Editoriale

Pubblico o privato? Nel caso del CSI Piemonte dobbiamo andare oltre le ideologie

Parto da un caso concreto per pormi qualche interrogativo sulla difficile scelta se lasciare la produzione di servizi al privato o tenerla in mano pubblica. Premetto subito la mia idea: non ci sono scelte che vanno bene per tutte le occasioni. Va visto caso per caso e con serena oculatezza, ma non possiamo neanche accontentarci di soluzioni precotte per cui “il pubblico è sempre meglio” oppure, come attualmente va il pendolo, “il mercato è l’unica soluzione”. Partiamo da un caso, quello del CSI Piemonte - un consorzio di Enti pubblici partecipato da regione Piemonte, Comune di Torino e decine di altri enti piccoli e grandi della regione, con circa 1.200 dipendenti che ne fa una delle più grandi aziende ICT del Paese - e da un fatto: oggi CSI Piemonte corre il serio rischio di essere smantellato in nome del risparmio e del dogma per cui "privato è meglio". In questo caso, dopo aver visto le carte, esaminato i numeri e lo stato dell’arte, credo che la privatizzazione non sia una buona idea e rischi di essere un danno per l’economia della regione, per i cittadini, per il processo di digitalizzazione del Paese.

La Giunta regionale del Piemonte ha presentato un disegno di legge che prevede lo scioglimento del Consorzio e la sua sostituzione con una società pubblica con funzioni di pura centrale di committenza; le attività operative confluiranno in un'altra società, di cui è prevista la parziale o totale cessione a privati; tale società ha anche mandato di mettere sul mercato rami d'azienda separatamente.

Prima di argomentare la mia posizione su questo provvedimento premetto che ragiono come se tutti i soggetti fossero in buona fede e desiderosi solo del bene comune e che vorrei che su queste basi (cosa è meglio per i cittadini) si muovesse il dibattito che spero il mio editoriale susciterà, non su visioni politiche di parte che, pur legittime e apprezzabili, ci porterebbero a lotte di religione sterili.

Delle tante ragioni per salvare la proprietà pubblica del CSI elenco solo quelle che mi sembrano le più importanti:

  • Si tratta di un consorzio di enti pubblici, non una società e non una azienda in-house di un singolo ente. C’è dietro una visione che credo meriti di essere mantenuta e considerata come un valore per il futuro: quella di una PA che si coordina tra i suoi vari livelli, che fa cose insieme perché si riconosce portatrice di finalità e progettualità condivise, che si fa sistema sia sul piano alto degli indirizzi e della programmazione, sia su quello operativo della realizzazione. È qualcosa che va ben al di là delle economie di scala che si possono realizzare mettendo in comune dei servizi: è una concezione della PA come soggetto unitario e plurale.
  • Un soggetto pubblico può operare fuori da considerazioni di profitto e pertanto può produrre servizi anche laddove non ci sia (ancora o stabilmente) un mercato sufficientemente sviluppato da garantire la sostenibilità economica. Questo è particolarmente importante in un territorio come quello piemontese, caratterizzato dalla presenza di ampie aree montane fortemente svantaggiate sia sul piano infrastrutturale che su quello della capacità economica, oltre che da un’estrema frammentazione della presenza istituzionale (1200 Comuni!), che riduce quasi a zero le capacità di spesa (perfino se aggregata) di gran parte dei nostri Enti.
  • CSI per la sua stessa natura lavora in un’ottica di Pubblica Amministrazione integrata, di coerenza e interazione dei sistemi, molto più di quanto potrebbero fare dei privati interessati a difendere le proprie quote di mercato o di quanto possa imporre una centrale di committenza. Inoltre il Piemonte è stato un precursore sui temi della trasparenza, dell’open government e degli open data: credo che un soggetto consortile, che ha in sé i principi della collaborazione e dell’integrazione, possa lavorare meglio in questo senso.
  • Un consorzio che ha una così netta impronta territoriale può essere un importante volano per le PMI e per lo sviluppo di start-up. Molto si è fatto in passato su questa strada, ultimamente un po’ meno per una endemica scarsità di risorse, ma credo che per l’importante obiettivo di rivitalizzare la “creatività” tecnologica di una regione così storicamente fertile come il Piemonte, il CSI possa essere uno strumento prezioso.
  • Infine, last but not least, in questo momento di turbinoso e a volte confuso riorganizzarsi dell’informatica pubblica a livello centrale, con soggetti che muoiono anzi tempo e soggetti che ancora non sono nati, l’apporto di esperienza, conoscenza, errori e successi che può apportare il CSI sul piano nazionale, come autorevole interlocutore del Governo, mi sembra assolutamente non trascurabile.

Tutto da lasciare così quindi? Certamente no. Conosco CSI da oltre vent’anni e molte cose credo debbano cambiare, a cominciare da una maggiore attenzione ai costi per i piccoli comuni, all’aiuto alle Unioni di Comuni, alla gestione integrata non solo dei servizi, ma soprattutto della conoscenza per lo sviluppo, alla funzione di promozione e di indirizzo del mercato privato di ICT, soprattutto locale e giovanile. Eliminare però il consorzio, riducendolo solo a una cabina di regia, mi sembra un rimedio ben peggiore del male.

Volutamente non parlo dei rischi di una privatizzazione “a spezzatino” che lasciasse al pubblico le parti meno appetibili e remunerative e offrisse al mercato i pezzi migliori come ad esempio la gestione della sanità. Non che il pericolo non ci sia, non che tristi esperienze nazionali non ci debbano preoccupare in questo senso, ma voglio essere fiducioso sulla classe politica piemontese e anche sul controllo civico dei cittadini. Ma non è comunque il caso di abbassare la guardia.

 

Your rating: Nessuno Average: 4.2 (56 votes)

Commenti

Una sorpresa....

Caro Mochi Sismondi il suo editoriale per me e' una piccola sorpresa.
Di solito lei e' attendo a spronare la P.A. a fare bene la sua parte ed i politici ad agire nel rispetto dei ruoli.

