Editoriale

Riflessioni sparse su un terremoto che non doveva esserci

In momenti così drammatici chiunque, dopo aver provato umana compassione e dolore, cerchi di riflettere sul quel che è successo e su cosa abbiamo da imparare rischia di vedersi appioppare l’accusa di voler strumentalizzare la tragedia. Io credo invece che noi esseri umani, o almeno quelli che non hanno perso una parte essenziale della loro potenzialità di crescita, siamo evoluti imparando proprio da quel che ci succede intorno: usandolo esattamente come strumento per progredire. Quindi accetto di “strumentalizzare” il terremoto e provo a esprimere a caldo qualche riflessione su cosa possiamo imparare.

  • La prima e banale cosa è che se esistono zone a maggior rischio, non esistono in Italia zone che non siano a rischio. Basta guardare una mappa del rischio sismico in Italia per verificare che ci trovavamo in una zona a rischio relativamente basso, ma appunto non nullo. Questo vuol dire che non ci sono luoghi in cui possiamo fare a meno della prevenzione o possiamo abbassare la guardia. Vale per i terremoti, ma anche per tanti altri aspetti della prevenzione.
  • La seconda riflessione è che se questo è vero allora probabilmente moltissimi uffici tecnici delle nostre amministrazioni locali sono drammaticamente sotto organico e carenti nelle loro competenze e professionalità. D’altra parte tutti i capannoni crollati, per la maggior parte abbastanza recenti e, in terra di buona amministrazione, tutti in regola con le licenze e l’agibilità, sono prove evidenti che c’è qualcosa che non va nelle caratteristiche minime antisismiche a cui tali edifici sono assoggettati o nei controlli, o forse in entrambe le cose.
  • Mi viene poi da pensare alla tragica integrazione nella morte: immigrati extracomunitari e abitanti storici della pianura padana sono morti assieme, lavorando assieme. La morte livella le differenze, ma forse questo tragico evidenziatore che è passato su tante fabbriche ci aiuta a capire quanto della nostra economia sia ormai integrata e quanto poco senso abbia dividere le persone per etnie, per provenienza, per religione. Come dice Amartya Sen nel suo splendido libro “Identità e violenza” ciascuno di noi è insieme tante cose: ridurlo a una caratteristica, sia pure di nascita o di cultura, è sempre foriero di violenza. Così io penso a queste vittime come uomini, come emiliani da lungo o da breve periodo, come lavoratori che, tutti con più o meno timore, sono tornati a lavorare, come fratelli. La loro provenienza geografica viene dopo nella nostra compassione: speriamo di non scordarcelo anche quando le macerie saranno state tirate via.
Il keynote di Elena Rapisardi a FORUM PA 2012 sulla città resiliente
  • Ho poi visto con grande interesse il ruolo particolare che ha avuto la rete informale delle comunicazioni telematiche: il wifi libero e aperto a tutti, la messa a disposizione delle piccole o grandi reti di ciascuno, delle potenti o limitate connessioni delle nostre case, ma anche dei nostri cellulari e smartphone, ha creato una rete efficiente usata per email, per twitter, per scambiarsi informazioni e notizie lì dove le reti ufficiali del telefono erano saltate. Anche qui possiamo imparare qualcosa: la sussidiarietà orizzontale non è una parola da convegni, ma diventa l’unico modo di gestire insieme le emergenze, di aumentare la resilienza delle nostre città, delle nostre comunità, dei nostri territori. Di questa sussidiarietà orizzontale la rete telematica, fatta della somma di tante reti, è parte integrante, ne costituisce spesso il tessuto connettivo. Pensiamoci quando leggiamo proposte dissennate di regolazione eccessiva o di appropriazione privatistica.
  • Infine una nota sul capitale sociale e la ricchezza dei beni relazionali: il terremoto è cieco e colpisce ovunque e qualsiasi sia la struttura delle società che abitano quel pezzo di crosta terrestre, ma le conseguenze non sono uguali per tutti. In questo pezzo di Paese abbiamo l’impressione che potremo sapere da dove ricominciare: dalla solidarietà, dalla ricchezza delle relazioni, dalla micro imprenditorialità diffusa e orgogliosamente indipendente, dalla buona amministrazione dei comuni colpiti. Certo non può essere preso ad alibi per colpevoli negligenze dello Stato centrale, certo in queste immani tragedie non può bastare, ma dove l’impalcatura della società regge piano piano si ricostruisce. È un augurio, ma anche una certezza. Non per nulla a cominciare dal Capo dello Stato c’è stato uno spontaneo accostamento al terremoto del Friuli: terre entrambe dalla potente tradizione contadina, ma anche terre di profonda cultura civica e di amministrazione sana. Sarebbe ingeneroso fare paragoni con altre aree del nostro lungo Paese e me ne astengo, ma forse anche qui qualcosa da imparare c’è: quando la morsa dell’emergenza si fa sentire la solidità della macchina pubblica locale, in stretta continuità con la società civile fatta di imprenditoria e terzo settore, fa la differenza. Ricordiamocene quando pensiamo, in un mal compreso liberismo d’accatto, di poterne fare a meno.

