Editoriale

Province sì, province no. Un tema semplice…anzi no

Come sapete, nel nostro percorso verso l’Open Government, abbiamo individuato le necessarie tappe nell’innovazione istituzionale, organizzativa e tecnologica. Dopo aver parlato negli ultimi editoriali dei rischi di trascurare una seria politica di innovazione tecnologica e aver avanzato in questo campo proposte concrete, vorrei oggi occuparmi, brevemente ma con la stessa concretezza, dell’innovazione istituzionale riflettendo insieme sul tema dell’abolizione o meno delle amministrazioni provinciali. Mi servono da spunto in primis la manovra del c.d. “decreto salva Italia” che fa, sulla strada dell’abolizione delle province, tutto quello che la legislazione ordinaria può fare; poi l’assemblea nazionale dell’UPI che lancia il suo allarme di incostituzionalità; infine il bel saggio di Nicola Melideo che abbiamo pubblicato sul nostro sito e che, in forma pacata e razionale, discute a mente libera non dell’ottimo ideale, da situare in qualche Iperuranio, ma del meglio in questo mondo e a condizioni date.

Nella maggior parte dei discorsi, non in quello di Melideo per fortuna, vedo un peccato originale. Quello di considerare l’universo come composto di forme regolari e tutto sommato equivalenti. Così certo è più facile, ma non vale. E’ come quando ci raccontavano della concorrenza perfetta: un’esercitazione da primo anno d’università. Le province e i territori d’Italia (vale per tutti i Paesi, ma per l’Italia un po’ di più sia per storia sia per geografia) sono tutti diversi e diversi sono anche i bisogni che devono soddisfare le amministrazioni.

L’abolizione delle amministrazioni provinciali mi pare quindi una semplificazione inaccettabile, quasi altrettanto grave del colpevole immobilismo che ha caratterizzato una discussione vissuta più con la pancia, affermando o negando motivi ontologici di esistenza in vita, che con la testa. Provo ad argomentare avendo nella testa le province italiane caratterizzate da:

  • assenza di un capoluogo che sia un’area metropolitana, perché in questo caso la confluenza delle due istituzioni mi pare la strada migliore;
  • adeguata dimensione territoriale e demografica in modo da escludere “province minime” come purtroppo abbiamo visto costituire;
  • presenza di un elevato numero di comuni più o meno organizzati in Unioni .

Non sono tutte così e certo, nell’improvvida azione di moltiplicazione delle poltrone, abbiamo creato anche province molto piccole o francamente pleonastiche e quindi dannose, ma non sono poche. Diciamo ad occhio intorno a cinquanta/sessanta?

In questi casi l’amministrazione provinciale mi sembra l’unica via per assicurare una governance dell’area vasta che permetta una politica coerente per le reti (rete è la parola chiave per la provincia), per le attività produttive, per i servizi. Mentre infatti a mio parere non serve necessariamente la provincia per l’edilizia scolastica e forse (dico forse) neanche per i servizi all’impiego, mi pare irrazionale conferire ai comuni (a quali? come? con che coordinamento?) competenze per la progettazione, realizzazione e manutenzione delle reti infrastrutturali, siano esse fisiche, tecnologiche o della conoscenza. Altrettanto poco efficace mi sembra la “regionalizzazione” di tali funzioni che, specie nelle grandi regioni, non potrebbe portare ad una sufficiente operatività.

Per essere costruttori e gestori di reti le province devono essere per forza istituzioni come ora le conosciamo? Non credo affatto e la proposta di Melideo di “autonomie funzionali” al servizio dei comuni mi convince molto, mentre mi convince pochissimo la scelta che il “decreto salva Italia” ha fatto. Il conferimento tout court ai comuni (ripeto, a quali e come?) delle funzioni è semplicemente impossibile, la regionalizzazione, che il decreto (almeno nella formulazione non definitiva che stamattina ho letto) propone come scelta residuale diventerebbe quindi la scelta di default, con un aggravamento di quel “centralismo regionale” che appare un rischio ancor più grave dello “statalismo di fatto” che ha contraddistinto le azioni dell’ultimo governo.