- Se e' sano che gli enti territoriali si coordinino a vari livelli ed abbiano "progettualita' condivise" perche' non lo fanno con le loro strutture amministrative (che lei di solito invita a rispettare, valorizzare e utilizzare al meglio) ma e' giustificato inventare -o mantenere- un consorzio apposito? Il coordinamento e' un compito vietato ai funzionari pubblici di enti diversi (del Piemonte)? Poi perche' farlo solo per l'informatica?

- In passato ha speso molti elogi verso le iniziative di CNIPA e DigitPA per sviluppare nelle amministrazioni la capacita' di esprimere i bisogni di informatica; oggi si spengono con una frase che agita lo spettro del profitto dicendo -sostanzialmente- invece di migliorare la domanda pubblica (centrali di committenza) e sfruttare una sana concorrenza tra privati, le amministrazioni assumano altre persone (oltre i funzionari che hanno)?

- Se CSI non e' un'azienda in house di un singolo ente, perfezioni l'uso del grassetto perché sembra che lei sostenga che CSI non sia una in-house del tutto, e allora va ricordato che vive di affidamenti diretti senza gara.

- Se CSI e' un consorzio per il coordinamento, perché realizza servizi informatici -cioe' ha centinaia di dipendenti che realizzano sistemi e programmi- per (lei ha guardato i numeri) probabilmente centinaia di milioni di euro l'anno?

- Quali sono i dati in base ai quali la scelta del Piemonte (un consorzio per l'informatica) risulta aver portato la regione cui appartiene in posizioni di netta superiorità rispetto ad altre, tanto da giustificare il suggerimento di promuovere l'esperienza a livello nazionale? Quali sono gli studi che dimostrano che il Piemonte e' ampiamente superiore alle regioni che hanno scelto strumenti "convenzionali" per raggiungere i loro obiettivi?

Un altro commento giustamente ricorda due delle ragioni principali per le quali gli enti pubblici hanno fatto abbondante ricorso alla creazione di società esterne: poltrone e assunzioni. Mi permetto di aggiungere: il debito. Molti enti, in tutta Italia, si reggono al limite della bancarotta, attraverso enormi debiti nei confronti di società loro controllate, le quali poi, come secondo livello, accedono al credito. In questo modo gli enti evitano il fallimento tenendo un livello di debito che non potrebbero avere verso un sistema bancario (sano). Cosa le risulta in Piemonte?

Anche la premessa sull'obiettività, a parte il contenuto condivisibile, sembra un' escusatio non petita... Di solito apprezzo i suoi articoli, questa volta non mi ha convinto.

Valorizzare la Pubblica Amministrazione

Valorizzare i dipendenti della PA rendendo loro Dignità e Professionalità.