 

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Commenti

Come si reagisce ai terremoti della vita?

1) We have a long way to go (Carron e CL)
2) Meeting Rimini 2012 (testimonianze e video)

solo 2 esempi.

cari saluti
Agata

Le mappe vanno aggiornate

La mappa della pericolosità sismica dell'Emilia (e dell'Italia) deve essere aggiornata? Forse, ma sarebbe più urgente il suo pieno recepimento da parte di Comune e Regioni. È questo in sintesi il senso della nota diffusa ieri dall'Ingv, nel tentativo di fare chiarezza sulla polemica sorta in seguito ai due disastrosi terremoti che hanno colpito l'Emilia, inserita nelle mappa di rischio sismico dell'istituto come zona di pericolosità medio-bassa. La polemica quindi, lungi dallo scomparire, si sposterebbe su un altro piano. Sarebbero stati infatti i ritardi accumulati nel recepire le norme sismiche del 2003, e quindi le norme tecniche per le costruzioni nel 2008, a far sì che nei comuni colpiti dai terremoti (ma non è escluso che la stessa cosa accada in molti altri) si accumulasse "un notevole deficit di protezione sismica, che è in parte responsabile dei danni avvenuti", scrive l'Ingv.

Cosa significa deficit? "Qualunque tipo di iniziativa è efficace se adottata, altrimenti è inutile riferirsi a una mappa" spiega Carlo Meletti dell'Ingv: "Ogni giorno di ritardo nel recepire le indicazioni più aggiornate significa continuare a costruire con un livello di sicurezza basato su conoscenze scientifiche vecchie, non in linea con quelle attuali. Se le fasi di transizione tra una normativa e l'altra sono lunghe questi ritardi diventano importanti. Ecco allora che diventa fondamentale capire quando uno stabile sia stato costruito, perché significa capire a quali standard di sicurezza ci si riferiva in quel periodo, che possono essere molto diversi".

Ma andiamo con ordine e cerchiamo di capire che ruolo ha la mappa di sismicità da un punto di vista normativo. Punto primo, scrive l'istituto: "i terremoti sono avvenuti in una zona che non era stata classificata come sismica fino al 2003, a dispetto di molteplici evidenze fornite dagli studi scientifici". E questo anche perché, come racconta oggi il Corriere, prima del 2003 la mappa proprio non esisteva. Ha preso forma come tale, basandosi sugli studi dei geologi dell'Ingv, solo dopo il disastroso terremoto di San Giuliano di Puglia. Così, dal 2003, le zone colpite dalle scosse di questi giorni sono state catalogate come di pericolosità media, dove il massimo della magnitudo per i terremoti si ipotizza essere intorno a 6.2. E, come hanno precisato in questi giorni i sismologi, le scosse che hanno interessato l'Emilia non hanno stravolto la mappa sismica della regione, appunto perché la loro magnitudo non è stata superiore a quelle attese in questa zona.