Insomma, per concludere questa breve riflessione con una citazione, direi con Einstein che nella scienza, come nell’innovazione istituzionale e nelle riforme dobbiamo stare attenti a Make everything as simple as possible, but not simpler, perché le semplificazioni eccessive non sono solo inefficaci, ma creano anche l’impressione pericolosa che tutto il mondo sia riducibile ad un tasto on/off, come in un telecomando. Per fortuna la realtà è più complessa e con la complessità, non per fermarsi, non per averne paura, ma per agire con lungimiranza, vorremmo che la politica si confrontasse.

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Commenti

Le Province: una occasione persa!

Ho letto l'articolo di Carlo Mochi Sismondi ho trovato molte cose condivisibili, sopratutto che è illusorio ritenere che organizzazioni complesse come le Province, con una storia di centociquant'anni, possano semplificarsi con due righe di legge.
La legge salva Italia di Monti disegna un ente con funzioni di indirizzo e coordinamento delle attività dei Comuni: praticamente quasi nulla. O meglio, nell'esperienza della Provincia di Pesaro e Urbino sono tantissime le realizzazioni di reti, come i Teatri (18), i Musei, le Biblioteche (un centinaio), le mostre Permanenti di Arte Contemporanea, nessuna delle quali è di proprietà provinciale, ma per le quali la Provincia esercita un forte azione di coordiamento e di promozione di eventi ed attività. Come anche le reti degli uffici di informazione e accoglienza turistica.
Poi ci sono tutta una serie di servizi gestiti, dai tradizionali legati alle strade provinciali (1600 Km), 30 complessi scolastici delle scuole secondarie superiori, il controllo dei fiumi, degli scarichi sia in acqua che in atmosfera, la formazione professionale e i servizi per l'impiego, i controlli sui piani regolatori dei Comuni, il trasporto locale, la Protezione civile, i controlli sulla sismica, ecc.
Nell'esperienza di questi ultimi 10 anni possiamo dimostrare che tutti i servizi transitati dallo Stato e dalla Regione sono radicalmente migliorati sia in termini di qualità delle prestazioni che dell'efficienza dei costi.
Il D.lgs. 267/2000 prevedeva/prevede che la Provincia " promuove lo sviluppo del territorio": ci pareva questo sì un compito importante!
Pensavamo che si potesse fare in modo che enti sconosciuti alla maggior parte dei cittadini potessero essere superati per trasferire le loro funzioni alle Province per metterle in condizioni di essere veri motori dello sviluppo del territorio. E mi riferisco ai vari Consorzi di Bonifica, agli Istitruti Case Popolari, agli Ambiti ottimali per l'Acqua e i Rifiuti, agli enti Regionali Studi Universitari, agli Enti Parco, alle Autorità di Bacino, ma perchè no, anche alle Camere di Commercio.
Quale migliore opportunità: un Ente il cui Presidente, viene eletto direttamente dai cittadini e si impegna a rappresentare tutto il territorio, anche le parti più deboli ( 60 Comuni, solo 4 superano i 10.000 abitanti), per stimolare azioni di sviluppo economico nel campo dell'industria, dell'artigianato, nella creazione di imprese, accompagnata da una seria azione programmatica condivisa con i Comuni, le Associazioni datoriali, e sindacali.
Invece si prende questa scorciatoia che vanifica queste opportunità sotto l'onda emotiva di dare segnali a spot, piuttosto che di una riforma ragionata del sistema delle Autonomie.
L'altro tema che sfugge all'impostazione di questa legge è quello del "neo centralismo" regionale che continua a gestire servizi, quando dovrebbe limitarsi esclusivamente a legiferare, programmare e verificare i risultati della programmazione. E purtroppo le gestioni molto spesso sono costose sia in termini di eccessiva spesa corrente e in qualche caso di investimento, di sovraccarico di risorse umane utilizzate, con risultati scarsi in termini di qualità: ma la distanza rispetto ai cittadini non è un elemento da trascurare!
MI pare di poter dire oggi, a malincuore, che il disegno di legge costituzionale del precedente governo tutto sommato fosse migliore della soluzione praticata da Monti. In quel caso perlomeno a fronte del superamento delle Province si ipotizzava un ente locale a legislazione regionale che però avrebbe dovuto raccogliere le funzioni di altri enti di rilievo provinciale di cui si diceva sopra.