In un periodo di crisi e di tagli necessari anche nelle PA inefficienti, quanti sono i dipendenti della regione Lombardia? 3.100 e quanti sono i dipendenti della regione a statuto speciale che trattiene il 100% dei tributi regionali come Irap? 19.700, e quanti gli abitanti e le superfici delle due regioni? Estendiamo il concetto di autonomia fiscale delle province di Trento e Bolzano a tutte le province d’Italia.
Se la dignità, il rispetto e la responsabilità del pubblico dipendente e del rappresentante eletto nell’amministrazione, che per quante inefficienze si possano imputare alla Pa, ovunque si trovi un’eccellenza, questa è il frutto della dedizione, del sacrifico e della missione di uno o più pubblici dipendenti, il cui movente non è che il senso del servizio.
Allora per valorizzare il pubblico dipendente competente che si aggiorna ed è efficiente e non va in palestra durante l'orario d'ufficio, e che non commette atti di corruzione è necessario separare le mele marce dalle mele buone. Non bastano le pagelline di Brunetta se poi i corrotti non possono essere licenziati, perché la corruzione non comporta l’interdizione nella PA (art 29 CP).
Integriamo l'articolo 55 quater, comma 1, lettera f) del decreto legislativo n°150/2009, noto come decreto Brunetta sulla riforma della PA, in cui la condanna definitiva per un qualsiasi reato contro la PA a prescindere dall’entità della condanna deve comportare il licenziamento disciplinare senza preavviso, ovviamente se il reato non comporta l'interdizione perpetua dalla PA (condanna non superiore a 5 anni) il pubblico dipendente può provare a ricollocarsi in un'altra PA, ma da quel contesto lavorativo deve uscire.
Se il mio capo ufficio, che è ai domiciliari perché indagato per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e al falso in atto pubblico, era già stato condannato ai tempi del pool Mani Pulite, (tralasciamo che percepisce solo il 50% dello stipendio che paghiamo noi contribuenti), tra diciotto mesi rientra e io dovrei prendere ordini o collaborare con costui? Piuttosto mi faccio trasferire, ma il trasferimento non me lo concedono. Valorizziamo i dipendenti della PA concedendo per motivi di merito trasferimenti tra le PA. Chi è agli arresti domiciliari non deve percepire lo stipendio, se poi viene assolto perché il fatto non sussiste allora il Gip deve risarcire.
Un altro modo per valorizzare il pubblico dipendente è estendere la responsabilità amministrativa a tutti i dipendenti della PA per qualsiasi negligenza, attualmente ricade solo per gravi negligenze.
Se un agente della stradale mi ferma per un mese un autista con la sospensione della patente e mi ferma per un mese l’autocarro con il ritiro della carta di circolazione, per incompetenza, poiché non sa che in caso di veicoli provenienti dall'estero con tanto di Cmr il divieto di circolazione nei giorni festivi per autocarri superiori a 7,5 ton di massa complessiva a pieno carico nelle strade extraurbane viene posticipato di due ore, deve essere possibile citarlo in giudizio con una procedura semplificata se vinco il ricorso dinanzi al giudice di pace. Attualmente se ti rivolgi al comando della Polizia Stradale dell'agente che ha commesso questa negligenza, ti senti rispondere: "faccia ricorso", invece la notifica al capo ufficio verbali della Stradale dell’errata applicazione del Codice della Strada dovrebbe implementare un procedimento di corresponsabilità amministrava diretta, se non mi annulla il verbale e mi riconsegna i documenti.
Se un direttore della Motorizzazione non riconosce i posti aula per i corsi Adr (merci pericolose) previsti dal DM 317/95 e il Tar lo condanna, dovrebbe pagare tutte le spese legali, invece il Tar lo condanna al risarcimento di una piccola parte delle spese legali fatturate sostenute, che poi vengono pagate con le tasse dei contribuenti e al momento sono trascorsi nove mesi e non si sono ancora visti quei soldi.
Se un capoufficio, quando i trasferimenti tra le PA non sono valorizzati,‘valorizza’ un ex furbo corrotto perché produce per due impiegati, perché riesce ad ordinare rettangoli di colore rosa in ordine progressivo, ma intanto diffondono entrambi l’etica della corruzione e tutto appare lecito…
Molti dirigenti dalla PA sanno che possono permettersi soprusi perché anche se li citi dinanzi al Tar loro sono avvantaggiati. Responsabilizziamo la PA per valorizzare le mele buone.
L’art 28 della Costituzione prevede che in caso di danno provocato da un dipendente pubblico, sia lo Stato a risarcire il cittadino danneggiato e solo successivamente lo Stato si rivale sul dipendente. Il danno deve essere cagionato dal dipendente nell'esercizio delle sue funzioni a seguito di una condotta illegittima. ma la responsabilità amministrativa è vincolata ai soli casi di dolo (intenzione di causare un danno allo Stato) o di colpa grave (cioè di una negligenza grave) per cui un dipendente pubblico che causa un danno erariale alle casse dello stato, con una negligenza minima non incorre nella responsabilità amministrativa.
La responsabilità amministrativa viene decisa dalla Corte dei Conti e impiega molto tempo per vedersi conclusa. Tra la citazione in giudizio da parte del Procuratore Regionale e la pronuncia in primo grado passano più di sei mesi, la proposizione dell'appello alle tre Sezioni Centrali aggiunge un ulteriore anno.
Bisogna: snellire questi tempi, implementare la responsabilità amministrativa ad ogni negligenza anche lieve e ridurre i costi di un ricorso amministrativo.
Quanto costa solo di bolli un ricorso amministrativo al Tar, al Consiglio di Stato, alla Corte dei Conti, al Capo dello Stato? Se abbassiamo il costo dei bolli si metterebbe il cittadino nelle condizioni di fare ricorso contro i soprusi, invece il costo del ricorso che poi anche in caso di condanna della pubblica amministrazione viene riconosciuto solo in parte, mette i funzionari della PA in una situazione privilegiata.
Se la commissione d'esami presso una certa provincia per l'accesso ad una tale professione commette un eccesso di potere devo annullare l'atto amministrativo e per fare questo devo rivolgermi ad un legale in quanto non è possibile presentare il ricorso senza essere assistiti e il costo dei bolli è tale che al cittadino conviene ripetere l'esame e incassare il sopruso. Ridurre il contributo unificato per il ricorso, rendere facoltativa la presenza di un legale, chi sbaglia paga per intero le spese processuali.
Il capo ufficio e il dirigente di una PA devono essere considerati corresponsabili per un illecito civile e penale commesso dal suo segretario, altrimenti ci troviamo che il capo ufficio firma un ordine di turni di servizio che materialmente compila la segretaria, che ora si trova agli arresti
domiciliari per corruzione e il dirigente poiché non ci sono prove nemmeno si trova indagato. Se il capo ufficio fosse corresponsabile con il sottoposto certamente andrebbe controllare, invece di lavarsi le mani dicendo "ognuno si assuma le proprie responsabilità". Se un direttore di una PA ha più di cinque dipendenti agli arresti domiciliari per associazione per delinquere finalizzata ad un qualsiasi reato contro la PA come corruzione deve essere trasferito per non avere adottato idonee misure di prevenzione.
L’imprenditore che non comunica la Pec (posta elettronica certificata che sostituisce la RR) viene sanzionato dal art 2630 del CC, modificato dalla legge 180/2011, che regola la violazione di obblighi incombenti sugli amministratori: "Chiunque, essendovi tenuto per legge a causa delle funzioni rivestite in una società o in un consorzio, omette di eseguire, nei termini prescritti, denunce, comunicazioni o depositi presso il Registro delle Imprese è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 103 a 1.032 euro" e non può nemmeno operare, mentre la PA che ha il dovere di dotarsene non è sanzionabile se non usa la e-mail. Perché non prevedere una sanzione per tutte le PA inadempienti? Sarebbe un modo per snellire la burocrazia nella PA e per premiare le PA efficienti.
Non chiediamo di licenziare i pubblici dipendenti in esubero applicando l’art 18 nel processo di fusione del doppio inutile Archivio Nazionale Veicoli presso il Pubblico Registro Automobilistico gestito dall’Aci e presso il Ministero dei Trasporti, chiediamo di investire in una nuova etica della PA fondata sulla legalità, sulla trasparenza e sulla valorizzazione dei suoi dipendenti, senza aspettare il recepimento di una direttiva europea.

Sulle partecipate

Con tutto il rispetto -e la sincera ammirazione- per i casi in cui funzionano veramente, l'idea che mi sono fatto delle varie partecipate (consorzi, in house, controllate, semi-pubbliche, e perchè no, anche le agenzie) è che servano principalmente a due cose:

1) Dirottare facilmente fondi pubblici dove si vuole, riducendo al minimo, se non evitando completamente, le gare.
2) Assumere persone senza concorso, ogni qualvolta possibile... e anche oltre.

C'è anche da comprenderli, i nostri politici: soldi & voti sono per loro come il miele per le mosche.

Tutto il resto, l'efficienza, l'efficacia, la riduzione dei costi, la semplificazione, eccetera sono spesso slogan utilizzati per riempire le delibere e le leggi che servono alla creazione di tali soggetti. Per cui non è solamente una questione di pubblico contro privato, che è un falso problema (si hanno ottimi risultati quando ognuno fa il suo mestiere) ma di gestione onesta e lungimirante delle risorse pubbliche, nonchè di rispetto delle leggi sulle assunzioni. Speriamo nella Corte dei Conti...