Secondo punto. L'assegnazione dei comuni a una delle quattro zone sismiche è di competenza delle Regioni e non degli istituti di ricerca, sottolinea l'Ingv. Ma non solo. L'assegnazione spetta alle Regioni anche perché è a queste che va il compito di personalizzare la mappa diffusa dall'Ingv: "La mappa di pericolosità ha una copertura nazionale di base" spiega ancora Meletti: "Ma spetta alle regioni attuare tutte quelle politiche di gestione del territorio e del rischio per individuare se procedere con indagini più approfondite per alcune zone o meno. Purtroppo, però, per questo non c'è alcun obbligo di legge".

Spetterebbe infatti alle amministrazioni locali - investendo fondi e risorse – aggiungere ulteriori dati alla mappa nazionale sulla base delle caratteristiche dei luoghi, così da comporre uno strumento più completo, particolareggiato. Grazie al quale si potrebbero elaborare norme costruttive che tengano conto del rischio sismico locale (e non solo di quello generale illustrato dalla mappa elaborata dall'Ingv). È la cosiddetta microzonazione che, solo dopo il terremoto de L'Aquila del 2009 è stata incentivata con lo stanziamento di fondi statali dedicati.

Grazie a questi finanziamenti gli enti locali avrebbero dovuto aggiungere particolari importanti alla mappa nazionale. "Per esempio si tratta di individuare a partire dai comuni a più alto rischio quelle zone che andrebbero escluse dalla costruzione, valutare quelle soggette a liquefazione o amplificazione degli effetti di un terremoto" precisa Meletti. Sempre solo dopo il disastro de L'Aquila sono entrate in vigore le Norme Tecniche per le Costruzioni deliberate nel 2008, con cui i parametri delle mappe di pericolosità sono usati direttamente per la progettazione.

Ecco perché, secondo l'Ingv, più che aggiornare la mappa, "si ritiene più urgente che venga assicurato il suo pieno recepimento da parte delle Regioni e che vengano ulteriormente sviluppate le iniziative per la riduzione della vulnerabilità sismica, già avviate in alcune zone del Paese".

grazie

Grazie, un commento prezioso per contenuto e forma

le faglie stretto di Messina - Sicilia e Calabria

Terremoti: le faglie dello Stretto di Messina e il rischio sismico tra Calabria e Sicilia

Nell’ultimo secolo, dopo la catastrofe del 1908, lo stretto di Messina è stato oggetto di studio di molti scienziati venuti da tutto il mondo per capire la complessa conformazione geologico strutturale dell’area.
Ancora oggi abbiamo più di una teoria riguardo l’evoluzione dello stretto durante le varie ere geologiche.
Tra queste quella che può essere ben applicata alla realtà dello stretto attribuisce a tale area una struttura a “Graben”, ossia in termini geologici vuol dire che lo stretto non è altro che una depressione di natura tettonica formatasi in 125mila anni, grazie al ripetersi di grandi terremoti che gradualmente hanno allontanato la Sicilia dal resto del continente.
Di grande importanza sono le caratteristiche rocciose dei rilievi che contornano lo stretto, infatti sia i Peloritani (riva siciliana) che il massiccio dell’Aspromonte (riva calabrese) hanno la stessa conformazione.
Questo sta ad indicare in epoche passate la Sicilia era unita al resto del continente , avvalorando la teoria che vede il “Graben” come struttura dominante della zona.

