Intervista

Verso Jesolo 2020. Dall’ascolto alla responsabilità condivisa

Da poco più di un anno la città veneta, con i suoi circa 25.000 abitanti, è impegnata in un esercizio strategico di immaginazione. Jesolo 2020 infatti è il progetto che intende arrivare alla definizione di un Piano di Assetto del Territorio (PAT) partecipato, cioè disegnato a partire dalle visioni, dalle esigenze e dalle priorità dei suoi cittadini, singoli e associati. A guidare il processo l’Ufficio Pianificazione del Comune in tandem con l’Ufficio Comunicazione. Concentrandoci sulla fase dell’ascolto, abbiamo chiesto a Barbara Tonetto, responsabile dell’Ufficio Comunicazione di ragionare con noi su cosa significhi “ascoltare” per una pubblica amministrazione. “Io credo – sostiene - che l’evoluzione naturale dell’ascolto sia la partecipazione e che questa evoluzione porti ad una nuova definizione dei ruoli". Al centro c’è il concetto di responsabilità.

Jesolo 2020 - comincia Barbara Tonetto, responsabile Ufficio Comunicazione del Comune di Jesolo - è un progetto che nasce sulla base di una legge regionale, la legge n. 11 del 2004, che supera quello che era il vecchio e più noto piano regolatore generale PRG, prevedendo due diversi procedimenti: il Piano di Assetto del Territorio, PAT e il Piano degli Interventi, PI.
Il progetto Jesolo 2020 si riferisce al PAT che, in quanto Piano di Assetto del Territorio, contiene  le scelte strategiche della pianificazione, sul lungo e medio periodo. Le domande alla base del PAT, per intenderci, sono del tipo “come sarà Jesolo tra 10 anni?”, “quale è il modello di ambiente di ambiente, mobilità, qualità abitativa che si vuole per i suoi abitanti?” e ancora “cosa fare per rendere la Jesolo di domani una città in cui si può vivere meglio?”

Dunque Jesolo 2020 rappresenta un processo di riflessione strategica su "come fare per rendere la città migliore"...

Esatto. A ciò si aggiunge il fatto che la Legge regionale ciata prevede, all’articolo 5, che l’amministrazione, nella stesura del documento strategico, chieda e coinvolga  le associazioni, ovvero le categorie professionali e di cittadini più rilevanti all'interno della città.

Si tratta dei “portatori di interessi diffusi”?
Si. La legge del 2004 fa esplicito riferimento al coinvolgimento di soggetti portatori di interessi diffusi, i cd stakeholder. E in risposta a questo con il progetto Jesolo 2020 abbiamo messo in campo una serie di azioni di coinvolgimento di questo preciso target. Tra associazioni di categoria, mondo delle associazioni, comitati e rappresentanti delle istituzioni sono stati individuati 150 soggetti. Ma quello che indicherei come reale valore aggiunto del processo è stato l’allargamento del processo di partecipazione anche alla cittadinanza non associata.

Cioè Jesolo 2020 è andato “oltre la legge”, aprendo il processo di partecipazione anche ai singoli cittadini?
Si. Questa è stata una scelta dell’amministrazione strategicamente molto importante. E’ quello che lo stesso sindaco ha riconosciuto come il vero valore aggiunto del progetto. Siamo andati oltre quello che prevede l’articolo 5 della Legge regionale, organizzando il coinvolgimento di tutti quei cittadini singoli che non sarebbero stati coinvolti nel target riconosciuto degli “stakeholder”.
La nostra intenzione era dare la possibilità a tutti di potersi esprimere ed essere coinvolti in questo progetto, soprattutto in questa prima parte in cui abbiamo fatto un esercizio di ragionamento "al futuro", un futuro in cui poter star meglio qui a Jesolo.

