Corsivo

Il mobbing, fra mobber e mobbizzato. Ma chi è il vero malato?

passepartoutAbbiamo già trattato in un altro nostro corsivo il grave problema del mobbing, invitando in quell’occasione alla lettura del libro di una dirigente romana della pubblica amministrazione, Caterina Ferraro Pelle: il numero dei contatti allora raggiunto ci diede la dimensione del fenomeno e l’interesse che ne può scaturire, in maniera assolutamente generalizzata e trasversale. Sull’argomento torniamo anche oggi, prendendo spunto da quanto emerso al convegno ”Mobbing in uniforme”, organizzato dal Pdm (il partito per la tutela e diritti dei militari) che si è tenuto recentemente a Roma. Infatti, alcuni dati che ne sono scaturiti mi sembrano di particolare interesse, e quello che in assoluto più interessante lo riservo per ultimo, a mò di piccola chicca finale del PAssepartout.

Dunque, anzitutto conviene sapere che in ambito privato i contenziosi relativi al mobbing sono spesso caratterizzati da risoluzioni anticipate fra le parti, perseguite anzitutto dalle aziende che vogliono evitare una nomea negativa qualora si arrivasse a giudizio. Quindi, se in casi del genere la percentuale di addetti che ne è toccato arriva al 20% per il mobbing e al 14% per il demansionamento,  lo “spegnersi concordato” del problema dovuto ad un accordo fra le parti nel privato fa balzare in testa a questa particolare classifica proprio la pubblica amministrazione e la difesa, con il 7% di casi di vessazioni e il 10% di demansionamenti; segue la sanità con l'8% (le donne, in generale, sono la maggioranza, e toccano il 55% dei casi).
Nel particolare, come ha sottolineato nell’occasione il segretario del Pdm Luca Comellini, “Il problema è che la Difesa non riconosce che vi sia il mobbing tra i militari, eppure si continuano a ricevere segnalazioni da militari, Guardia di Finanza e Carabinieri, di vessazioni, demansionamenti, avanzamenti di carriera bloccati. Non è un caso che negli ultimi dieci anni si siano registrati 228 suicidi di carabinieri con l'arma d'ordinanza”. Invece, secondo Mauro Di Fresco del Nursind (il sindacato delle professioni infermieristiche), “la figura del mobbizzato per eccellenza è quella dell'infermiere, vessato da medici, pazienti e direzione sanitaria”.

Al di là di queste dichiarazioni “settoriali”, da una ricerca presentata nell’occasione è risultato che il mobbing comporta pesante isolamento lavorativo, familiare, sociale, e che con il suo perpetrarsi la vittima arriva fino all’espulsione e alla perdita del lavoro tout court. Le diverse forme di mobbing implicano sindromi e patologie psicologiche e morali che costringono all’assenza dal posto di lavoro per curarsi, e che di conseguenza comportano gravissimi danni alla salute.
Il percorso perverso che deve subire un mobbizzato è equiparabile ad un autentico calvario: questi diviene un capro espiatorio per i problemi legati all’ambiente di lavoro, è costretto a trasferimenti continui, a vedersi rifilare incarichi minori, passando dalla malattia all’esclusione dal lavoro ed all’ingresso nel campo delle problematiche sociali (leggesi: disoccupazione) con conseguente aumento dei problemi e del disagio, per arrivare infine ed ineluttabilmente al prepensionamento.

È a questo punto che il problema diventa di tutti, quindi sociale, per le cure e le garanzie che alla vittima in questione devono essere garantite. E qui viene la parte più interessante, a voler essere un po’ cinici. Sì, perché ad una prima “lettura” del fenomeno si potrebbe pensare che il problema è quasi “privato”, giocato sul filo della contrapposizione fra due soli soggetti: il mobbizzante e il mobbizzato, e che le eventuali implicazioni economiche siano da restringere in questo doppio ambito. E invece non è così, perché un episodio di mobbing, nel suo complesso, costa alla collettività il 190% in più dello stipendio (in termini di salario medio annuo) per improduttività, spese mediche, spese legali, spese previdenziali, malattia e (appunto) prepensionamento. In parole povere, è facile fare i “duri” (il mobbizzante) quando poi a pagarne (in tutti i sensi) sono gli altri, cioè noi.