Che inquadramento tettonico ha lo stretto di Messina ?
Lo stretto di Messina si trova proprio nel centro del Mediterraneo, in una zona molto instabile dal punto di vista tettonico.
Infatti proprio qui convergono ben tre placche continentali, ognuna di esse ha un proprio movimento che le porta a scontrarsi formando cosi un sistema di faglie normali lungo complessivamente 370 km, tale sistema viene chiamato “Siculo-Calabrian rift zone”.
Questo complesso sistema di faglie si estende in modo continuo dalle coste tirreniche calabresi, prolungandosi attraverso lo stretto di Messina, lungo la costa ionica della Sicilia fino a raggiungere gli Iblei orientali(Sicilia sud-orientale).
Proprio sotto lo stretto passano diverse faglie di carattere distensivo, ovvero tali strutture tettoniche sono caratterizzate da particolari movimenti orizzontali dovuti ai continui spostamenti delle placche continentali.
Molte di queste faglie sono tuttora poco conosciute poichè si trovano a circa 6-8 km sotto il fondale dello stretto.
Secondo recenti studi le faglie presenti lungo dello stretto sono collegate con le numerose faglie dell’area aspromontana, responsabili della crisi sismica del 1783 e dei numerosi eventi franosi sulle colline a nord dell’Aspromonte.

Il presunto epicentro del sisma del 1908
Come cambiò lo stretto dopo il devastante sisma del 28 Dicembre 1908 ?

Durante il violento terremoto le coste della Sicilia e della Calabria, improvissamente libere di muoversi, si allontanarono di colpo di 70 centimetri.
Contemporaneamente , grazie a una ricerca condotta dall’istituto geografico militare italiano nel 1909, si scropri che la costa calabrese sprofondò di 55 centimetri rispetto al livello del mare, mentre quella siciliana arrivò a meno 75 centimetri.
Studi successivi evidenziarono come la notevole “Subsidenza”, ossia lo sprofondamento del suolo, sia interpretabile per mezzo di una faglia normale o un sistema a doppia faglia che scorre parallelo all’asse dello stretto.
Alcuni importanti sismologi ipotizzano per l’evento del 1908 un meccanismo di rottura secondo un sistema sismogenetico costituito da due faglie disposte in una struttura a “Graben” al di sotto dello stretto.

Il terremoto del 1908 può essere ritenuto caratteristico dell’area dello stretto ?

Ancora oggi la questione che ritiene il sisma del 1908 come caratteristico dell’area dello stretto rimane ancora aperta.
Molti studiosi sono titubanti nell’applicare la teoria del terremoto caratteristico in una zona dove è presente una complessa situazione tettonica.
Addirittura ancora oggi, nel 2008 a 100 anni esatti dal drammatico sisma, non è stata individuata con certezza la faglia generatrice dell’immane terremoto del 1908.
Nello stretto sono presenti diverse faglie distensive che per la loro modesta lunghezza, inferiore ai 10 km, non possono essere candidate per l’evento del 28 Dicembre 1908, al massimo possono generare eventi sismici di moderata energia , come quello del 16 Gennaio 1975 che ebbe un potenziale di 4.7 di magnitudo, il più forte sisma che ha colpito lo stretto dopo il 1908.
Secondo la teoria del terremoto caratteristico è possibile che al di sotto dello stretto, a circa 6-10 km di profondità, agisca una “faglia cieca” che di tanto in tanto scarica tutta l’energia accumulata dal movimento delle placche crostali in un sisma di forte magnitudo con un tempo di ritorno di circa 1000 anni.
Purtroppo non abbiamo dati sufficenti che possano confermare tale teoria del terremoto caratteristico, proprio per questo non possiamo ritenere con certezza che il sisma del 1908 sia caratteristico dell’area dello stretto.

E’ vero che prima o poi lo stretto sarà colpito da un nuovo fortissimo terremoto ?

Secondo alcune evidenze paleosismologiche lo stretto in varie epoche passate è stato colpito più volte da forti sismi che hanno modellato a dovere l’assetto geomorfologico di tale area.
Si può facilmente dedurre che il terremoto del 1908 è solo l’ultimo della catena e prima o poi ne seguirà un’altro che avverà quando la struttura sismogenetica sarà nuovamente carica di energia.
Certo prima che la faglia sia completamente carica di energia bisogna aspettare molti anni, si parla di secoli addirittura, ma questo non vuol dire che prima lungo lo stretto non avremo nuovi sciami sismici di una certa rilevanza, come avvenuto nel Gennaio 1975.

