazione organizzativa e tecnologia sarà destinato un ruolo centrale nel ridisegnare un pubblica amministrazione che sia in grado di accettare la sfida di fare di più spendendo di meno o se verrà relegata a fare la ciliegina su una torta peraltro per niente appetibile.

In questo contesto difficile, noi, come al solito, vogliamo essere propositivi e lo facciamo a modo nostro, lanciando un nuovo supplemento al nostro portale dedicato all'innovazione: www.smartinnovation.it. Come scriviamo nella presentazione, il supplemento nasce con l’obiettivo di fornire un punto di riferimento per tutti i lettori attenti ai fenomeni d’innovazione che interessano il nostro paese. Si focalizza su tre grandi temi:

  • l’open government come modello di governance basato su strumenti e tecnologie che rendono le amministrazioni pubbliche aperte, trasparenti e partecipate dai cittadini;
  • l’innovazione sociale come capacità di sviluppare nuove idee e forme organizzative per affrontare i problemi della nostra società, anche grazie al supporto delle tecnologie;
  • la smart city come territorio che grazie alla diffusione di tecnologie abilitanti, ad una governance illuminata e alla partecipazione attiva dei cittadini riesce a garantire una superiore qualità della vita.

Sono tre prospettive di lavoro chiaramente correlate che rappresentano in questo momento storico importanti riferimenti per le amministrazioni pubbliche, le imprese e i cittadini che desiderano contribuire al cambiamento del paese. 

Da oggi seguiteci anche su SmartInnovation.it, il supplemento di forumpa.it per approfondire i temi dell'Open Gov, dell'Innovazione Sociale e delle Smart City
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Commenti

innovazione o distruzione? la seconda che hai detto...

Cari colleghi e Dr. Dominici
è di tutta evidenza che non importa a nessuno davvero nè dell'innovazione nè di riformare e migliorare la PA, anzi è opportuno che gli obiettivi siano irraggiungibili così da dare l'alibi al ministro di turno per tagliare. Lo dimostrano i fondi sottratti alla scuola pubblica e regalati al privato.
Che importa se la PA eroga servizi essenziali e senza fini di lucro! Chi se ne importa delle scoperte del CERN o di premi Nobel!
Nel nome del dio MERCATO tutto è meglio se è privatizzato e così chi potrà sostenere i costi di una istruzione onerosa o di una sanità costosa, bene, e che gli altri si arrangino.
Anche il personale è solo un peso morto da smaltire (possibilmente senza pensione) e dopo il nulla... o tuttalpiù precari a 3-6 mesi.
Non è uno scenario catastrofista: basta avere gli occhi per voler vedere. Rassegnamoci o... indigniamoci... ma sul serio!
Francesca

Innovare la PA Centrale e Locale

Egregio Dott. Dominici,
condivido integralmente il suo articolo e la ringrazio per lo spunto che mi da per aggiungere qualche ulteriore riflessione.
Se non si mette mano a riformare ed innovare la PA, che può essere vista, senza ombra di dubbio, come l’infrastruttura fondamentale di un Paese, l’Italia non riuscirà a uscire, in modo strutturale dal declino in cui si trova da decenni e dunque riprendere a crescere.
In particolare l’ICT può svolgere un ruolo centrale per contribuire ad innovare la PA, se utilizzata come mezzo e non come fine, ma questo richiederebbe la definizione di una governace strategica ed operativa, che:
• Centralizzi gli acquisti dei beni e servizi in ICT della PA per standardizzare e razionalizzare i costi ICT, in un quadro organico di visione strategica ed operativa della spesa per investimenti e della spesa per le operation. Questa scelta oltre a ridurre gli sprechi, minimizzerebbe i rischi di ruberie e corruzioni sulle gare d’appalto.
• Consolidi ed efficienti la gestione dei DATA CENTER della PA attraverso l’uso della tecnologia cloud. Nella PA abbiamo migliaia di Data Center che potrebbero essere consolidati, comportando riduzioni significative dei costi operativi, i cui risparmi potrebbero essere in parte re-impiegati negli investimenti necessari per innovare la PA.
• Implementi la banda larga per eliminare il digital divide.
• “Imponga” la realizzazione degli open data e degli open service dei principali (a tendere tutti) data base / sistemi della PA, dopo una attenta fase di “IT Architecture and Application Assessment and Review” per eliminare l’entropia in cui regna oggi il parco applicativo e tecnologico della PA (soprattutto nella PA Locale), dove ognuno fa quel che vuole: abbiamo portali di tutti i tipi, ma non esiste uno sportello unico (intendo dire un portale web unico) al cittadino e all’impresa, tramite il quale tutti i servizi (ma proprio tutti, dal welfare passando per l’istruzione per arrivare al fisco) siano erogati (attraverso una visione olistica, che mette al centro il cittadino/impresa e non i singoli enti/uffici della PA, costosi ed inefficienti). Per digitalizzare i processi operativi della PA dobbiamo rendere interoperabili i sistemi della PA: è un prerequisito infrastrutturale senza il quale non ci sarebbe la fattibilità tecnica!
• Riorganizzi il funzionamento operativo della PA Centrale e Locale, standardizzi i processi e le procedure operative, la produttività media attraverso i dimensionamenti delle risorse allocate per tipo di servizio erogato e per tipo di Ente (Comuni, Regioni, Province, ecc), standardizzi le soluzioni applicative e quindi la formazione utente. Questo punto è il più importante, in quanto se non si ri-disegna l’organizzazione della PA, quale debba essere il nuovo perimetro di azione (ambito) e soprattutto quale debba essere il suo funzionamento operativo in modalità “digitale”, qualsiasi iniziativa verrebbe vanificata, come del resto abbiamo assistito tristemente sino ad oggi. Usare la tecnologia per digitalizzare i processi e le burocrazie dell’attuale funzionamento della PA significherebbe fallire qualsiasi tentativo d’innovazione e di efficientamento della macchina pubblica. Peggioreremmo la situazione perché spenderemmo dei soldi in più senza alcun ritorno o molto parziale dell’investimento. I processi operativi attuali (per altro già chiamarli “processi operativi” è un complimento, in quanto oggi esiste poca cultura di organizzare il lavoro per processo/servizio secondo logiche end-to-end e poca cultura sull’importanza dell’efficienza e della qualità del servizio erogato al cittadino / impresa) sono poco digitalizzabili e quindi ci sarebbe un aggravio di operatività all’attuale burocrazia, da parte degli uffici, e quindi i servizi erogati sarebbero peggiori e ancora più costosi. Innovare la PA significa gestire un cambiamento epocale, che esige il disegno di una visione strategica “bipartisan” pluriennale (un nuovo paradigma) del ruolo della PA Centrale e Locale. Seguirebbe il ridisegno organizzativo e di funzionamento operativo e quindi la definizione di un ICT Strategy Plan, suddiviso in programmi operativi di intervento, che mediante l’ausilio delle tecnologie digitali, implementi gli strumenti/sistemi (il mezzo) necessari per garantire ai dipendenti della PA, opportunamente formati, di erogare ai cittadini e alle impresa, servizi efficienti, efficaci e a costi di molto inferiori a quelli attuali. Tutto questo richiederebbe un piano di comunicazione molto articolato, per far arrivare in ogni ufficio/dipendente della PA ed ad ogni cittadino, la sfida che gli attende per gestire “insieme” la grande trasformazione, attraverso un piano di roll-out che partendo dagli enti più virtuosi si estenderebbe gradualmente a tutta la nazione.