L’Art. 132 della Costituzione, infatti recita

Ti dico con il cuore leggero. Addio vecchio Anno, ti saluto senza, nessun rimpianto, non sei certo da ricordare, ma in fretta da dimenticare. Il simbolico spartiacque fra un anno che sta morendo, con tutto il suo carico di accadimenti (buoni e cattivi) ed uno che sta nascendo, vestito per l’occasione di carezzevoli illusioni e condito di languide speranze. Una sorta di limbo dove rimanere per un istante sospesi fra il prima e il poi, a tracciare bilanci di vita e sognare vite che non ci apparteranno mai, prima che la giostra del divenire stemperi l’attimo ed il futuro si faccia presente, riportandoci alla realtà. Tutti, Monti compreso, mai eletti dagli italiani e deputati a portare avanti un programma di governo imposto nei dettagli dalla BCE e mai sottoposto al vaglio degli elettori, che a suo tempo votarono i programmi di Berlusconi e Veltroni, di natura profondamente diversa, se non antitetica, rispetto a quello che verrà realizzato nei prossimi mesi. Monti e la congrega di banchieri da lui rappresentati non sono espressione delle urne e con le urne non dovranno confrontarsi mai. Incarnano esclusivamente i grandi interessi finanziari, sono servi alle dipendenze del denaro e il denaro non è dotato di sensibilità sociale, non è incline alle mediazioni, non deve moderarsi temendo di perdere voti, non possiede sentimenti e neppure pietà. Persegue un solo scopo, moltiplicarsi all’infinito nella maniera più rapida possibile, poco importa quali siano i costi in termini di macelleria sociale, dal momento che conosce un solo costo, quello monetario. La dittatura del denaro è in assoluto la peggior forma di governo possibile, nel 2011 ne abbiamo avuto un primo assaggio con la soppressione delle pensioni per tutte le nuove generazioni (e buona parte delle vecchie), l’aumento indiscriminato di tasse e costi a carico di una popolazione già fortemente impoverita, la riduzione delle opportunità di lavoro. Ma solo nel 2012 saremo in grado di apprezzare la reale dimensione del disastro che sta precipitando sulle nostre teste e il contatto con la realtà risulterà con tutta probabilità drammatico. Il potere politico che appoggia il Governo Monti, avrebbe in teoria la funzione di appianare i contrasti, invece rivela tutta la sua impotenza. E così e' destinato ad essere travolto dalle contraddizioni che e' incapace di governare. Colgo comunque un buon segnale, dalle due potenze economiche asiatiche nei confronti della travagliata area euro-dollaro. Il patto Cina-Giappone è un chiaro segnale di sfiducia o fiducia? Penso e spero che rappresenti una sfida che evidenzia l’importanza di una ”Europa unita e di una moneta comune che ci dà buone chanches di perseguire i nostri interessi e l’opportunità di realizzarli a livello mondiale”. E’ un abbaglio? Gradirei che qualche Lodevole Economista della nostra Università Statale degli Studi di Brescia avere dei ragguagli: che la seconda e la terza economia mondiale, Cina e Giappone, hanno siglato un accordo che prevede l’abbandono del dollaro americano? Potrebbe essere quella debole luce in fondo al tunnel? Poi condivido la proposta del Presidente della nostra Provincia On. Daniele Molgora, che la nostra Provincia per dimensioni, popolazione e Pil, ha tutte le caratteristiche costituzionali per essere considerata una regione. Sono d’accordo di dar vita ad un percorso volto alla difesa del territorio bresciano, un referendum che punta a chiederne la promozione a “Regione”. L’Art. 132 della Costituzione, infatti recita: <>. <>. Condivido la preoccupazione del Presidente Molgora, che la perdita dell’Ente Provincia rappresenta un tentativo di eliminare l’identità bresciana in cui il territorio si riconosce.
Celso Vassalini.
Brescia
www.celso1000

La riforma delle Province nel D. L. 201/2011

1. Premessa

E’ stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 6 dicembre 2011, il D. L. 6 dicembre 2011 n. 201 “Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici”.