Mantenere la calma nelle catastrofi

Ansia, crisi di panico e amnesia post-traumatica sono i problemi riscontrati con maggiore frequenza dal servizio di assistenza psicologica garantita dall’Ausl di Bologna alla popolazione del campo di Crevalcore attrezzato per l’accoglienza degli sfollati per il terremoto. Un gruppo di psichiatri, neuropsichiatri infantili, psicologi, infermieri, educatori e logopedisti ha allestito due ambulatori da campo, uno per la neuropsichiatria infantile e l’altro per l’assistenza psicologica e psichiatrica degli adulti. Oltre a seguire i pazienti gia’ in carico presso i servizi territoriali, i due ambulatori assicurano sostegno e assistenza per gli effetti psicologici conseguenti alle scosse. I due ambulatori saranno attivi anche sabato e domenica. Tra l’altro subito dopo le scosse, gli anziani fragili di Bologna, considerati potenzialmente a rischio di crisi di ansia o di panico, sono stati contattati telefonicamente dall’Ausl. In particolare, tra ieri ed oggi sono stati contattati 1.036 anziani. Oltre il 90% ha riferito di sentirsi abbastanza sicuro all’interno della propria abitazione, il 70% ha dichiarato di non essersi preoccupato particolarmente delle scosse e di non aver modificato le proprie abitudini di vita. Il contatto telefonico e’ stato realizzato da Cup 2000 nell’ambito del progetto e-Care, promosso dall’Azienda Usl di Bologna e dalla Conferenza Territoriale Sociale e Sanitaria di Bologna.In situazioni traumatiche si puo’ regredire alla condizione di bambini. Ci sono persone che non hanno strategie mentali per affrontare lo stress”. Per questo, con adulti e bambini, davanti a un fenomeno come il terremoto, bisogna parlare. In queste situazioni per rassicurare le persone bisogna far sapere loro che non sono sole: e’ il punto fondamentale, devono sapere che c’e’ qualcuno che e’ preparato per farlo, e che se ci sara’ bisogno potra’ aiutarle”. E i bambini? ”Innanzitutto bisogna evitare di mostrare panico. Poi si deve parlare di quello che e’ accaduto. L’imprevedibilita’ da’ molto stress ai bambini, ma se si spiega cosa e’ accaduto, e che potrebbe ancora succedere, si aiuta a gestirlo. A patto di spiegare che ci sono cose che si possono aiutare. Bisogna far capire ai bambini che ci sono strategie che possono essere messe in atto per ridurre le conseguenze negative. E che non siamo vittime del destino maligno”. Perche’, adulti come bambini, davanti all’evento inatteso reagiscono con paura, spiega Campione, ma se si sa ”che ci sono persone preparate per aiutarci, che ci sono strategie da mettere in atto nelle procedure di soccorso ed evacuazione, allora lo stress diventa gestibile”. Invece senza queste informazioni c’e’ solo l’ansia. ”Non solo nei bambini, ma anche negli adulti. Ci sono persone che privi di queste strategie hanno come unica possibilita’ quella di evitare l’evento, negarlo, come fanno appunto i bambini”.

