Editoriale

Quel che ho capito del Rapporto sul coordinamento della Finanza Pubblica presentato dalla Corte dei Conti

Luci e ombre nel rapporto della Corte dei Conti sulla Finanza Pubblica presentato ieri: trecentoventitre pagine dense e ricche di dati e di informazioni che danno conto di profonde contraddizioni. Ottimi risultati nella riduzione delle spese, ma a scapito soprattutto degli investimenti; enti locali complessivamente virtuosi, ma spesso costretti a nascondere il debito sotto il tappeto delle aziende partecipate; miglioramento dei conti nel settore della sanità, ma ancora rischi gravi di corruzione, lì più che altrove; aumento della pressione fiscale, ma fortissimo tasso di evasione; entrate crescenti, ma insoddisfacente equità; importanti successi congiunturali, ma ancora nessun nuovo disegno delle amministrazioni pubbliche e del loro perimetro.

Innanzi tutto tanto di cappello: una relazione ricchissima di dati, di informazioni, di considerazioni. Il rapporto sulla Finanza Pubblica, nuova fatica della Corte dei Conti, non è però un nuovo adempimento, ma uno strumento prezioso di analisi e di riflessione sulle politiche, e non solo economiche.
Sono 323 pagine dense di dati, tabelle, numeri e informazioni che sono state presentate ieri mattina (5 giugno 2012) alle 11.00. Le ho lette tutte, ma confesso un po’ velocemente, quindi conto di tornarci sopra più volte. Intanto un commento a caldo e un breve resoconto per chi non ha avuto il tempo di leggere il rapporto direttamente.

Quel che ho capito è che, nella faticosissima tenuta del timone nella tempesta della crisi, ci troviamo in una fase piena di contraddizioni. Provo a elencare quelle che mi sono sembrate più evidenti riportando in corsivo le parole del rapporto.