Enti in house

Sono perfettamente d'accordo con Fabrizio. Mi chiedo quanto dovremo aspettare per assistire allo smantellamento totale di queste società "in house" che hanno compiti di "supporto" (in realtà di vera e propria sostituzione) alla P.A., lavorano con fondi pubblici e percepiscono stipendi da privati di alto livello, dove si entra senza alcun concorso e dove spesso si passa il tempo a fare aria fritta della miglior specie. Via dalla P.A. questi enti inutili e con essi il relativo personale, tanto sono giovani e possono cimentarsi altrove (visto che sono tanto più bravi dei veri statali). Invece purtroppo ce li ritroviamo tutti negli organici, prima o poi, e finisce che per pagare tutta questa massa di gente lo stipendio ci diventa sempre più un magro sussidio, soggetto a tagli e decurtazioni di vario tipo senza discrimine alcuno tra chi si è sobbarcato un concorso (dovrebbe essere la norma delle modalità d'ingresso, sta diventando l'eccezione) e chi no. Vergogna, non vogliamo sentir parlare di tagli fino a che non si saranno annullati questi veri e propri abusi di potere.

CSI Piemonte

Credo che il tema vada rivisto in un più generale ragionamento sull'innovazione del sistema paese. E' vero, come dice Carlo, che non si può fare di ogni erba un fascio, ma è anche vero che noi siamo il paese dei distinguo, e credo sia ora di farla finita.

Io non ho una posizione a priori favorevole o contraria alle società in-house. Credo che il loro valore vada visto da ciò che producono in termini di apertura all'innovazione, di guida al cambiamento, di capacità di guardare al futuro con gli occhi del futuro e non con quelli del passato.

Se guardiamo alle cose da questo punto di vista, per quello che vedo io, credo che siano molto poche le società in house in grado di poter dire qualcosa di nuovo. E quindi, secondo questa mia personalissima metrica, andrebbero chiuse. Immediatamente.

Lo stesso dicasi, però, per le società cosiddette di mercato: andrebbero chiuse tutte. Sono tutte, indistintamente, dedite al profitto senza un filo di intelligenza. Non voglio criminalizzare il profitto, ma ridurre il paese in uno stato di medioevo culturale è colpa anche loro.
Loro non innovano perchè innovare gli farebbe perdere le rendite di posizione. Questi sono i risultati cui ci ha portato il capitalismo, signori.

Se avessi la fortuna di possedere un prezioso oggetto d'antiquariato, me lo terrei ben stretto. Ma certo non costruirei il mondo intorno a me in funzione di quell'oggetto.

Quindi, costruiamo un'ontologia della conoscenza della PA, quindi dismettiamo tutto il software legacy, e ricostruiamolo a partire dalle ontologie.
Costerà non più di un decimo rispetto a tenere in piedi tutti questi carrozzoni ambulanti.

Le persone dovranno essere ricollocate in base alle proprie capacità, alle proprie competenze, alla loro volontà di aggiornarsi culturalmente e tecnologicamente.

Un grazie Consulenti del Lavoro per questa iniziativa

La nostra Città è stata, per tre giorni, fucina di nuove proposte e idee riguardanti welfare, lavoro, e sicurezza in ambiente di lavoro, sarebbe opportuno e doveroso ricordare e non sottovalutare i passi in avanti fatti, grazie anche all’impulso del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. La sua opera di sensibilità ha contribuito non poco ad accrescere il rispetto per il valore del lavoro e quello della dignità, e quindi della sicurezza, per i lavoratori. Se abbiamo il Testo unico in materia di salute e sicurezza sul lavoro è merito suo. Leggendo accuratamente, dopo aver seguito i lavori, sentito alchimie di analisi, proposte che sembravano prospettare grandi soluzioni all’attuale tensione economica di lavoro, mi concretizzavo, dai miei voli pindarici, orgoglioso dell’iniziativa di grande gusto culturale, ascoltare, tecnici e politici alla disperata ricerca di una bussola che indichi la strada di una nuova intesa, cercando, quali punti di riferimento, nella mia solitudine riflessiva ho ricordato uno spunto, più volte espresso dal Magnifico Rettore Prof. Pecorelli, condivisa anche dal Direttore Generale Dott. Periti, dell’Università Statale di Brescia, sul tema di come rivalutare le risorse professionali acquisite nell’arco della vita lavorativa e formativa. Riqualificando e mantenendo l’attività lavorativa nella veste di “TUTOR”. Infatti, il ruolo, la distribuzione e il significato del lavoro lungo l’arco della vita sta subendo profondi mutamenti e, in relazione alle età mature, non è ancora chiaro come si combineranno processi complessi e interconnessi come la flessibilizzazione del mercato del lavoro, la estrutturazione e la desincronizzazione del corso di vita, e la rimodulazione dei sistemi di protezione sociale. Lo stesso significato sociale della vecchiaia è oggi particolarmente ambivalente e l’idea forte della vecchiaia come tempo del non lavoro, sembra essere sempre meno appropriata. La ricerca si colloca all’interno del dibattito sul rapporto tra invecchiamento e lavoro, focalizzando l’attenzione in modo particolare sul mercato del lavoro e sui meccanismi di regolazione della partecipazione dei lavoratori più anziani. Si tratta di una tematica complessa che per sua natura si colloca all’incrocio tra diversi filoni di ricerca ed a cavallo tra più ambiti disciplinari che in Italia, pur beneficiando di rilevanti studi e contributi di ricerca, non è ancora oggetto di una letteratura omogenea e consolidata. Spesso l’attenzione è stata concentrata soltanto sull’aspetto previdenziale, o sugli ammortizzatori sociali, o – in misura minore – sul mercato del lavoro, senza approfondire le reciproche interazioni tra i meccanismi di mercato, quelli previdenziali e quelli assistenziali. D’altra parte, una quota rilevante della ricerca su questa tematica è stata orientata da un approccio economico ed econometrico che ha sottovalutato la dimensione istituzionale della questione. Spesso, in particolare, l’individualismo metodologico di stampo economicistico si è limitato a stimare in termini di utilità i costi/benefici della scelta tra lavoro e non lavoro (nell’ipotesi della disutilità del lavoro), trascurando gli aspetti simbolici di tale scelta, il significato sociale del lavoro e le caratteristiche specifiche dei vari contesti di azione. Anche se sono convinto che per riavviare il nostro Paese serve: 1) modificare lo Statuto dei Lavoratori, 2) i Sindacati mettano a disposizione parte del loro patrimonio per la formazione, per la cassa integrazione e che possano loro diventare a diventare agenzie per il Lavoro? Penso che per difendere e gestire il lavoratore siano più che sufficiente i Consulenti del Lavoro o no..! Questo contributo è dettato dall’orgoglio di sentirmi parte della mia Città e mi ha addolorato constatare il vuoto lasciato nelle aule Universitarie. Desidererei che l’offerta Universitaria fosse ampiata con nuove opportunità di studio e ricerca istituendo ad esempio il corso di Laurea in Veterinaria, Criminilogia e perché nò anche un nuovo profilo di Corso di Laurea in Protezione Civile, Corso di Laurea in Consulenti Ispettori Sicurezza Lavoro con fondamentale conoscenza anche delle “problematiche di tutele di genere e pari opportunità”. Ricordo che, le strutture affini private e pubbliche sono già in essere nella nostra realtà; Mancherebbe solo la volontà di attivarLi. C’è bisogno di una politica sul lavoro che unisca e non divida le forze sociali. Sono sicuro che Consiglio dei Consulenti del Lavoro Bresciani Voglia tenere a Brescia questo festival e farne un orgoglio per la nostra Città e saprà trasmettere ai giovani l’importanza della cultura della sicurezza sui luoghi di lavoro, del tempo libero e quanto sia importante entrare nel meccanismo culturale che la formazione deve diventare parte del patrimonio nell’arco di tutta la vita lavorativa. Il lavoro è sempre stato un potente fattore di libertà e dignità della persona; per questo valore vale la pena di impegnarsi. Grazie Consulenti del Lavoro per questa iniziativa.
Celso Vassalini
Brescia giugno 2012