Ancora una volta, il decreto contiene disposizioni sulle Province.

Ricordiamo le vicende più recenti.

Il tema della cancellazione delle Province era tornato formalmente all’attenzione delle istituzioni e degli studiosi negli ultimi giorni del maggio 2010 in occasione della predisposizione della manovra finanziaria allorché, per trovare le risorse necessarie, si era ipotizzato – e poi escluso – di operare con legge statale (o meglio con decreto-legge) la cancellazione delle Province con meno di 220.000 abitanti.

Rispetto al passato, la questione si era posta in termini nuovi: non abolire con legge statale ordinaria o costituzionale la categoria dell’ente territoriale autonomo, ma cancellare con decreto-legge solo alcune Province, sulla base del criterio demografico corretto da quello di confine; ipotesi prima annunciata, poi stralciata, quindi inserita nella nuova carta delle autonomie per essere nuovamente eliminata.

La Camera dei Deputati il 7 luglio 2011 ha bocciato a larga maggioranza un ordine del giorno sulla soppressione delle Province.

L’art. 15 del Decreto Legge 13 agosto 2011 n. 138 aveva quindi previsto la soppressione delle Province diverse da quelle la cui popolazione rilevata al censimento generale della popolazione del 2011 sia superiore a 300.000 abitanti o la cui superficie complessiva sia superiore a 3.000 chilometri quadrati.

La soppressione doveva decorrere dalla data di scadenza del mandato amministrativo provinciale.

Entro lo stesso termine, i Comuni del territorio della circoscrizione delle Province soppresse avrebbero dovuto esercitare l'iniziativa di cui all'articolo 133 della Costituzione al fine di essere aggregati ad un'altra provincia all'interno del territorio regionale, nel rispetto del principio di continuità territoriale.

In assenza dell’iniziativa dei Comuni, le funzioni esercitate dalle province soppresse sarebbero state trasferite alle Regioni, che avrebbero potuto attribuirle, anche in parte, ai Comuni già facenti parte delle circoscrizioni delle Province soppresse oppure attribuirle alle Province limitrofe a quelle soppresse, delimitando l'area di competenza di ciascuna di queste ultime.

In tal caso, con decreto del Ministro dell'Interno, andavano trasferiti alla Regione personale, beni, strumenti operativi e risorse finanziarie adeguati.

La norma poneva infine il divieto di istituire Province in Regioni con popolazione inferiore a 500.000 abitanti.

La Legge 14 settembre 2011 n. 148, di conversione del D. L. 138/2011, ha soppresso le previsioni dell’art. 15.

Il Consiglio dei Ministri ha nel frattempo approvato nella seduta di giovedì 8 settembre, su proposta del Presidente del Consiglio e dei Ministri per le riforme ed il federalismo e per la semplificazione normativa, il disegno di legge costituzionale che disciplina il procedimento di soppressione della provincia quale ente locale statale.

Il 13 settembre il disegno di legge costituzionale recante “Soppressione di enti intermedi” è stato trasmesso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri al Presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome per l’acquisizione del parere della Conferenza Unificata.

La scelta del DDL costituzionale era apparsa decisamente più saggia rispetto alla decretazione d’urgenza, ma le valutazioni critiche sui contenuti della proposta di riforma costituzionale sono molte e rilevanti, come espresse nelle ultime settimane anche da autorevoli giuristi e commentatori (Cfr. fra i molti: prof. Vincenzo Cerulli Irelli, docente di diritto amministrativo all’Università La Sapienza di Roma, sull’Unità del 25.11.2011, pag. 13; prof. Valerio Onida, Presidente Emerito della Corte Costituzionale, su Corriere della Sera del 23 luglio 2011, pag. 44; prof. Stelio Mangiameli, docente di diritto costituzionale all’Università di Teramo).

Adesso, con il D. L. 201/2011 si ritorna alla decretazione d’urgenza con contenuti finora inediti.