Vogliamo vedere come si può anche “verbalizzare” questo essere “duri” e crudeli? Dal campionario di modi e termini che la casistica legale finora ha accumulato possiamo trarre qualche spunto illuminante, e quelle che seguono sono tutte pesanti offese realmente formulate, e riconosciute come reato dalla Cassazione. Anzitutto si deve sapere che le ingiurie sul posto di lavoro sono considerate mobbing se ripetitive e finalizzate ad umiliare, vessare e costringere il lavoratore a lasciare il posto di lavoro o a piegarsi alla volontà della maggioranza o del superiore gerarchico. Fra queste compaiono vere azioni da cuor di leone, come: spintonare il vessato o addirittura sputargli addosso (avete letto bene), oppure rivolgersi a lui con frasi da veri gentiluomo del tipo: “non capisci un cazzo”, “vai a cagare”, “sei un ricchione” o (figurarsi se poteva mancare!) “sei una cicciona”; molto gettonato in termini sessisti anche “per questo lavoro serve un uomo”, e di particolare creatività “hai una natura lewinskiana, fai delle farneticazioni uterine” (doppia puntualizzazione che testimonia del grado di finezza dell’autore). Il classico “vaffa…” merita una puntualizzazione prontamente colta dai nostri legislatori, testuale: è reato solo se si mostra il dito medio; non è reato anche se si mostra il dito medio ma si deve litigare incidentalmente cioè senza conoscersi; se invece ci si conosce è reato.

Quello che ho pensato leggendo quest’ultimo elenco è che il vero malato di tutta questa storia deve essere proprio considerato il persecutore, e al volo mi è venuta in soccorso la stessa ricerca sopracitata, ed è questa la chicca che volevo riservare per il gran finale. Infatti, molto studi hanno comprovato che il mobber è un autentico frustrato che scarica i suoi problemi personali sugli altri, un istigatore alla ricerca di nuove cattiverie, un megalomane con una propria visione distorta di quanto lo circonda e, dulcis in fundo, un narcisista perverso. Questi ultimi, secondo la psicoterapeuta familiare francese Marie France Hirigoyen “sono soggetti psicotici senza sintomi che trovano il loro equilibrio scaricando su altri il dolore  che non sono capaci di  provare, e le contraddizioni interne che rifiutano di prendere in considerazione. Questo transfert del dolore permette la loro valorizzazione a spese dell’altro”.

Quindi, per finire lancio un appello, che spero qualcuno raccolga: la cosa più importante da fare quando si palesa un caso di mobbing non è tanto andare a cercarne le cause, ma piuttosto risalire alla sua origine - cioè a chi lo ha procurato - e intervenire subito per curare il sadico vessatore, mettendolo anche il più in fretta possibile nella condizione di non combinare altri disastri del genere. È pur vero che le spese sanitarie saranno anche in questo caso a nostro carico e sapendo che razza di soggetto mandiamo a curare ci potrebbe passare la voglia, ma così facendo può essere pure che si risparmia. Vinciamo la ritrosia, allora, che alla lunga ne può valere senz’altro la pena, e alla fin fine ne guadagneremo tutti in salute.

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Commenti

Mobbing, tra mobber e mobbizzato ...

Mi dispiace non sono un gran che d'accordo con la tua analisi.
Il mobbing e' piu' complesso del quadro che proponi, in realta' e' una dinamica di gruppo che prende di mira un singolo. Quindi, in riferimento al tuo appello "la cosa piu' importante e' intervenire subito per curare il sadico vessatore..." proponi una terapia di gruppo per i mobbers....?
D'altro canto, mi vengono in mente alcuni problemini della nostra giustizia, legati piu' che altro ai suoi tempi biblici... ed anche l'esito, quasi sempre scontato, delle cause di mobbing....per non parlare delle denunce interne....
Comunque il tuo appello mi incuriosice un tantino...in che modo pensi di "far curare il sadico vessatore"...?