  • Con i risparmi siamo stati bravi, ma non basta e comunque siamo stati più bravi a tagliare gli investimenti che non le spese.
    La percezione di una notevole e quasi inattesa efficacia dei provvedimenti di contenimento della spesa è confermata, in primo luogo, dall’esame dei risultati conseguiti nel controllo della dinamica delle spese delle amministrazioni centrali e, in particolare, dello Stato. Al netto degli interessi e dei trasferimenti alle amministrazioni locali, le spese dello Stato risultano diminuite, nel biennio 2010-2011, di circa il 6 per cento. Uno sforzo di contenimento di grande rilievo, anche se del tutto sbilanciato nella composizione: ad una riduzione di meno del 3 per cento delle spese primarie correnti fa, infatti, riscontro la caduta delle spese in conto capitale del 26 per cento.
  • Anche gli Enti Locali in generale sono stati virtuosi, ma molti di loro sono stati costretti però a nascondere i debiti sotto il tappeto delle aziende partecipate
    Note senza dubbio positive si traggono anche dalla valutazione della disciplina di bilancio applicata al livello delle Amministrazioni locali, attraverso un progressivo affinamento degli strumenti di coordinamento. Nel consuntivo del 2011, il contributo degli Enti territoriali all’obiettivo generale di indebitamento è stato, anche se di poco, migliore delle attese: il disavanzo si è arrestato allo 0,3 per cento del Pil. Per il secondo anno consecutivo si sono ridotte le uscite complessive. Un andamento dovuto ancora alla caduta della spesa in conto capitale, ma anche ad una spesa corrente che, per la prima volta dalla metà degli anni novanta, presenta un risultato in flessione dell’1,2 per cento.
    Tutto bene quindi? non proprio. Se andiamo infatti a guardare nel corpo della relazione scopriamo che le situazioni debitorie sono spesso nascoste dietro ai bilanci delle aziende partecipate.
    Secondo la banca dati della Corte (che non comprende tutte le regioni a statuto speciale), sono oltre 5.000 gli organismi partecipati (aziende, consorzi, fondazioni, istituzioni, società) nei 7.200 enti locali censiti. Si tratta, in gran parte, di organismi costituiti in forme societarie, di cui quasi la metà operante nel settore delle local utilities. Le società hanno in media circa 80 addetti e 30 gli organismi non societari. Oltre un terzo delle società rilevate ha chiuso in perdita uno degli esercizi compresi nel triennio 2008/2010. Nella grande maggioranza dei casi, le società hanno avuto l’affidamento diretto (per un valore della produzione di quasi 25 miliardi), indice che la gestione è solo formalmente attribuita ad un soggetto esterno, considerato il rapporto organico che esiste tra ente affidante e società in house. A tali soggetti è riferibile un indebitamento consistente (quasi 34 miliardi), in crescita nell’ultimo triennio di oltre l’11 per cento.
  • La sanità ha partecipato alla riduzione della spesa, ma rimangono importanti sacche di inappropriatezza e casi di corruzione.
    Anche la gestione della spesa sanitaria ha presentato, nel 2011, risultati migliori delle attese. A consuntivo le uscite complessive (112 miliardi) sono state inferiori di oltre 2,9 miliardi al dato previsto e riconfermato, da ultimo, lo scorso dicembre, nel quadro di preconsuntivo contenuto nella Relazione al Parlamento. Per la prima volta, la spesa sanitaria ha ridotto, seppur lievemente, la sua incidenza in termini di Pil, scendendo dal 7,3 per cento del 2010 al 7,1.
    Nonostante i progressi evidenti nei risultati economici, tuttavia, il settore sanitario continua a presentare fenomeni di inappropriatezza organizzativa e gestionale che ne fanno il ricorrente oggetto di programmi di taglio della spesa. L’emergenza economico finanziaria non può consentire di considerare indenni da possibili interventi correttivi alcuno dei settori della spesa pubblica. E’ necessario, però, interrogarsi su alcuni aspetti di fondo e rimuovere alcune evidenti distorsioni nella rappresentazione che, a volte, viene data del funzionamento del comparto sanitario. E’ indubitabile che quella sperimentata in questi anni dal settore sanitario rappresenti l’esperienza più avanzata e più completa di quello che dovrebbe essere un processo di revisione della spesa. Seppur non senza contraddizioni e criticità (ne sono un esempio i frequenti episodi di corruzione a danno della collettività denunciati nel settore).
  • Comunque se non riprendiamo a crescere continueremo a essere strozzati da troppe tasse e rischieremo un “avvitamento” negativo
    La scelta di accelerare il riequilibrio dei conti attraverso l’aumento della pressione fiscale, si pone, poi, in contraddizione con gli indirizzi di riordino del sistema tributario italiano, ispirati a finalità di maggiore equità distributiva. L’originale intonazione redistributiva, recepita nel disegno di legge delega per la riforma fiscale ed assistenziale del luglio 2011, è risultata pressoché interamente accantonata….
    Il 2011, dunque, ci ha consegnato la realtà di un sistema impositivo ancora distante dal modello europeo: segnato dalla coesistenza di un’elevata pressione fiscale e di un elevatissimo tasso di evasione. Si è riusciti a ridurre (imposizione sui consumi), e, sotto altro profilo, ad invertire (imposizione sul patrimonio), il differenziale negativo evidenziato dal nostro paese, senza poter tuttavia, intaccare, in misura decisiva, il differenziale in eccesso nella pressione fiscale complessiva, in generale, e nella tassazione dei redditi da lavoro e di impresa, in particolare.
  • L’innovazione istituzionale e il ridisegno del perimetro della PA è una condizione indispensabile per rendere stabile la riduzione della spesa conseguita
    Riduzione della spesa primaria (deve) ottenersi attraverso la reingegnerizzazione dei processi amministrativi, il ridisegno organizzativo delle amministrazioni pubbliche e la ridelimitazione dei confini del pubblico, ma anche innovando nelle modalità di erogazione dei servizi amministrativi, prevedendone - quando economicamente giustificata e tecnicamente fattibile - una gestione autonoma ed autofinanziata.
    Su questo sono più che convinto: non si tratta di prese di posizione ideologiche pro o contro la mano pubblica, ma di interrogarsi prima di tutto non su “come” fare le stesse cose con meno soldi, ma su “chi vogliamo essere” ossia sul modello di amministrazioni che costruiremo per rispondere a concreti, immanenti e spesso drammatici fenomeni che scuotono le nostre comunità; questo vuol dire ripensare e ridisegnare il perimetro dell’azione pubblica senza tabù, senza ideologismi e senza difese a spada tratta di privilegi e di status quo, chiedendoci ogni volta se e a cosa serve un’istituzione, un’amministrazione, un’unità operativa.

Infine permettetemi una notazione di scenario. Quel che non ho trovato nel rapporto, e che probabilmente non poteva esserci, ma che è necessario tenere sempre in considerazione è l’attenzione, più che ai flussi finanziari, all’andamento dello stock, ossia del patrimonio che ci è stato consegnato dai nostri padri e che dobbiamo preservare e trasmettere ai nostri figli. Qui credo che vada fatta più attenzione: la mia impressione è che possiamo gravemente intaccare il futuro non solo con una dissennata politica del debito, cosa di cui ahimè abbiamo fatto piena esperienza, ma anche con una politica di tagli che pregiudichino servizi essenziali (in primis la formazione scolastica e universitaria e la ricerca), rendano impossibili le corrette manutenzioni degli investimenti, tarpino le spinte all’innovazione. Sino alla noia ribadisco che non si può risparmiare se non innovando, ma questa innovazione è anche il fondamento per una ripresa che vediamo ancora molto lontana e per dare una visione di speranza ai nostri figli che sia alternativa al consiglio di andarsene altrove.

 

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