2. I Contenuti

Il decreto legge 201/2011, all’art. 23, commi 14-20, prevede:

a) Spettano alla Provincia esclusivamente le funzioni di indirizzo politico e di coordinamento delle attività dei Comuni nelle materie e nei limiti indicati con legge statale o regionale, secondo le rispettive competenze.

b) Sono organi di governo della Provincia il Consiglio provinciale ed il Presidente della Provincia. Tali organi durano in carica cinque anni.

c) Il Consiglio provinciale è composto da non più di dieci componenti eletti dagli organi elettivi dei Comuni ricadenti nel territorio della Provincia. Le modalità di elezione sono stabilite con legge dello Stato entro il 30 aprile 2012.

d) Il Presidente della Provincia è eletto dal Consiglio provinciale tra i suoi componenti.

e) Fatte salve le funzioni di cui al comma 14, lo Stato e le Regioni, con propria legge, secondo le rispettive competenze, provvedono a trasferire ai Comuni, entro il 30 aprile 2012, le funzioni conferite dalla normativa vigente alle Province, salvo che, per assicurarne l’esercizio unitario, le stesse siano acquisite dalle Regioni, sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza. In caso di mancato trasferimento delle funzioni da parte delle Regioni entro il 30 aprile 2012, si provvede in via sostitutiva, ai sensi dell’articolo 8 della legge 5 giugno 2003, n. 131, con legge dello Stato.

f) Lo Stato e le Regioni, secondo le rispettive competenze, provvedono altresì al trasferimento delle risorse umane, finanziarie e strumentali per l’esercizio delle funzioni trasferite, assicurando nell’ambito delle medesime risorse il necessario supporto di segreteria per l’operatività degli organi della provincia.

g) Con legge dello Stato è stabilito il termine decorso il quale gli organi in carica delle Province decadono.

3. Le scadenze

- Entro il 30 aprile 2012 con legge dello Stato dovranno essere stabilite le modalità di elezione del Consiglio Provinciale e del Presidente, tenendo conto che il Consiglio provinciale dovrà essere composto da non più di dieci componenti eletti dagli organi elettivi dei Comuni ricadenti nel territorio della Provincia e che il Presidente della Provincia dovrà essere eletto dal Consiglio provinciale tra i suoi componenti.

- Entro il 30 aprile 2012 lo Stato e le Regioni, con propria legge, secondo le rispettive competenze, dovranno provvedere a trasferire ai Comuni le funzioni conferite dalla normativa vigente alle Province, salvo che, per assicurarne l’esercizio unitario, le stesse siano acquisite dalle Regioni, sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza.

- Con legge dello Stato (non è fissato un termine) dovrà essere stabilito il termine decorso il quale gli organi in carica delle Province decadono.

4. Gli obiettivi

Gli obiettivi dichiarati nella Relazione tecnica che illustra il decreto legge sono i seguenti:

“Viene previsto un intervento di carattere strutturale con riguardo all’assetto istituzionale delle Province, con misure che investono le funzioni gli organi.

In particolare si definiscono quali organi della Provincia il Consiglio provinciale (composto da non più di 10 membri) e il Presidente.

E’ prevista la decadenza degli attuali organi in carica al momento dell’entrata in vigore delle leggi regionale o statali che definiranno il trasferimento delle funzioni e delle relative risorse.

Considerando che le risorse umane, finanziarie e strumentali rimangono legate alle funzioni che si trasferiscono si ritiene di non stimare su tale versante risparmi di spesa (tali risparmi appaiono verosimilmente destinati a prodursi nel tempo, attraverso la futura razionalizzazione dell’assetto organizzativo e lo sfruttamento delle economie di scala).

Per quanto attiene i c.d. “costi della politica” che – da dati SIOPE - ammontano a circa 130 milioni di euro lordi , appare verosimile considerare una riduzione percentuale nell’ordine del 50%, considerando che rimarrebbero quali organi i Presidenti e i componenti del Consiglio e che dovrà essere assicurato un supporto di segretaria, come previsto dal comma 19.