Come Ufficio Comunicazione avete lavorato in particolare sul coinvolgimento e sull’ascolto della cittadinanza, che sono due dimensioni critiche in qualsiasi processo di co-design. Quali considerazioni vi hanno guidato nell’impostare questi percorsi?
Da subito è emersa chiara la consapevolezza – nostra come dell’Ufficio Pianificazione – che si tratta di due momenti importantissimi, che impattano in maniera decisiva sulla qualità dell’output finale. L’aspetto più rischioso sul quale siamo stati chiamati a ragionare era come fare in modo che il coinvolgimento dei cittadini singoli non portasse all’emersione di bisogni troppo individualizzati perché l’obiettivo era di far emergere bisogni comuni, aggregati. Questo era forse anche l’aspetto del processo più difficile da comunicare: “stiamo lavorando insieme al piano cittadino, cioè che riguarda tutti e che si estende nel futuro”. Detto questo abbiamo impostato due percorsi diversi per i soggetti portatori di interessi diffusi e per i cittadini singoli. Per i primi sono stati organizzati incontri pubblici. Il primo incontro, svolto in sala consiliare nel gennaio 2011 è stata l’occasione per presentare a tutti i gruppi il progetto e i materiali collegati, mentre i 18 incontri successivi sono stati rivolti e organizzati singolarmente con categorie specifiche. Per quanto riguarda i cittadini singoli abbiamo utilizzato un sistema molto più semplice. Abbiamo scelto infatti di incontrali nei luoghi che ci sembravano maggiormente frequentati e in cui era più facile intercettarli. Abbiamo scelto le piazze, che ruotano intorno alle diverse chiese della città e poi il mercato cittadino, nei giorni di maggiore frequentazione ovvero rispettivamente la domenica e il venerdì.

Come avete organizzato la raccolta dei contributi dai cittadini singoli?
Nei luoghi selezionati abbiamo creato un punto di ascolto sottoforma di gazebo, ben “individuabile”anche dal punto di vista fisico, presidiato da personale del Comune, proveniente dai due uffici coinvolti, dunque un tecnico - pianificatore e un comunicatore. La domanda, in linea con l’obiettivo della raccolta, era molto aperta ovvero: “come immagina Jesolo o come la vorrebbe affinché diventi una città in cui si sta bene?”. Si è molto giocato su questo: una città in cui vivere meglio, in cui il vivere meglio non dipendesse tanto dal punto di vista urbanistico in senso stretto, ma proprio sulla qualità di vita nel suo complesso. Oltre alle postazioni on site, abbiamo lanciato ovviamente la comunicazione sul sito e attraverso la stampa. Abbiamo chiesto a cittadini e cittadine di esprimersi attraverso post-it, perché è uno strumento molto semplice, che non spaventa, su cui basta scrivere un aggettivo o un sostantivo per dire la propria. E, oltre alla semplicità dello strumento, ci piaceva richiamare la modalità “bacheca social” che ormai imperversa in rete.

Come avete articolato la fase di feed-back e restituzione di quanto raccolto nella fase di ascolto?
Abbiamo raccolto più di 300 contributi. Insieme all’ufficio Pianificazione li abbiamo analizzati, sintetizzati e raggruppati, per quanto possibile in 8 categorie omogenee, poi in ordine di priortà a seconda del numero di conteuti espressi per ciascuna. Aspetto da sottolineare è che le categorie non sono state precostituite ma si sono costituite sulla base dei contenuti ricevuti. Adesso stiamo lavorando all’elaborazione di un documento di sintesi completo, che faccia riferimento sia al risultato degli incontri con i portatori di interesse  sia ai contributi “postati” dai cittadini singoli. Il documento sarà diffuso in un incontro pubblico, a cu saranno inviatati tutti i rappresentanti delle categorie delle associazioni. A maggio a Jesolo ci saranno le elezioni amministrative, dunque l’incontro di farà probabilmente dopo, ma il documento di sintesi verrà presentato all’amministrazione in carica prima della fine del mandato.

