Intervista

La forza motrice dell’open government in USA non è Obama, sono gli americani

Alex Howard, meglio conosciuto come @digiphile, è uno dei punti di riferimento della comunità del Government 2.0. È il corrispondente da Washington di O'Reilly Media ed ha un blog ricchissimo di informazioni su cosa succede su temi del Government 2.0. Alex e David Osimo hanno fatto una chiacchierata via skype, l’uno da Bruxelles l’altro in un Internet café di Washington. Si comincia con un aggiornamento sullo stato dell’Open Government negli Stati Uniti e si finisce con una domanda aperta “possiamo utilizzare parte del tempo dedicato a guardare la televisione verso attività che migliorano la cosa pubblica e creano occupazione”?

Visto dall’Italia, ci è sembrato che dopo l’entusiasmo iniziale, negli ultimi mesi le dimissioni di elementi chiave come Beth Noveck, Vivek Kundra e Aneesh Chopra, le discussioni sui costi del portale Data.Gov segnassero un declino nella priorità politica attribuita all’Open Government…
Open Government è un concetto ampio che è evoluto dal famoso Memo sull’open government del gennaio 2009, che lo identificava come prioritario. Questo ha aperto la strada ad iniziative ad ampio raggio, ma focalizzate  soprattutto sull’ efficienza della pubblica amministrazione piuttosto che sulla trasparenza in quanto tale. Ciò sicuramente non è piaciuto agli attivisti dell’Open Government che si aspettavano più iniziative legate alla trasparenza e al buon governo (per capirci iniziative che incidessero su temi quali l’attività di lobbying e i finanziamenti alla politica) e quindi sono rimasti delusi. D’altro canto, le rotazioni di personale sono normali nella Casa Bianca ogni 2 - 3 anni le persone cambiano,  per motivi personali e professionali come nel caso di Beth Noveck. I nuovi CIO e CTO sono estremamente competenti e di alto profilo, ed i posti non sono stati lasciati vacanti. Poi c’è da dire che l’agenda dell’Open Government è più legata alla modernizzazione della PA che alla trasparenza in quanto tale, anche a causa delle numerose crisi avvenute nel frattempo.  In sintesi, non è un quadro completamente positivo, ci sono molte resistenze interne, ma continuo ad incontrare qui a Washington moltissime persone motivatissime, e sono sicuro che in tema di Open Government la nuova Presidenza riceverà l’eredità importante dell’attuale.

Una delle iniziative lanciate negli ultimi tempo è la Open Government Partnership. Anche l’Italia è fra i firmatari, ma è difficile capirne la reale importanza. Quale è la tua opinione?
Ho avuto l’opportunità di seguire l’inziativa dall’inizio e, per valutarla, direi che bisogna considerarla in relazione alle politiche di ogni singolo governo. E’ un framework flessibile il cui obiettivo è di favorire lo scambio di esperienze e rendere i governi responsabili delle loro politiche di Open Government. Si puo’ essere scettici ma al suo interno ci sono iniziative davvero importanti, come la “Extractive Industry Technology Initiative” sulla trasparenza  in materia di sfruttamento di risorse energetiche in ogni singolo Paese. Direi che è ancora presto per capire se avrà un impatto significativo, ed il test vero sarà quando uno dei governi firmatari deciderà di fare un passo indietro e contraddirà i valori della OGP. Cosa succederà allora? I membri dell’OGP saranno in grado di influire, spingendo le decisioni di quel Paese verso una maggiore apertura?