Domenico

Mi sembra di averlo scritto,

Mi sembra di averlo scritto, Domenico: "curarlo", semplicemente. Quale possa essere poi la cura più adatta per un "sadico vessatore" non sono certo io a poterlo suggerire. A tanto, e anche a molto meno in verità, certo non mi sogno nemmeno lontamente di poter arrivare: scrivo corsivi periodicamente e qualche volta anche altro, ma azzardare diagnosi medico-specialistiche mai ho tentato il cimento. E ci mancherebbe!

mobbing

Se è il mobber che scarica sui sottoposti è altrettanto vero che chi subisce, sa che intorno al mobber ci sono altri mobber che lo proteggono e quindi ci si trova
da soli a combattere contro dei muri di gomma.
Sono un Dirigente sanitario

mobbing

Esiste un tipo di mobbing particolare... il mobbing universitario...
Lo soffrono il personale tecnico amministrativo.....
Lo soffrono il personale docente...
Lo soffrono i ricercatori....io sono un attempato ricercatore....
In ambito universitario è ancora più facile applicarlo ed è ancora più difficile farlo riconoscere....
Ti escludono dai progetti di ricerca PRIN senza dirti nulla...così non puoi partecipare ai convegni (occorrono, alcune volte, centinaia di euro per l'iscrizione), non puoi pubblicare e in particolare non puoi fare ricerca; senza finanziamenti non si fa ricerca, senza finanziamenti non si partecipa ai convegni, senza finanziamenti sei un pc a cui è stata tolta la corrente...
La tua famiglia, lo Stato, hanno investito su te, ma non serve, sei posto nelle condizioni di non produrre, di rimanere immobile, di essere emarginato, di soffrire.
Certo questo comportamento cosa al soggetto e alla collettività, costa molto.
Vi ricordate della fuga dei cervelli???
Avete un'idea di quello che costa alla collettività il rientro degli stessi???
Secondo voi perché scappano???
La risposta sta in una parola di sette lettere...............MOBBING............

bornout nella scuola

della problematica mobbing e del conseguente disturbo mentale professionale nella scuola si parla ancora meno.
in questo contesto ai problemi creati dal mobber, evidenziati nell'articolo, si aggiungono le "pressioni" dell'ambiente sociale quando tende a colpevolizzare esclusivamente i docenti per i risultati scolastici, coprire i comportamenti disfunzionali di alunni e studenti, mortificare un ruolo professionale che una volta era oggetto di rispetto e riferimento per la società.
l'ufficio scolastico regionale per l'umbria si sta occupando approfonditamente della problematica per la raggiunta consapevolezza dei costi umani ed economici di un malessere che è anche e soprattutto organizzativo.
sono a disposizione di quanti desiderino discuterne.

tel. 0755828219

Mobbing

Sono d'accordo su tutto ed in particolare sulla considerazione che il vero malato è il mobber. Da 12 anni subisco vessazioni di ogni tipo, i primi 4 anni li ho trascorsi nell'emarginazione totale sia personale sia professionale ( ai colleghi era stato proibito finanche di rivolgermi la parola, pena l'applicazione di sanzioni disciplinari o il licenziamento!!) solo perché, consigliata (male) dal mio avvocato, ho fatto ricorso alla magistratura per il riconoscimento di mansioni superiori che svolgevo da 20 anni. Tuttora ho a che fare con un capo che ama mortificarmi in pubblico, mi fa fare le cose che non so fare con scadenze brucianti, mi toglie il lavoro specialistico che ho sempre svolto, ecc. Tutto questo pur di non riconoscermi un inquadramento superiore che aspetto da 30 anni. Il problema grosso è come difendersi? Quali prove precostituirsi e come? Quanto contribuisce anche il mobbizzato a favorire i comportamenti del mobber? Sono tutti quesiti ai quali non sono riuscita a trovare una risposta.