Una delle più grandi sfide

Una delle più grandi sfide per coloro che studiano i terremoti, è quella di cercare di comprendere la fisica di una faglia, sia durante un terremoto che in periodi di ‘riposo’, al fine di sapere come una determinata regione possa comportarsi in futuro. Ora, i ricercatori del California Institute of Technology (Caltech), hanno sviluppato il primo modello al computer di un terremoto che produce un segmento di faglia. “Il nostro studio descrive una metodologia per assimilare dati geologici, sismologici e geodetici che circondano una faglia sismica, per formare un modello fisico del ciclo dei terremoti con potere predittivo“, dice Sylvain Barbot, uno studente post-dottorato in geologia presso il Caltech e autore principale dello studio. Precedenti ricerche hanno per lo più concentrato l’obiettivo sulla rottura dinamica che produce lo scuotimento o nei lunghi periodi tra terremoti, che sono caratterizzati da carichi tettonici lenti e associati a lenti movimenti, ma non su entrambe le cose nello stesso momento Il gruppo di ricerca di Calthec ha sviluppato metodi numerici utilizzati nella realizzazione del nuovo modello. Nel loro studio, hanno modellato tutta la storia di un terremoto che produce faglie e l’interazione tra le fasi di deformazione tettonica veloce e lenta. Utilizzando le osservazioni precedenti e i risultati di laboratorio, il team, ha modellato una regione attiva della Faglia di Sant’Andrea: il segmento di Parkfield. Situato nel centro della California, Parkfield produce terremoti di magnitudo 6 ogni 20 anni in media. I ricercatori hanno creato con successo una serie di terremoti (di magnitudo compresa tra 2 a 6) all’interno del modello, producendo lo slittamento prima, durante e dopo i terremoti. Attualmente, gli studi di pericolosità sismica fanno affidamento su ciò che si conosce dei terremoti del passato. Tuttavia, gli eventi registrati sono molto pochi rispetto alla storia geologica del pianeta. Questo spazio può essere riempito con i modelli fisici che possono essere continuamente migliorati man mano che impariamo di più sui terremoti e le leggi che li governano. Un documento dettagliato che descrive il modello creato in collaborazione con geologi e geofisici dell’Istituto di Scienze Geologiche e Planetarie e gli ingegneri della Divisione di Ingegneria e Scienze Applicate, compare nell’edizione del 11 maggio della rivista Science.

Salve, vorrei sottolineare,

Salve, vorrei sottolineare, in particolare, il fatto che i capannoni crollati erano agibili e in regola con le licenze. Questo significa che le aziende che le hanno costruite hanno rispettato tutte i vincoli burocratici senza che questi siano serviti per l'evento più pericoloso e perciò più importante: il terremoto! Quanti saranno gli obblighi inutili ai quali tutti noi ogni giorno dobbiamo dedicare tempo della nostra vita? Quanto costano in termini di denaro e tempo alle aziende e perciò a tutta la nazione?