Dunque, non si butterà via niente?
Sulla questione del feed-back, la legge è chiara nel prevedere che ciò che emerge dalla fase di concertazione e partecipazione dovrà servire per dare delle indicazioni per la stesura del PAT. Da qesto consegue che bisognerà essere molto chiari nello spiegare cosa tra  quanto emerso farà parte del PAT e cosa non potrà farne parte, fornendo però le motivazioni dell’esclusione. Proprio per questo è stato previsto che tutto ciò che è emerso sarà allegato.

Dall’esperienza di Jesolo 2020 sembra emergere che gli strumenti normativi non mancano. Allora cosa è che spesso inficia i processi di ascolto nei rapporti tra amministrazione e cittadini?
Le iniziative di partecipazione ci sono sia perché previste da legge sia perche gli enti fortunatamente sperimentano in questo senso. Personalmente ritengo che i processi partecipativi siano una straordinaria occasione per l’amministrazione purché non li tratti come uno strumento fine a se stesso. Il rischio è che attivare un processo di partecipazione si motivi in se stesso. Invece è solamente uno “strumento” per arrivare a una decisione condivisa. Se la decisione finale non è condivisa, io credo che il processo di partecipazione sia non solo inutile ma rischi di aumentare lo scollamento tra cittadini e amministrazioni piuttosto che aumentare la fiducia, diventando addirittura controproducente.

Su quali elementi consiglierebbe di lavorare con maggiore attenzione strategica in un processo di ascolto e design partecipativo?
Credo che un ente che attiva un processo di ascolto e partecipazione dovrebbe innanzitutto attivare un processo di formazione interna, su quale è il ruolo della partecipazione nella definizione della decisione finale. E solo successivamente attivare quello che è realmente il processo di partecipazione. In secondo luogo, bisogna fare molta attenzione all’uso dei social media. Il 2.0, strumento per definizione al servizio del dialogo tra cittadini e amministrazioni, chiama ancora di più l’amministrazione ad essere presente, attiva e a rispondere. I social media, ancor di più e più velocemente degli strumenti ttradizionali possono svelare un'amministrazione che utilizza un processo di partecipazione di facciata. In questo senso il 2.0 può dare un contributo sostanziale alla partecipazione perche ne mette in evidenza la natura, svelando molto rapidamente i bluff. Non so se e quanto le amministrazioni e gli enti pubblici ne siano consapevoli, ma questo è per fortuna quello che avviene.

Da quello che emerge sembra facile pensare che l’ascolto sempre più evolverà verso processi di partecipazione…
Dal mio punto di vista, condivido appieno la posizione di chi considera la partecipazione un'evoluzione del concetto di ascolto e, in particolare, credo che si tratti di una importante evoluzione anche rispetto ai ruoli delle parti coinvolte nel processo. Quando si parla di ascolto, si dice che tutti i soggetti hanno pari dignità ma comunque c’è sempre un soggetto che ascolta e poi restituisce in termini di feedback . Nella partecipazione la sfida è rendere i soggetti, nel concreto, di pari dignità. E questo avviene rispettando il principio fondamentale dei processi partecipativi: arrivare a una scelta finale condivisa, pur salvaguardando il ruolo dell’amministrazione che rimane il soggetto che deve decidere. E’ chiaro che il processo della partecipazione, in termini di valore aggiunto, può offrire tanto al governo di una città, a patto che ci sia da parte di tutti i soggetti coinvolti - cittadini e amministrazione - la voglia di caricarsi di una nuova responsabilità. Perché questa è una cosa da tener ben presente: un processo di partecipazione chiama i soggetti coinvolti ad essere responsabili delle scelte condivise.
 

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Gruppo "Altro PAT" di Jesolo

Qui potete leggere la storia del nostro gruppo, che ha iniziato a criticare la stesura del PAT ed a "stimolare" l'amministrazione verso una maggior informazione, trasparenza e partecipazione diretta dei cittadini, allargando la definizione di "stakeholders", informando i cittadini con apposite assembleee e solo dopo chiedere proposte, infine che fossero i cittadini a votare.
http://litoralaltro.wordpress.com/tag/pat-jesolo/