Off Topic

Ma questo post in che modo si lega all'articolo di Carlo Mochi Sismondi? Ce lo può spiegare il signor Celso Vassallini?

Informatica pubblica o privata

Premetto di non conoscere CSI per cui sulla sua funzionalità o meno non so dire, posso solo esprimere un'opinione in merito dati i miei 30 anni abbondanti in un'amministrazione analoga con altrettanto analoghi problemi e soprattutto visto che mi interesso da 20 anni di questioni informatiche.
A mio avviso partire con l'assioma che privato o pubblico è bello a prescindere è una stupidaggine assoluta.
Quello che risponde ai bisogni della funzione pubblica (servizi al cittadino) e costa il giusto (se di meno meglio) è bello.
Quindi la questione è come si fa funzionare l'informatica in-house o simil in-house oppure l'esternalizzazione.
Se, come nella mia amministrazione, per riuscire ad avere un'applicazione che definisco di media difficoltà, ci vuole minimo 1 anno ma normalmente si viaggia a 2 anni, allora scusatemi vuol dire che qualcosa non funziona.
Ma quello che non funziona non è la professionalità di sta nella societa informatica nel nostro caso in-house ma nelle farraginose e burocraticissime regole che la P.A. ha inventato per regolare la realizzazione di qualsiasi applicazione. Tre - quattro passaggi con documenti su documenti che portano via dai 6 mesi ad 1 anno aggiuntivo a quello che invece si potrebbe fare con un'azienda privata.
A questo punto privato è meglio? Ma...
I problemi con un'azienda privata dipendono sempre dalle regole. Se si affida in toto la gestione informatica all'esterno cosa cambia se le regole restano le stesse? Praticamente nulla! Solo la proprietà della gestione - magari di amici di amici... - e di conseguenza il trattamento economico dei dipendenti che sarebbero i primi a perderci ma di conseguenza, credetemi, anche il servizio al cittadino visto che il privato è - giustamente - allergico agli orpelli burocratico amministrativi inventati da alcuni nostri super burocrati.
Un'amministrazione come una Regione con centinaia se non migliaia di dipendenti ha un'organizzazione e struttura molto complessa e quindi quale società privata sarebbe in grado di assumersi tale incarico?
Non di certo una piccola società! Parliamo di IBM e dimensioni simili. Ci sarebbe una forte ricaduta sulle piccole aziende?
Sicuramente si ma non credo così importante come molti sperano.
La gestione informatica della Sanità nella mia regione è tutta centralizzata in questa società.
Chi è in grado di subentrarvi? Oggi i livelli di servizio sono comunemente riconosciuti come elevati e da utente posso dire che lo sono.
Ma davvero credete che privatizzare tutto (e vediamo che molti privati per prendere gli appalti fanno di tutto...) risolva i problemi? Abbiamo visto mille volte che la cosiddetta privatizzazione non ha portato altro che scarsi risparmi (a volte neanche quelli) e servizi raramente migliori.
Qual è la soluzione? Buttare via il bambino con l'acqua sporca?
Cambiare le norme che regolano i rapporti tra la società informatica di proprietà pubblica e la P.A.?
Non ho soluzioni ma solo tante tante domande ma la principale è praticamente una constatazione ovvero se noi che lavoriamo nella P.A. non cominciamo a spegnere il pc, la luce e la fotocopiatrice uscendo dall'ufficio e quindi anche nella gestione di cose più importanti come i rapporti con la gestione del S.I. ovvero se non ci comportiamo con l'oculatezza che dovremmo avere anche a casa nostra allora è giusto che tante parti del nostro lavoro vadano fuori. Quasi certamente, anzi ne sono certo, l'accuratezza con cui certe attività verrebbero fatte calerà, in altri casi forse migliorerà ma siamo noi e per primi quelli che sono stati eletti a dover cambiare registro.
Chiudo con un esempio attuale, dovremmo automatizzare un'attivià che ora svolgiamo in alcuni passaggi. Il volume di lavoro non è particolare, circa 1 settimana l'anno. Ora ho fatto presente alla dirigenza di valutare l'economicità di tale operazione, vorrei che per una volta si facesse il conto di quanto costa all'amministrazione la settimana annuale di lavoro della persona addetta moltiplicata per gli anni di lavoro previsti in confronto al costo di realizzazione dell'applicazione necessaria e la sua messa a punto e manutenzione. Esagerando, tutto compreso la persona addetta può costare 700 Euro la settimana, il lavoro può durare 5 anni, aumenti di spitendio dimentichiamoli (...) per cui 3.500 Euro di costo/personale, aggiungiamoci i costi generali, arriviamo pure a 5.000 in totale per tutti i 5 anni. Vi posso assicurare che l'applicazione costerà molto di più! Solo la manutenzione non potrà che costare i 1000 Euro l'anno! Cominciamo a fare anche questi conti?
Saluti a tutti.