Occorre incentivare gli adeguamenti sismici delle costruzioni

All'indomani di queste tragedie ci si interroga sempre su come sia stato possibile quanto accaduto. E puntualmente, quando si ha a che fare con il terremoto, si va subito a vedere in capo a chi sono le responsabilità dell'accaduto, se ciò si poteva evitare, .... e via dicendo.
A questo proposito, a mio avviso, vanno fatte alcune osservazioni.
Oggi l'Italia vanta una Normativa sismica che le consente di essere abbastanza in linea con gli altri Paesi europei; non dobbiamo però dimenticare che, a fronte della accettabile situazione odierna, unita anche ad una adeguata classificazione sismica del territorio, non più tardi di 40 anni fa non esisteva alcuna norma che definisse specifiche modalità costruttive per tali edifici. Ora, considerata l'elevatissima percentuale di fabbricati realizzati in epoca antecedente al 1974 (la prima legge sismica è la n. 64 del 02.02.1974), è facile per chiunque rendersi conto dell'enorme rischio sismico in capo a tutto il patrimonio edilizio nazionale.
Inoltre, anche dal 1974 ad oggi, il progredire degli studi specialistici del settore, e di pari passo gli aggiornamenti della normativa specifica, hanno portato ad un progresso nella modellazione delle strutture e nella definizione del loro comportamento sotto le azioni del sisma che solo un decennio fa erano impensabili. E di conseguenza si è sensibilmente modificata anche la tecnica costruttiva (basti pensare al concetto della gerarchia delle resistenze ed a tutto quanto ne consegue). Appare evidente come, rivedendo alla luce delle attuali modalità costruttive una struttura realizzata alla metà degli anni '70, non c'è da rilassarsi troppo; se tanto tanto si ha la sfortuna di trovarsi su un terreno particolare, magari con qualche problemino di amplificazione sismica, ecco che l'edificio va giù (vedi ad esempio i due fabbricati identici a L'Aquila, su due lati opposti della strada, uno in piedi e l'altro in ginocchio!).
Ergo: Una cosa è il rischio connesso al fatto di trovarsi in una zona classificata sismica di livello 1, 2 o 3, che sta ad indicare semplicemente la maggiore o minore possibilità che si verifichi un evento sismico e che tale evento possa raggiungere una maggiore o minore intensità ( in quanto storicamente già riscontrato); altra cosa è la oggettiva pericolosità delle costruzioni esistenti, direttamente connessa con le modalità costruttive utilizzate all'epoca.
E su questo punto la Collettività deve intervenire, farsi sentire, perché non è con la ricerca del capro espiatorio che si risolvono i problemi, ma con la PREVENZIONE. Occorre dare ampia conoscenza ai cittadini della reale pericolosità di un edificio piuttosto che un altro. Occorre che diventi elemento comune la cultura della sicurezza delle costruzioni come importante parametro di reale apprezzamento o deprezzamento di un immobile; basti solo pensare alla immensità del numero di edifici REGOLARIZZATI coi vari condoni edilizi, in cui con un semplice "pezzo di carta" (leggi certificato di idoneità statica..... neppure sismica!!) si è eluso qualsiasi controllo normativo, immettendo nel libero mercato delle costruzioni autentiche BOMBE AD OROLOGERIA, sulle cui modalità costruttive nessuno saprà mai nulla, fino al verificarsi della disgrazia di turno! Ed allora lo Stato ha il dovere di tutelare il cittadino qualunque, che non necessariamente sarà un ingegnere, né altrettanto necessariamente dovrà a sue spese rivolgersi ad un tecnico nell'acquistare una casa: dovrà essere resa obbligatoria una "carta di identità dell'immobile" (non troppo tempo fa si parlava di fascicolo del fabbricato, poi svanito nel nulla !!!) in cui siano indicati i dati salienti dell'edificio, le autorizzazioni avute per la sua realizzazione, il nome di chi lo ha progettato, di chi lo ha realizzato e di chi lo ha collaudato, etc.. cosicché nessuno sia più costretto ad acquistare al buio!!
Ed infine ritengo che lo Stato debba intervenire, anche con opportuni incentivi in termini di sgravi fiscali: nulla si può fare per evitare che si verifichi un sisma, ma molto si può fare in termini di PREVENZIONE del rischio sismico, con opportuni interventi di adeguamento del patrimonio edilizio. La salvaguardia delle vite umane è sicuramente obiettivo prioritario rispetto a qualsiasi altro obiettivo di incentivazione!!

Concordo su tutto. E in più

Concordo su tutto. E in più aggiungo due considerazioni di natura tra loro diversa.
La prima riguarda la specificità di quel territorio, dove i capannoni crollati non ospitavano, per fare qualche esempio, semplici officine meccaniche o catene per l'inscatolamento di qualche prodotto agricolo, bensì produzioni eccellenti di cui quelle imprese erano leader europei e in alcuni casi mondiali. In quella zona veniva prodotto il 5% del PIL nazionale! Pertanto l'emergenza non è solo locale, ma nazionale, Se quelle imprese non verranno molto rapidamente messe in condizione di riprendere la produzione, la concorrenza mondiale avrà il sopravvento.E allora un'altra cosa che questi due terremoti (e speriamo che sia finita qui) ci dovrebbero insegnare è che vi sono situazioni produttive che andrebbero maggiormente protette rispetto ad altre. Lo dico senza remore perchè non credo proprio sia più il caso, in frangenti come questi in cui crisi si somma a crisi, di fare della stomachevole demagogia.
La seconda considerazione riguarda il ruolo delle vituperate Province, bersaglio prediletto di altra recente demagogia. Si è constatato che in questo frangente, le Province, che in Emilia Romagna svolgono da sempre egregiamente il proprio ruolo e da tempo hanno organizzato e collaudato in proprio la rete della protezione civile, hanno svolto una funzione assolutamente indispensabile. A dimostrazione che quando funzionano le Province sono enti molto ma molto più utili, ad esempio, dei tanti micro comuni che non riuscendo ad organizzare alcunché in termini di servizi e di opere pubbliche, si rivelano unicamente fonti di inutile spesa. Anche questo sarebbe un insegnamento da trarre da questa ultima tragedia.

