Dossier

Innovazione sociale made in Italy. Un laboratorio per nuove forme di governo

L’innovazione sociale fa incontrare pubblica amministrazione, impresa, finanza, welfare, scienza, education e tecnologia. Ma come? E, soprattutto, perché? Filippo Addarii, direttore esecutivo di Euclid Network, spiega che  "l’innovazione sociale è un modo diverso di capire e strutturare la società ma anche di vivere la nostra relazione come individui rispetto alla comunità. Un modo diverso di essere cittadini, consumatori, elettori. E’ un modo nuovo per la PA di interagire con il privato e per l’impresa di interagire con le istituzioni e con i cittadini". 

Abbiamo iniziato a parlare con Filippo Addarii, direttore esecutivo di Euclid Network (rete europea dei leader di terzo settore, impresa sociale e società civile) dell’innovazione sociale e dei legami reticolari che tesse tra universi diversi che operano su uno stesso territorio. Dalla pubblica amministrazione alla finanza, passando per l’impresa e la società civile. 

A Filippo abbiamo chiesto, innanzitutto, cosa fa Euclid?
Euclid è una rete particolare, perche è una rete di individui. Non è una rete di rappresentanza bensì è una rete che mette in relazione i professionisti con i propri colleghi attraverso l’Europa e oltre, li aiuta a scambiare conoscenze, a formare partnership, a intervenire su alcuni temi strategici di policy e a condurre dei pilots, ovvero dei progetti innovativi per sperimentarne il valore, laddove le organizzazioni ordinarie tendono a non arrischiarsi.

Poi gli abbiamo chiesto una definizione di innovazione sociale (ma a quanto pare abbiamo sbagliato domanda...) 
E’ nello spirito di Euclid non dare alcuna definizione perché agendo su un territorio così vasto quale quello dell'Europa e dei suoi vicini, non è possibile arrivare ad una sintesi esatta. Possiamo dire che è un campo emergente, un modo di pensare e che è, sempre più, una necessità, ma sicuramente non è una definizione. Per questo cercare di darne una, esaustiva ed esatta, non sarebbe di grande utilità, anzi risulterebbe fuorviante.

(Allora abbiamo riformulato la domanda). Perché per noi è utile parlare di innovazione sociale?
L’innovazione sociale ha degli elementi ricorrenti, degli ingredienti “base” che fanno sì che si configuri come un modello emergente da cui, nel momento attuale, è ormai necessario (più che utile) trarre indicazioni di governance per le molte e complesse evoluzioni sociali con cui ci troviamo ad interagire.

Scarica la pubblicazione "Innovazione Sociale made in Italy. Un laboratorio per nuove forme di governo", ottobre 2012, Edizioni FORUM PA

Perché dici che "più che utile è necessario rifarsi al modello emergente dell’innovazione sociale"?
Innanzitutto perché rende evidente che l’innovazione, contrariamente a quello che si è pensato fino ad oggi, non avviene solamente nei grandi laboratori, finanziata dal governo e dalle grandi imprese, ma avviene ovunque. Innovazione sociale in realtà sta per innovazione nella società e molti dei problemi che ci troviamo ad affrontare oggi non sono risolvibili attraverso le soluzioni tradizionali, ovvero sviluppate e finanziate da governi e imprese. Un tipico esempio è la questione del cambiamento climatico (cd climate change). Nonostante gli investimenti e gli sforzi per trovare delle soluzioni concrete non si è risolto il problema. E il motivo è semplice: problemi come il cambiamento climatico sono problemi della società e quindi richiedono un cambiamento culturale e comportamentale. Questo significa che sono richieste delle soluzioni diffuse e partecipate dai cittadini.

Creazione di soluzioni diffuse e partecipazione attiva dei cittadini sono i tratti distintivi dell’innovazione sociale?
Si. Come dicevo, normalmente l’innovazione era pensata come qualcosa che veniva finanziato e avveniva all’interno di un contesto ben preciso, controllato da specialisti. L’innovazione sociale invece è un tipo di innovazione che non si sviluppa se non c’è un’attiva partecipazione della società, dei cittadini. Quindi richiede al cittadino di non essere semplicemente consumatore, ma di partecipare allo sviluppo e all’implementazione, oltre che alla definizione iniziale del problema da risolvere.

Un esempio italiano?
Un esempio italiano sono i servizi per le madri nella città. A Milano è stato inventato un website, Radio Mamma che fornisce servizi alle madri, nel senso che informa le madri con bambini piccoli su tutti i luoghi che sono attrezzati per rispondere alle esigenze tipiche di una madre con bambino piccolo. Questo tipo di servizio, perché sia efficace e dunque risolutivo del problema, non si può sviluppare se non con un meccanismo di crowdsourcing, per cui gli stessi consumatori del servizio sono anche fornitori. Nel caso specifico, infatti, perché il servizio funzioni è richiesto che ogni madre aggiunga o corregga le informazioni rispetto ai diversi luoghi della città. Questo è un esempio banale e molto semplice, ma che rende bene l’idea.

Per approfondire i temi dell'innovazione sociale leggi anche il Dossier "Tutti pazzi per l'innovazione sociale"

Dunque, ragionare in termini di innovazione sociale porta i cittadini attivi in prima linea?
Si, anche se direi che l’innovazione sociale richiede piuttosto la partecipazione di tutte le parti e dunque il cittadino non è più semplicemente un ricettore passivo, sia nei suoi rapporti con le istituzioni che con le imprese. Il cittadino deve partecipare attivamente a tutto il processo innovativo e quindi anche alla fase primaria di definizione del problema. Questo è molto chiaro quando guardiamo a quello che succede nel campo dei servizi socio-sanitari. Ovvero, le migliori fonti di informazioni per definire e “pesare” i problemi, le necessità e addirittura i miglioramenti nella sanità sono le stesse persone che sono coinvolte nei servizi. I pazienti ma anche i professionisti, se adeguatamente attrezzati (e questo vorrei sottolinearlo), possono identificare i problemi o addirittura fornire le soluzioni per migliorare il servizio. E su questo ho un altro esempio italiano.