Credo che, non sia un libro dei sogni, ma che sia tutto molto fattibile. Il problema non è tecnico. Come è noto le tecnologie di oggi consentono di realizzare quasi ogni cosa. Ci vogliono le persone giuste (competenti ed oneste, meno politici e più manager tecnici e bravi implementatori), quelle che sono capaci di far succedere le cose, che riescono a mettere in pratica una buona strategia, uomini e donne all’altezza di una grande sfida, che con onore ed energia positiva siano portatori di questo indispensabile cambiamento, che è diventato un MUST per il nostro amato Paese.

Cordialmente
libero-pensiero@tiscali.it

Tagli PA

Purtroppo la PA, così come è complessivamente strutturata non è in grado di sfruttare le potenzialità dell'innovazione. Affiancare Europa Web ad un sistema che prevede ancora i bollettari vidimati a secco dal competente ufficio territoriale dove il commesso deve recarsi una volta al mese, portando un blocchetto alla volta o dove per il prelevamento delle unità archivistiche si devono compilare tre bollette con la carta carbone, mi pare decisamente poco promettente. Inoltre, spesso, questa lenta e pesante "macchina" è condotta da soggetti intellettualmente ancorati a stereotipi certamente non in linea con l'innovazione. L'innovazione si fa dal basso, non si può calare dall'alto e bisogna accertarsi che siano recepiti i concetti e ci sia la volontà di innovarsi per essere più efficienti. Ovviamente, ciò sarebbe più facilmente attuabile se ci fosse un ricambio generazionale, cosa di fatto impossibile perchè la PA deve smaltire l'enorme quantità di persone che il sistema politico in oltre 40 anni ci ha "sistemato". Se non si ha il coraggio di andare a tagliare i rami secchi non si andrà da nessuna parte e da penultimi arriveremo ad essere ultimi.

Innovazione e PA

Quando leggo espressioni come Cloud, Open data e tutte le altre soluzioni offerte dallo sviluppo tecnologico non posso non pensare alle diverse velocità a cui corre la nostra Pubblica amministrazione. Ci sono amministrazioni come l'Inps dove lo sviluppo della telematizzazione ha fatto passi da gigante (le domande di prestazioni e servizi devono essere presentate in via telematica) e altre caratterizzate da un assoluto immobilismo. Si potrebbero fare molti esempi di amministrazioni del secondo "gruppo". Io faccio quello del Comune di Roma (e stiamo parlando del primo comune d'Italia per numero di abitanti) dove ho avuto la sventura di richiedere al Dipartimento di Urbanistica il certificato di abitabilità di un immobile, e dove, per alcuni servizi, ci si deve recare sul posto alle 7 di mattina (un'ora e mezza prima dell'apertura) solo per poter scrivere il proprio nome su una lista artigianale attaccata fuori dalla porta.
Questo solo per dire che aldilà di tutti i proclami e le agende dettate dai vari Governi, spesso il progresso è frutto soltanto della buona volontà di qualche avveduto dirigente e del grado di maturità tecnologica della singola amministrazione. Ritengo sia perfettamente inutile parlare di Cloud per amministrazioni dove ancora ci sono galoppini il cui compito è quello di trasportare fascicoli da un ufficio all'altro oppure ci sono dotazioni e competenze tecniche rimaste ferme a vent'anni fa. I tempi dell'Agenda digitale non possono essere dettati in modo uniforme senza tenere conto di questo aspetto e senza tenere conto della maturità tecnologica della popolazione italiana, che di certo non primeggia in Europa.

Concordo

Brava, ben detto.