Intervista

La wikicrazia e la leva controintuitiva dell’innovazione sociale

 Attraverso una miriade di esperienze wikicratiche, “l’azione di governo da azione puramente amministrativa, governata da strutture razionali e a priori sta diventando un ecosistema con un cuore razional - weberiano al centro e tantissime nicchie occupate da esperienze private, al confine tra pubblico e privato e progetti  del tutto nuovi che si trovano a svolgere le funzioni che le istituzioni non riescono a svolgere.” Questo, nel presente, è senza dubbio innovazione sociale. E l’innovazione sociale - ci suggerisce Alberto Cottica, economista e blogger, nonché autore di "Wikicrazia" (ora Reloaded) e consulente della Commissione europea in tema di innovazione sociale - non si può prevedere ma solo abilitare in probabilità. Dunque? Dunque, la pubblica amministrazione deve parlare con tutti …

 


Chi parla?

Sono Alberto Cottica, economista e blogger, mi occupo prevalentemente di politiche pubbliche on line e in questo momento lavoro al Consiglio d’Europa.

Il tuo libro “Wikicrazia. L’azione di governo al tempo della rete”è un punto di riferimento per chi si occupa di politiche pubbliche e innovazione. Ma che cosa è la wikicrazia?
La wikicrazia  si può definire come una miriade di episodi decentrati di collaborazione costruttiva tra cittadini e istituzioni.

Ha qualcosa a che vedere con l’innovazione sociale?
in realtà, questa è una domanda profonda. Direi che, in prima battuta e solo in questa fase storica, certamente si, perché la cosa che tutte le esperienze wikicratiche insieme stanno inventando è una nuova forma dell’azione di governo. Forse un giorno questo finirà, cioè l’innovazione sarà finita e a quel punto alcuni episodi wikicratici saranno innovazione sociale, perché disegnano delle cose innovative nel merito e non nel metodo, e altri no.

Quale è la nuova forma di governo che la wikicrazia sta disegnando?
L’azione di governo passa da essere un’azione puramente amministrativa, cioè governata da strutture razionali, a priori, burocrazie weberiane a essere qualcosa di molto più organico, “biologico”, una specie di ecosistema con un cuore razional-weberiano al centro e tantissime altre nicchie occupate da esperienze completamente private, al confine tra pubblico e privato e progetti del tutto nuovi che finiscono per svolgere le funzioni che le istituzioni, in quanto tali, non riescono a svolgere. In questo momento stiamo ridisegnando tutta la geografia dell’azione di governo e questo è sicuramente innovazione sociale.

Quale è la chiave di volta per i governi locali per far accadere l’innovazione sociale?
Essendo nell’Advisory Board sull’innovazione sociale della Commissione Europea, diciamo che a queste cose un po’ ho dovuto pensarci.. Secondo me la leva di governo è controinintuiva: è di nuovo la decentralizzazione e la rinuncia al controllo. Le iniziative di innovazione sociale sembrano accadere ai margini, con episodi molto serendipitous. Per cui, ad esempio,  a Sheffield c’è un posto straordinario dove fanno educazione tecnologica,  (Acces Lab), che è finito per essere un posto di grande inclusione sociale. (Per citare dei numeri,  il l 30% delle persone che lo frequentano sono homeless, il 10% ha la Sindrome di Asperger). Lì tutto è cominciato da un artista locale, James Wallbank,  che voleva fare una installazione con i computer buttati via e quindi andava in giro a recuperare i pc buttati via e si chiedeva come mai c’è tanta gente buttasse via pc funzionanti in una città con riconosciuti problemi di agenda digitale. Da lì, questa sua ricerca artistica si è morfata, nell’arco degli anni, in una iniziativa di competitività e inclusione sociale che sarebbe stata impossibile da realizzare dandosi questi obiettivi a priori. Voglio dire che l’innovazione sociale è abilitata in probabilità e non in modo deterministico

Allora come si può abilitare in probabilità l’innovazione sociale?
L’innovazione sociale è abilitata in probabilità se sostanzialmente si abilitano le persone a sperimentare, le si lascia lavorare, gli si da un po’ di risorse, un po’ di spazio e poi si seleziona quello che conviene e lo si porta sù... e poi si fanno degli altri piccoli investimenti iterativi. Come vedi questa è una risposta poco soddisfacente, nel senso che i policy maker generalmente chiedono dei modelli, cioè una previsione del tipo “tu fai A e succede B perché c’è un rapporto di causa – effetto”. Io questa cosa ai policy maker non gliela posso dare. Posso solo dire: “se lasci che le cose succedano con una certa probabilità succederà B. Però non sai dove e non sai come e devi riconoscere che non puoi sapere a priori chi la farà… quindi tu devi parlare con tutti”. Questa è una cosa abbastanza sconvolgente, ma io sono profondamente convinto che funzioni cosi.

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