I veri malati sono i posti di lavoro

Salve,
ero presente al convegno, dove ho presentato uno studio con vario materiale a supporto della tesi che il primo malato è il contesto, il posto di lavoro (ministero, sezione, caserma, ecc); la responsabilità è tanto maggiore quanto più si ricopre un ruolo in alto nella piramide gerarchica.
Questo (lo ripetono anche alcuni autori che ho citato) non esclude l'esistenza di psicopatologie nei mobber (al convegno anche Cannavicci ha citato il narcisismo perverso), solo che in un'azienda sana ciò non si manifesterà; al lavoro, sul singolo prevale la psicologia del gruppo, la cultura della particolare azienda, le dinamiche che le sono proprie, le regole, i valori, i suoi comportamenti: di fronte a ciò il singolo può contrastare pochissimo. Lo dimostrano varie ricerche recenti che ho citato, che i malati siano i posti di lavoro lo dicono anche esplicitamente molti rispettivi autori da me citati.
Lo studio si trova nel mio sito, indicato anche in basso nella pagina del PDM sopra citata .
saluti

Mobbing

Caro Massimo, sono d'accordo in parte con te. Credo, per gli approfondimenti compiuti sul tema, che di aziende "sane" non ne esistano più, se mai ci sono state. La mia esperienza mi sta portando anche a verificare che dal mobbing non si esce se non cambiando completamente posto di lavoro, il che è molto spesso impossibile. Un grazie di cuore a Tiziano Marelli, che ancora una volta porta all'attenzione l'argomento, sperando che possa presto diventare oggetto di un meeting dedicato completamente a noi vittime protagoniste, come abbiamo più volte auspicato, vero Massimo?

mobbing

non c'è da scherzare sull'argomento. Comunque l'origine di certi atteggiamenti sta nelle grosse frustrazioni che invadono la P.A., la demotivazione a fare il proprio lavoro, la costante considerazione a favore di personale non meritevole che invece riesce ad ottenere di più a scapito di chi in silenzio e correttamente fa il proprio dovere...occorrerebbe fare un monitoraggio in tutta la P.A. per vedere in che ambiente si lavora... e non trascuriamo il fatto che tantissimi sono i casi di mobbing non denunciati!

per Giuseppe

Ciao Giuseppe, nella P.A. la situazione può diventare davvero drammatica e insopportabile. Il divieto di licenziamento se da una parte garantisce tutela, dall'altra costringe i mobber a essere violenti nei confronti del dipendente considerato scomodo, per portarlo all'esasperazione e alle dimissioni volontarie. Non si scherza davvero. C'è chi, oltre al posto di lavoro, rischia ogni giorno di perdere la lucidità e la vita (quanti sono i suicidi per mobbing forse non lo sapremo mai). Hai ragione, una minima parte di noi denuncia, una stima della diffusione del fenomeno è pressoché impossibile. Se sei su facebook, puoi unirti a noi nel gruppo di auto-aiuto "Mobbing - contiamoci per contare". Un saluto solidale Caterina

per Caterina

Lavoro nella P.A. e sono un mobbizzato. Da due anni sono completamento privo di lavoro...Ogni giorno il dramma di come passare 6 ore..oltre che a scaldare la sedia...Sono assolutamente d'accordo su quanto evidenziato nel convegno. Il mobber nel mio caso chiaramente è una persona disturbata che sfoga la sua frustrazione contro di me. Ho una causa in corso..molto fiduciosa nella giustizia,che purtroppo al momento è lenta. In due anni solo due udienze, ma sono fiduciosa di arrivare al dunque. Nel frattempo "sopravvivo". Cerco di leggere molto (i libri chiaramente a mie spese), ho alcuni colleghi (pochissimi su più di 100) che mi sostengono, un caffè insieme ..una battuta ..insomma un pò di rapporti umani e sicuramente ciò mi evita di impazzire e tenere duro. Anche il mio ambiente familiare ha comunque risentito di questa situazione, torno a casa sempre di cattivo umore e mi basta poco per perdere le staffe. Ma ripeto sono molto fiducioso che tutto ciò non solo un giorno avrà una fine ma anche che avrò giustizia. La cosa che mi pesa anche comunque è pensare che il mio stipendio (quel poco che mi è rimasto) sono soldi pubblici e davvero mi spiace pensare che io venga pagato con soldi pubblici per non fare nulla. Ma anche questo è un punto di forza del mobber...palesato apertamente che lui poteva fare di me ciò che voleva tanto non avrebbe pagato lui. Ringrazio vivamente Brunetta, merito suo di questo sentirsi "Dio" da parte dei nuovi dirigenti della P.A. Obiettivo efficenza ..efficacia ...e sopratutto economicità raggiunto. Grazie Brunetta anche come cittadino, ora ho la certezza di come i soldi pubblici siano spesi beni..