P.S: in ufficio io la luce ecc... le spengo, come a casa mia.

Informatica pubblica o privata

condivido l'idea che non sia corretto parlare di Pubblico o Privato in termini ideologici (bello o brutto) a prescindere dai fatti, e quindi prima di dire cosa conviene in termini economici (costa meno o costa di più), desidero riportare la domanda sulle funzioni di una PA.

Prima di definire se il costo dello "strumento" sia migliore se prodotto all'interno o esterno, mi permetterei nuovamente di porre all'attenzione il problema del "perché" debba o possa essere, nel caso dell'informatica, interno. La PA ha consumato tonnellate di carta e senza carta non si rilasciano documenti, qualcuno potrebbe giustificare la proprietà di cartiere in un ente pubblico?

Non dovrebbe esistere questa possibilità semplicemente perché la PA non è un'azienda e semplicemente perché non dovrebbe vendere servizi come se fosse un'azienda. La sua natura pubblica la vincola nelle procedure, il suo essere "senza fini di lucro" è un ordine imperativo che giustifica il fatto che i propri dipendenti sono "protetti". La qualità dei suoi dipendenti sarebbe la sua naturale forza. Il suo prodotto è la certificazione in tutte le funzioni pubbliche. Il suo prodotto dipende dalla qualità dei suoi dipendenti e dalle regole del suo funzionamento quale organizzazione. Questa la missione della PA.

Sono regole e non concessioni al cittadino. Se poi, esiste una azienda partecipata che voglia competere sul mercato: bene! Deve rinunciare al suo status pubblico e investire "suoi" soldi, preparare i suoi dipendenti, organizzare il lavoro, pagare le tasse come gli altri, investire in ricerca e sviluppo con i suoi ricavi. Questa non è ideologia è buon senso.

Il problema dell'outsourcing (il caso di gestione esternalizzata dei sistemi) verso grandi aziende è un problema, ma...le regole chi le ha scritte? Si continua a confondere il "regolatore" con il "regolato" con molta disinvoltura. Semplicemente, se le aziende che gestiscono i sistemi non potessero partecipare alle gare dello "sviluppo di nuove applicazioni", per lo stesso ente, si separerebbero i mercati separando gestione e produzione (cosa assai sana in termini di certificazione della qualità). Così come si potrebbero applicare altre regole di buon governo, e non cervellotiche, dei progetti. Le regole chi le scrive?
Se non vi fossero interessi più o meno nascosti, nelle PA, le regole sarebbero più chiare, trasparenti, e metterebbero tutti in condizione di partecipare e di assicurare qualità e presenza.

Prima di analizzare il prezzo ... esiste il problema di analizzare la funzione. La PA dello stato non è un'azienda, deve semplicemente funzionare bene e non sprecare soldi pubblici. Prima realizziamo questo prima, forse, riportiamo un po' di logica e di certezze anche nelle piccole aziende.

Grazie e saluti

L'ambiguità del pubblico

Dopo aver letto con attenzione, analizzato le storie dell'esperienza vissuta, i pro e i contro, devo ammettere di non condividere più (ciò significa che una volta condividevo) l'idea del pubblico.

I problemi che desidero porre sono di diversi ordini e partono da alcune domande semplici:

- perché le pubbliche amministrazioni dovrebbero produrre "i mezzi" necessari al loro lavoro? Forse producono le automobili che servono nell'esercizio delle funzioni?

-perché le aziende partecipate dovrebbero fare ricerca e sviluppo con i soldi pubblici ponendosi in concorrenza sleale con i produttori privati? Inoltre, perché un'azienda partecipata, che in modo esclusivo e con i soldi pubblici, produce servizi per uno specifico ente poi può venderli altrove e in taluni casi con meccanismi di privilegio?

- perché i buchi delle aziende partecipate (non parlo del caso Piemonte ma in generale) dovrebbero essere coperti con soldi pubblici se vendono anche sul mercato?

- perché in moltissimi casi non esistono metodi pubblici per l'assunzione di personale in queste entità, la cui natura ibrida consente arbitrarietà come e talvolta peggio delle aziende private?

- perché i servizi digitali sono spesso solo di facciata e non entrano nella reale possibilità di agire digitalmente a distanza? Chi commissiona a queste aziende servizi informativi e non operativi? Forse perché in fondo sono più semplici e non devono essere sottoposti a collaudi seri?

- perché i risultati, in Italia, sono così poco innovativi ed efficaci? Ad oggi le aziende partecipate detengono un grande potere quasi monopolistico, quindi i risultati attuali non dipendono dai privati.

L'idea che le aziende private, i professionisti, gli studi, le partita iva libere, non siano lavoratori con uguale senso civico delle aziende partecipate temo sia una visione molto parziale e non lungimirante. Mentre le PA sostengono economicamente le partecipate nel frattempo le PA hanno debiti con "i cattivi" privati. Strano, ma chi sostiene chi?

Ho un debole per l'idea di una Pubblica amministrazione seria, vicina al cittadino, che gli semplifichi la vita quale detentore di dati rilevanti, che renda i propri dipendenti sereni nel loro lavoro perché ne hanno diritto; però questo non esclude che taluni servizi possano e talvolta debbano essere realizzati da coloro i quali ne abbiano la giusta professionalità indipendentemente che siano privati o pubblici. Assicurare la qualità del futuro dei dipendenti delle partecipate in cosa differisce dall'assicurare ad un dipendente di una PMI la possibilità di poter lavorare?