Vediamo il secondo esempio italiano…
In Italia ho lavorato con la Fondazione ANT di Bologna, che nasce dall’iniziativa di un medico specializzato nella ricerca dei tumori che ha individuato il problema dei malati terminali che preferiscono morire a casa piuttosto che in ospedale. Questo dal punto di vista del servizio sanitario significa risparmiare costi notevoli mentre per il malato e la famiglia è una esigenza assolutamente prioritaria. La Fondazione ANT, che nasce in origini come associazione, è la realtà che ha sviluppato un network per soddisfare questa esigenza. Dalla forma associativa si è poi trasformata in una vera e propria impresa sociale, con una propria economia che impiega professionisti, pur dipendendo sempre dal volontariato e dalle donazioni delle famiglie, riuscendo così ad offrire un servizio gratuito come farebbe la sanità pubblica. Poi attorno al lavoro della Fondazione ANT si è sviluppato uno strumento gestionale su cloud, VitaEver, che ha ricevuto più di un riconoscimento a livello internazionale in termini di innovazione sociale. In questo esempio vediamo chiaramente il settore privato, pubblico e associativo lavorare insieme per sviluppare delle soluzioni socialmente efficaci ed efficienti in termini di costi.

Perché l’innovazione sociale interessa campi tra loro così diversi - dalla finanza all'impresa, dalla scienza all'education, dalla governance dei beni comuni alla tecnologia - e li mette in comunicazione tra loro?
Proprio perché è un modo diverso di capire e strutturare la società ma anche di intendere e vivere la nostra relazione come individui rispetto alla comunità. E’ un modo diverso di essere cittadini, consumatori, elettori. E’ un modo nuovo per la PA di interagire con il privato e per l’impresa di interagire con le istituzioni e con i cittadini. E’ un cambiamento di mindset, di framework. La cultura dell’innovazione sociale suggerisce che in momenti di crisi, come l’attuale, la torta può crescere solo se le diverse parti si mettono insieme. Di conseguenza si comprende l'opportunità di rilanciare un nuovo modo di lavorare con gli altri, attraverso l'apertura all’interazione con mondi diversi e apparentemente molto distanti dal proprio. Questo presuppone il superamento di quegli stereotipi culturali, così radicati in Italia, per cui se lavori nel terzo settore sei uno sfigato, se lavori nel pubblico sei un parassita, se lavori nel privato sei un approfittatore.

In cosa il modello dell’innovazione sociale incontra le esigenze e le caratteristiche italiane?
Sottolineerei due aspetti che caratterizzano l’approccio dell’innovazione sociale e che si sposano bene con la realtà italiana. Il primo è che la cultura dell’innovazione sociale risponde alla cultura e alle esigenze delle generazioni più giovani, per cui il lavoro, sempre più difficile da trovare, lo si crea. Il secondo tratto è che la diversità aiuta l'innovazione, e l'Italia è ricca di diversità. Importante però è collegarla. Quindi questo è un messaggio specifico per l’Italia: collegare le diverse realtà italiane, salvaguardando e mantenendo la diversità ma attivando le possibili sinergie. Quella italiana è una ricchezza che pochi altri Paesi hanno. In Italia ogni città ha la sua realtà, questo significa che ogni città può essere un piccolo laboratorio di innovazione sociale. Se si collegano tutti questi laboratori di innovazione sociale, l’Italia potrebbe diventare un grandissimo laboratorio di innovazione sociale, non standardizzato, ma che si arricchisce delle diversità storiche e culturali di ogni singola città.

In che direzione deve lavorare la PA italiana per entrare operarivamente in questo modello?
Immagino che per la PA italiana sia un percorso difficile di trasformazione, perché si tratta di un cambiamento culturale e per le persone che lavorano all’interno dell’amministrazione da anni non sarà facile. Mi concentrerei su quelle amministrazioni o parti di amministrazione che stanno già sperimentando, ovvero che vedono già la propria funzione come quella di chi lavora per costruire un “enabling environment”. Voglio dire che la PA deve smettere di pensare di dover proporre soluzioni, perché nella PA non ci possono essere tutte le soluzioni. Però l'amminsitrazione ha la capacità di facilitare e sostenere il dialogo e la collaborazione tra le parti e creare un ambiente che faciliti iniziative di questo tipo, dal punto di vista legale ma anche dei processi e delle culture.

Insomma, che ruolo dovrebbe avere la PA?
L’innovazione sociale richiede una multistakeholder governance e la PA dovrebbe essere il facilitatore di questa multistakeholder governance, ovvero il soggetto che mette tutti intorno al tavolo e aiuta tutte le parti a parlarsi e a trovare delle soluzioni. La PA non ha sempre chiare le priorità nei singoli campi di intervento, ma ha chiaro come le diverse parti, cioè i diversi campi, si articolano e relazionano tra di loro, quindi dovrebbe fare un passo indietro. Direi che dovrebbe decisamente acquisire un ruolo più strutturale e strategico e sempre meno di frontline.

Abbiamo intervistato Filippo Addari, in preparazione all’incontro aperto e “a più voci" del 17 maggio a FORUM PA 2012, Innovazione sociale made in Italy. Come e perché, di cui sono disponibili on line gli atti
Your rating: Nessuno Average: 5 (1 vote)