non d'accordo su tutto

Non d'accordo su tutto, soprattutto sul fatto che questa sussidiarietà orizzontale serva SOLO nelle emergenze o nelle manifestazioni di resilienza.
Con questa forma di sussidiarietà, potentissima come nient'altro, potremmo rinnovare le reti e la PA, rovesciare ogni forma di divide, riorganizzarci come smart cities...
Noi, non altro.

Certo, la sussidiarietà

Certo, la sussidiarietà orizzontale, che ora è sancita al livello legislativo più alto, ll'art. 118, ultimo comma, della Costituzione, è alla base di quel "Governo con la rete" di cui più volte FORUM PA ha parlato e che è stato al centro della riflessione del FORUM PA 2011.

Assolutamente d'accordo

Non posso che condividere tutto quanto scritto ed in particolare, essendo io un dipendente pubblico, l’appello alle “buone amministrazioni pubbliche” che, per essere tali, devono perseguire la regola delle 3 E (Economicità, Efficienza, Efficacia) alle quali aggiungerei una quarta E, quella di Etica.
Chi lavora in una pubblica amministrazione sa bene da dove deve partire la spending review per sostenere, invece, quelle amministrazioni locali che governano senza dirigenti, dove non è possibile assumere personale, dove ancora non ci sono i PC o la larga banda, dove l’età media dei dipendenti è tra 45-55 anni, dove la formazione è un allontanamento dal lavoro, e così via …
Ma le pubbliche amministrazioni, specie quelle locali, da tempo sono sul mercato tanto quanto le aziende. Parliamo di attrattività dei territori ma l’attrattività passa anche attraverso la competizione delle pubbliche amministrazioni. Quindi, proviamo a rafforzare la P.A., senza convegni, seminari, spese di rapprensentanza, forum. Per N anni proviamo a bloccare queste attività orientando quelle risorse a reclutare nuovo personale competente, motivato, consapevole. Proviamo almeno …

Sismicità, retroattività...

L'alto strutturale ferrarese (a Ferrara non a caso si fa geotermia...) era già argomento di lezione quando studiavo Geologia negli anni Settanta: in realtà, nessuna sorpresa! Non c'era memoria storica nella gente, ma si sapeva che la molla si stava caricando da alcuni secoli.
Nondimeno, l'obbligo a costruire antisismico ha ritardato; A San Carlo e altrove si è costruito sulla sabbia dei paleoalvei, certo in momenti in cui le perizie geologiche non erano d'obbligo. Più che carenza di competenze, direi carenza di normative.
Il punto è che se dovessimo riqualificare tutto il patrimonio edilizio, suppongo che, spannometricamente, il 65-70% degli edifici italiani (basti pensare agli immobili condonati edificati in zone non idonee...) sarebbe da rifare. E mentre scrivo qui a Ferrara è passata la duecentesima scossetta.
Il ritardo di consapevolezza, insomma, non è recuperabile; la riqualificazione del patrimonio edilizio, qui come altrove, è probematica: almeno parliamone, come ha ben fatto Carlo nelle sue condivisibili "Riflessioni sparse", senza gettar croci o fare guerre contro i mulini a vento.

A proposito di capannoni crollati

questo articolo

http://www.corriere.it/cronache/12_maggio_30/pilastri-e-cerniere-non-reg...

sostiene che quel tipo di costruzione è intrinsecamente NON in grado di resistere a scosse ondulatorie. Se è così, un capannone può essere a norma quanto si vuole, ma qualsiasi norma che lo consideri antisismico è sbagliata

Concordo assolutamente! Le

Concordo assolutamente! Le Onde di Love "allargano la scatola" e letteralmente sfilano le pareti da pilastri e cerniere.