Infine, il problema del "fine di lucro" è serio. Comprendo il tema, ma mi chiedo solo come mai in questo paese esista il sistema più burocratico ed inefficiente di gestione degli appalti e delle gare. L'innovazione non paga, i dirigenti della PA non se ne fanno carico perché forse potrebbe essere rischioso per le loro carriere; paga il ribasso del prezzo e talvolta (i notiziari ne sono pieni) la conoscenza con i detentori del potere. E questo, ancora, non credo che dipenda dai privati.

Grazie per l'accoglienza e saluti

confermo l'ambiguità del pubblico

Paolo la tua risposta la trovo aderente a quanto volevo esprimere, ma arrivo un po' tardi; quindi grazie per quello che hai scritto.
Aggiungo che per il controllo e riduzione della spesa pubblica si dovrebbe evitare l'intreccio di interessi ed attività che distolgono le valutazioni di efficienza e dei suoi costi e benefici, con le relative scelte.
Quindi la PA deve essere impegnata a dotarsi di strumenti per erogare i migliori servizi, non produrli; il mercato esterno è ricettivo per produrli; la difesa non produce aerei, mezzi blindati, armi per la difesa ecc.
A volte mi do dello scemo come cittadino perchè pago le tasse per alimentare i cosiddetti Centri Servizi che fanno concorrenza al mio business, che con i soldi pubblici fanno dumping (con i miei soldi) mantenendo così competenze che diversamente sarebbero da dismettere e sicuramente esuberanti ed incrementando la passività dello stato (che poi Monti ci chiede di coprire).
Se un concorrente privato facesse la stessa cosa almeno Monti non mi aumenta le tasse per coprire il disavanzo della concorrenza ;-)
Per questo la crisi e le difficoltà ci obblicano a scegliere quindi per me PRIVATO è meglio!

confermo l'ambiguità del pubblico

Paolo la tua risposta la trovo aderente a quanto volevo esprimere, ma arrivo un po' tardi; quindi grazie per quello che hai scritto.
Aggiungo che per il controllo e riduzione della spesa pubblica si dovrebbe evitare l'intreccio di interessi ed attività che distolgono le valutazioni di efficienza e dei suoi costi e benefici, con le relative scelte.
Quindi la PA deve essere impegnata a dotarsi di strumenti per erogare i migliori servizi, non produrli; il mercato esterno è ricettivo per produrli; la difesa non produce aerei, mezzi blindati, armi per la difesa ecc.
A volte mi do dello scemo come cittadino perchè pago le tasse per alimentare i cosiddetti Centri Servizi che fanno concorrenza al mio business, che con i soldi pubblici fanno dumping (con i miei soldi) mantenendo così competenze che diversamente sarebbero da dismettere e sicuramente esuberanti ed incrementando la passività dello stato (che poi Monti ci chiede di coprire).
Se un concorrente privato facesse la stessa cosa almeno Monti non mi aumenta le tasse per coprire il disavanzo della concorrenza ;-)
Per questo la crisi e le difficoltà ci obblicano a scegliere quindi per me PRIVATO è meglio!

processi di trasformazione

Ho cercato inutilmente un documento che riportasse le quote di capitale dei consorziati, quindi non sono in grado di dire se la regione ricopra da sola piu' dei due terzi del totale del capitale. Ove fosse cosi' quanto segue non avrebbe alcuna rilevanza, perche’ anche in assemblea avrebbe la maggioranza qualificata necessaria per approvare la trasformazione del consorzio in SPA etc. etc.
In questo caso sono assolutamente rilevanti le considerazioni dell'articolo di cui sopra.

Ma se la regione non possedesse più dei due terzi delle quote di capitale si porrebbe un problema di metodo: il Consorzio e' una impresa, ha un suo statuto e suoi regolamenti. Nello Statuto esistono specifiche procedure per la chiusura (art. 27), mentre NON ne e' prevista alcuna trasformazione. Per la chiusura anticipata rispetto alla data prevista del 2105 è necessario “Il recesso di tutti gli Enti promotori e sostenitori determina di diritto lo scioglimento del Consorzio”. Mentre per particolari altri casi è necessaria la maggioranza qualificata dei due terzi di quote dell’assemblea (cause di scioglimento del consorzio, nomina liquidatori, proroga scadenza) o dei due terzi dell’assemblea per le modifiche statutarie (per esempio l’introduzione di un articolo sulla possibile “trasformazione senza liquidazione” del consorzio?). L’assemblea deve nominare tre commissari liquidatori perche’ in caso di chiusura – liquidazione del Consorzio il capitale realizzato va distribuito in quote percentuali rispettose delle quote versate, ai consorziati. Ma in caso di liquidazione - trasformazione?
La legge regionale istitutrice del consorzio, quella del 1975, implica che la Regione sia autorizzata a firmare l'atto costitutivo del Consorzio. Questo non implica che la Regione ne possa, per legge, prevedere la trasformazione a meno che, appunto, ne mantenga una maggioranza in termini di capitale superiore al 66%. In caso contrario penso che la Regione possa varare una legge che sancisce il recesso della Regione dal Consorzio; oppure che possono i suoi rappresentanti in CdA proporre nel piano industriale la prevista trasformazione.
Viene da chiedersi se, dato l'atto di cosi' grande rilevanza, un Piano di questo genere non debba essere sottoposto al voto dell'Assemblea generale (art. 10, comma 1, lettere h, i ed l?). Mi sembra che l'assemblea non sia stata riunita recentemente (lo dedurrei dal fatto che non sono state fissate le quote annuali 2011 dei soci, compito dell’Assemblea, come detto nella relazione di bilancio 2011, che ne da' una stima) ma potrebbe solo essere che non abbia deliberato su tale punto. I documenti dell’Assemblea non sono disponibili.
Insomma, posso ovviamente non aver considerato elementi fondamentali, ma mi sembra che il processo (per altro rinviato alla discussione nel CdA di aprile e mai piu' ripreso, a meno che non sia nel piano industriale approvato, ma non accessibile via internet) sia un po' impreciso e frammentato, visto anche l'alto numero di consorziati attuali rispetto ai tre fondatori.
O almeno lo sono le informazioni accessibili.