A livello internazionale c’è sempre una grande attenzione vero USA e UK, ma quali sono gli altri paesi all’avanguardia?
Io sono molto curioso sugli sviluppi in Brasile, un Paese in forte crescita che ha introdotto molte aperture in materia di accesso ai documenti pubblici (cd “Freedom of Information”), ha investito molto sulle applicazioni mobili ed ha un settore tecnologico molto innovativo. In Europa ormai quasi ogni regione o Paese sta investendo sull’open government e se non ha un portale open data lo sta progettando. Questa dinamica ricorda quanto avvenuto 15 anni fa in materia di e-government e servizi online, per cui i Paesi tendono a copiarsi l’un l’altro a volte senza chiedersi di cosa c’è veramente bisogno. Oggi l’Open Government in Europa spesso si esaurisce nel pubblicare dati pubblici aperti, ma c’è ancora poco sulla reale collaborazione fra cittadini e pubblica amministrazione nell’erogazione dei servizi e nella definizione delle politiche.  Un primo segnale preoccupante è il permanere del termine “portale”, che rivela un approccio top-down in cui l’importante è che il governo prenda l’iniziativa di pubblicare i dati. Io preferisco il termine “piattaforma”, che invita alla collaborazione. Ci sono iniziative molto più importanti di un portale open data, come migliorare la legislazione sull’accesso e sul riuso dell’informazione del settore pubblico, senza parlare di libertà fondamentali come la libertà di stampa.

Un'altra iniziativa molto ricorrente sono i famosi “apps contest”. Hai la percezione che ormai ce ne siano troppi, che il loro momentum sia passato oppure rappresentano ancora un’iniziativa valida che va continuata?
Non c’è dubbio che c’è stata una esplosione di questi contest a partire dall’originale appsfordemocracy.org . Ma il meccanismo dei “premi per l’innovazione” è una misura che i governi hanno tradizionalmente fatto e che oggi si sta allargando alla “open innovation” come nel caso di Innocentive (ndr il CEO di Innocentive Europa Simon Schneider parteciperà a FORUM PA 2012, con un keynote in programma il 17 maggio alle ore 15,00). Non c’è dubbio che gli “apps contest” oggi vanno esaminati criticamente: le applicazioni sono poi utili ed usate dai cittadini? In termini di procurement, c’è dachiedersi cosa succede dopo il premio, le apps vengono acquistate dalla pubblica amministrazione? Chi mantiene il codice aggiornato, esiste un business model sostenibile? Tutte queste domande sulla sostenibilita’ delle apps sono oggi necessarie.

In una intervista precedente, Tom Steinberg sostiene che la cosa più importante per cambiare la pubblica amministrazione è assumere “hackers” e sviluppatori. Sei d’accordo? (ndrTom Steinberg sarà a FORUM PA 2012, il 18 maggio alle ore 17,00 con un keynote dal titolo "- How to build the open government from the bottom: the experience of mySociety")
È una frase ricorrente. Spesso si dice che i problemi principali sono i meccanismi di selezione del personale ed i meccanismi di approvvigionamento, che tendono a scoraggiare gli acquisti da piccole startup innovative che non offrono garanzie e non possono affrontare lunghe procedure di selezione. Il problema delle risorse umane va visto nella prospettiva dei “baby boomers”: anche nella pubblica amministrazione ci sarà un grande ricambio generazionale che faciliterà l’innovazione. Sicuramente è fondamentale avere persone che capiscono davvero la tecnologia anche dal punto di vista manageriale. È sempre difficile avere lavoratori che si muovono dal settore privato al pubblico, che non è più considerato un posto “d’onore”  come in passato.

Grazie Alex, per chiudere hai qualche altro punto che vorresti portare all’attenzione dei lettori italiani?
Solo uno. Spesso quello che succede negli Stati Uniti viene letto solo attraverso la Casa Bianca, ma la realtà americana è molto più ricca e complessa. Non bisogna identificare l’Open Government negli Stati Uniti con le scelte della Casa Bianca. Siamo un sistema federalista e in cui i cittadini hanno un ruolo fondamentale nello spingere per il cambiamento, dal movimento Occupy a quello del Tea Party. La forza fondamentale in USA è l’innovazione dal basso. Se i nostri governanti non fanno abbastanza, chiediamo di più non solo a loro ma a noi stessi. Il movimento contro la legge SOPA ha dimostrato la forza del movimento dal basso. La domanda fondamentale è quella di Clay Shirky: possiamo utilizzare parte del tempo dedicato a guardare la televisione verso attività che migliorano la cosa pubblica e creano occupazione?

 

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