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Trasparenza dal basso. E se imparassimo dall’India?

Si chiama ipaidabribe.com, letteralmente “ho pagato una mazzetta”, ed è un sistema inventato da un funzionario dell’amministrazione locale indiana in pensione che, a suo dire, “ne aveva viste troppe”. Nell’India campione di opacità ci pensa la rete, dunque, ad imporre trasparenza e lotta alla corruzione. Che possa essere d’esempio anche qui da noi?

PassepartoutCi sono molti modi di intendere la pensione e il proprio ruolo quando ci si arriva, ma quello pensato e prontamente deciso nella sua messa in opera dall’indiano Thoniparambil Raguhanandan è da considerarsi senz’altro singolare, oltre che meritevole di attenzione e (magari!) pronta replica. In effetti, il termine “singolare” non rende assolutamente merito all’iniziativa e al suo promotore, perché in verità si tratta di una vera e propria best practice perfettamente aderente ai “bisogni” della propria – e vastissima - comunità di riferimento.

Il protagonista positivo in questione ha trascorso più di tre decenni della sua vita negli uffici della pubblica amministrazione del Karnataka, una regione dell’India. Periodo lunghissimo, durante il quale, da parte dei suoi colleghi, in termini di corruzione ne ha viste di tutti i colori. Giudicata con l’andare del tempo impossibile una “rivoluzione” avviata dall’interno e nel ruolo di paladino solitario - sarebbe stato subito isolato se non messo silenziosamente alla gogna –, il solerte funzionario ha aspettato il fatidico giorno del pensionamento e poi è partito subito con una lancia in resta virtuale che ha messo nel giro di poco tempo in crisi buona parte del sistema di malaffare sul quale, occorre dirlo, si basa gran parte della società indiana, visto che secondo l’indice di corruzione “percepita” da Transparency International, l’India occupa l’87 posto di questa particolare e nefasta classifica, (l’Italia, tanto per non sfigurare, si piazza 67esima).

Raguhanandan ci ha messo poco a passare dall’idea all’azione e a fondare e aprire il sito www.ipaidabribe.com (la traduzione letterale è “ho pagato una mazzetta”: nei termini più crudi e nei modi pessimamente più diffusi, dev’essere proprio che tutto il mondo è paese…) chiedendo ai suoi concittadini di denunciare gli episodi di malcostume vissuti, e a farlo in forma anonima. Forse è inutile dirlo, ma dal momento della sua comparsa in rete il sito è stato preso d’assalto, e gli episodi denunciati – da quelli più macroscopici ad altri ben più piccoli – hanno provocato reazioni anche all’interno dell’establishment indiano, tanto che quelle pagine visibili on line in modalità del tutto trasparente (non si consideri diversamente l’aspetto dato dal bisogno di anonimato: i tempi per le denunce con nome e cognome del denunciante non sono ancora maturi, né in India né quasi dovunque altrove…) si è posata una vera e propria lente d’ingrandimento e di monitoraggio dall’alto, e molti osservatori sostengono come l’iniziativa benemerita abbia avviato un vero e proprio programma di “mutazione” nelle abitudini del rapporto fra cittadini e PA autoctona, promuovendo un progressivo cambio di mentalità nelle persone, una maggiore conoscenza dei diritti acquisiti (o che dovrebbero essere tali) e delle pratiche da seguire: il tutto, innescando una decisa riluttanza nei confronti del nefasto fenomeno. Una delle conseguenze più evidenti è stato il lancio di una campagna pubblicitaria sostenuta da uno dei quotidiani più letti nel Paese, il Times of India, che ha anche realizzato uno spot di denuncia; il set è l’interno di un ufficio pubblico con il protagonista che cerca di risolvere un problema burocratico; nell’occasione, il cittadino viene rimandato di ufficio in ufficio in maniera frustante, il tutto in un atmosfera di disorganizzazione e di lassismo, come classicamente ben noto a tutti gli indiani (e non solo, no). Alla fine l’utente riuscirà ad ottenere la sistemazione della sua pratica solo a fronte del pagamento di una bustarella. L’iniziativa, inutile dirlo, ha suscitato un forte impatto di sdegno in ogni angolo della nazione.

Nel tempo, il portale si è evoluto, ed è ora composto da tre sezioni dominanti: “Ho pagato una tangente”, “Mi sono rifiutato di pagare” e “Non ho avuto bisogno di pagare”; in più; un’altra sezione del sito è dedicata all’analisi dei numeri, che sono in costante crescita. Da tempo, poi, la Cnn-Ibn ha iniziato una collaborazione tramite un programma che si chiama “Citizen Journalist”, e anche grazie all’eco dell’attivismo del signor Raguhanandan il sito è diventato oggetto dell’attenzione di network mediatici internazionali, che ne hanno enfatizzato i meriti con grande evidenza. Non sono mancati i tentativi di imitazione, soprattutto nella vicina Cina, che vive una situazione di malcostume molto simile se non peggiore, e nel quale la corruzione è punita nei modi più severi possibili, pena di morte compresa. Ma tre portali spontaneamente aperti sullo stesso tema e sulla stessa lunghezza d’onda sono stati prontamente chiusi: per le autorità cinesi un conto è combattere il fenomeno direttamente, ben un altro lasciarlo fare a cittadini e organizzazioni singole, fuori dallo stretto controllo governativo, e l’esperienza è finita nel giro di pochi clic.

E in Italia? A parte l’iniziativa ufficiale della Guardia di Finanza (dove però occorre “metterci la faccia” e ogni altro dettagli anagrafico per essere presi in considerazione) e poche timidi tentativi non istituzionali, non si registra un grande attivismo (anzi!) su questo fronte, anche perché i tentativi di “buoncostume” del settore si risolvono nella quasi totalità dei casi nel tentativo di stanare gli evasori e vincere l’evasione (tassa.li e stana evasore). Iniziativa senz’altro d’importanza primaria, molto benemerita e assolutamente necessaria, ma molto diversa da quella connessa alla classica “mazzetta”, fenomeno che riguarda grandi cifre quando alti sono gli interessi in gioco, ma anche somme ben più ridotte quando da risolvere sono problemi burocratici personali, e pagando la quale (molti non lo sanno) si rischia di passare per concussi, reato parallelo a quello dal concussore, e giustamente punito anch’esso.

 

Non ci resta che aspettare che a qualcuno dalle nostre parti venga l’idea di riprendere quella del signor Raguhanandan e decidere di ripercorrerne le stesse orme. Magari a farlo potrebbe essere qualche funzionario della nostra PA avviato verso la pensione e deciso a stimolare la voglia di giustizia anche nell’animo dei nostri concittadini. Nella speranza, naturalmente, che il recente allungamento dell’età pensionabile non concorra a spostare nel tempo l’avvio di questo attivismo in qualcuno che era alle soglie del proposito di arrivarci e adesso invece debba rimandare il tutto di qualche anno. Se fosse così sarebbe una conseguenza-beffa della riforma che, anche ad essere fantasiosi, nessuno certo poteva prevedere.

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