Qualcuno mi spiega perchè se

Qualcuno mi spiega perchè se è così tanto utile un'azienda come il CSI per la PA piemontese non sono stati creati analoghe società per dare servizi di manutenzione elettrica, idraulica, civile (costruzione, strade), ecc. a tutta la PA piemontese ma solo per l'IT di fatto uccidendo lo sviluppo delle pmi che non hanno conoscenze politiche?
Andate a vedere le gare indette dal CSI negli ultimi 10 anni e quelle per esempio di Lombardia Informatica. Da una parte bandi milionari a cui potevano partecipare i soliti soggetti dall'altra una ricaduta su tutte le società partecipanti alla gara con il sistema di una graduatoria di vincitori.
Sinceramente ho già la bottiglia di spumante in frigo per quando sarà finalmente smantellato uno spreco come il CSI Piemonte!

Caro anonimo, una spiegazione

Caro anonimo,
una spiegazione all'utilità di un consorzio come il CSI sarebbe contenuta nell'articolo di cui sopra, a volerlo leggere senza malcelati spiriti di rivalsa.
Quanto alla parsimoniosa virtuosità del modello lombardo provi a cercare la storia della carta regionale dei servizi, costata un miliardo di euro e abilitante, oggi, al solo acquisto di sigarette (cfr. linkiesta).

Prosit, comunque.

ti aspetto al varco quando

ti aspetto al varco quando per richiedere i tuoi dati ( anagrafe, dati sanitari ) dovrai solo ed esclusivamente pagare perchè l'avvento di privati fa in modo che vi sia solo un unico obiettivo : il ricavo
ed i tuoi dati saranno solo un ricavo !!
ma ahimè sarà poi troppo tardi !!!
Comunque il Csi è solo uno spreco per chi è dotato paraocchi e scarso senso di lungimiranza e l'unica soluzione che intravede è il privato.

La bottiglia di spumante...

questo commento è stato cancellato in quanto offensivo e volgare

l'innovazione e

l'innovazione e l'integrazione di sistemi informativi PUBBLICI è una funzione di interesse PUBBLICO che oltretutto, come sa chiunque se ne sia occupato non superficialmente, richiede anche un'elaborazione originale volta a definire strumenti e approcci dedicati, i privati possono/devono essere coinvolti in un quadro che comunque deve rimanere non solo definito, ma operativamente presidiato da organismi a CONTROLLO PUBBLICO.

Integrazione

L'integrazione è compito del governo, ma in termini di direttive, e di controllo, non certo di implementazioni.
Mi permetto di suggerire la lettura di http://adi.ideascale.com/a/dtd/Open-Metadata-costituzione-di-un-Soggetto...
Non c'è bisogno che queste cose le facciano ciascuna regione per conto proprio.

Pubblico o privato? nel caso del CSI Piemonte ...

Come dipendente del CSI-Piemonte, oltre ad apprezzare il contenuto e il tono dell'articolo in oggetto, intendo sottolineare un problema sotteso al percorso iniziato dalla Giunta regionale e nell'articolo correttamente riportato: per la PA, l'ICT pare un lusso a cui rinunciare invece che un fattore di sviluppo e, aspetto fondamentale in questa contingenza, di risparmio, in grado di consentire di erogare servizi migliori a costi più sostenibili. .
Questa visione evidentemente miope sfocia nel tentativo di cercare nel privato strade che consentano di "mantenere" i dipendenti, quasi che oggi fossero retribuiti non per il lavoro svolto (evidentemente sempre migliorabile), ma per il ruolo ricoperto.
Ultimo aspetto non trascurabile, a giustificare uno stato di crisi altrimenti non reale (vedasi il bilancio 2011 recentemente approvato dagli enti consorziati), non sono ancora state stanziate le somme necessarie a garantire non solo lo sviluppo di nuove attività ma l'erogazione degli stessi servizi in continuità.
Mi auguro un proficuo dibattito su questi temi, anche alla luce della crescente domanda di servizi da parte della PA ai cittadini e alle imprese.
Lorenzo Faletti

A proposito di bilanci

Il mancato stanziamento delle somme necessarie all'erogazione degli stessi servizi in continuità, un rubinetto chiuso con tempismo sincronico rispetto alla presentazione del DDL e al coro di "bisogna fare in fretta" di questi giorni, rende la premessa dell'articolo (la buona fede di tutti i soggetti in gioco) tanto lodevole quanto fallace.

Analisi lucida e ricca di

Analisi lucida e ricca di buon senso. Senso di servizio, soprattutto, che sembra mancare in molti in questo momento storico, e che mette in primo piano il cittadino. Aggiungerei il senso di servizio verso i funzionari: mi riesce difficile pensare a privati partner delle amministrazioni con la stessa vicinanza, e a perderci sarebbero amministrazioni e cittadini.

il dono della vita per il pubblico

Massì! ero pronta a dare la vita per il bene pubblico, ma mi sarei anche accontentata del senso di servizio che mette in primo piano il cittadino, mi sarei accontentata anche di un funzionario su tre, su cinque, su dieci, di incontrarlo e poter dire: vabbè!! sono pronta ancora a lottare per il servizio pubblico. A più di 60 anni una mia piccolissima statistica me la sono fatta: chi fa il servizio pubblico? o forse, chi lo fa più? forse quando io ero piccolina un rimasuglio dei savoia, (ma guarda te che vado a riesumare il peggio del peggio!) era rimasto...non per il cittadino...ma per i savoia almeno!! oggi sono tutti per avere il proprio servizietto pubblico: a chi risponde il professore nelle scuole? Egli ha la sua idea e la sua forza col suo servizietto. A chi risponde il dirigente, il funzionario il semplice impiegato di qualsiasi ente pubblico? c'è lo stato in Italia? o sono tanti servizietti pubblici ad uso proprio? oppure facciamo finta..facciamo finta che noi siamo per il servizio pubblico e invece difendiamo i nostri servizi più cucina. io sono arrivata ad auspicare un asl privata, una circoscrizione in mano ai privati, un sindaco in mano ad una lobby, un giudice eletto da qualcuno, insomma che almeno rispondi a qualcuno quello che oggi si fa i suoi servizietti.