Il risparmio di spesa associabile al complesso normativo in esame - 65 milioni di euro lordi – è destinato a prodursi dal 2013 e peraltro in via prudenziale non viene considerato in quanto verrà registrato a consuntivo”.

5. Prime valutazioni critiche

Al di là dell’incongruenza tra la relazione tecnica (“E’ prevista la decadenza degli attuali organi in carica al momento dell’entrata in vigore delle leggi regionale o statali che definiranno il trasferimento delle funzioni e delle relative risorse”) e l’ultima versione del testo legislativo (art. 23, comma 20, “Con legge dello Stato è stabilito il termine decorso il quale gli organi in carica delle Province decadono”) che dimostra la fretta nella stesura di una norma fondamentale, appare evidente che si è proceduto, tramite decretazione d’urgenza, ad intervenire sull’assetto organizzativo della Repubblica, come sancito dalla Costituzione, per conseguire, forse (sic!), un risparmio di spesa di “65 milioni di euro lordi” dal 2013!

Tanto basta a giudicare incomprensibile la scelta.

Come deliberato all’unanimità dall’assemblea UPI del 6 dicembre “E’ insensato e inaccettabile dal punto di vista istituzionale che il tema dell’abolizione delle Province, che ha un impatto profondo sulla forma di stato prevista dalla Costituzione, sia inserito in un decreto legge che ha l’obiettivo di salvaguardare le finanze pubbliche: non ci sono né i presupposti di necessità e di urgenza, né si determinano risparmi di spesa.

Al contrario, la scelta di abolizione delle Province ingenera confusione, pone nel caos le amministrazioni territoriali che oggi dovrebbero essere in prima linea a cercare di dare risposte alla crisi, causa disservizi per i cittadini e i territori, porta ad un sensibile aumento della spesa pubblica, come rilevato in estate dalla competenti commissioni parlamentari e dalla stessa ricerca oggi prodotta dall’Università Bocconi”.

6. Le funzioni di indirizzo e coordinamento

Il D. L. 201/2011 prevede che “spettano alla Provincia esclusivamente le funzioni di indirizzo politico e di coordinamento delle attività dei Comuni nelle materie e nei limiti indicati con legge statale o regionale, secondo le rispettive competenze”.

Non viene precisato esattamente in cosa dovrebbero consistere tali funzioni.

L’indirizzo e coordinamento è riferito alle “attività dei Comuni”.

E tutte le funzioni di governo di area vasta inconciliabili con la dimensione comunale?

Viabilità provinciale, formazione professionale, edilizia scolastica superiore, centri per l’impiego, politiche ambientali, pianificazione territoriale di area vasta?

In questo contesto passerebbero inevitabilmente alle regioni, con ricadute fortemente negative per i servizi sul territorio e con la molto probabile creazione di uffici decentrati, l’ulteriore proliferazione di enti strumentali, agenzie, etc., con moltiplicazione dei costi e assenza di controllo diretto da parte dei cittadini.

7. La rappresentatività democratica

Vi è la diffusa consapevolezza che l'opinione pubblica non accetta più che vi siano evidenti sprechi nella spesa pubblica, e che parte di detti sprechi siano stati individuati nei "costi della politica".

Appare evidente che una ben orchestrata campagna di stampa tende ad individuare negli Enti Locali, e segnatamente nell'Ente Provincia, il luogo ove si anniderebbero detti sprechi.

Ma non è accettabile che, per questo, si intervenga in modo così maldestro nell’organizzazione dell’ordinamento della Repubblica.

Non si può ridisegnare l’assetto istituzionale del sistema democratico con un decreto legge, al di fuori di una visione di insieme che eviti il crearsi di squilibri e asimmetrie nel rapporto fra i cittadini e lo Stato.

Non è possibile decidere sulla persistenza o la cancellazione di gangli vitali dell’articolazione statale sulla base di meri criteri di convenienza politica, ideologica o meramente economica (tutta da dimostrare quest’ultima) anziché in riferimento ad una verifica dell’effettiva necessità del loro mantenimento o eliminazione in rapporto alle esigenze per le quali essi sono stati creati.

Qui non sono in gioco gli interessi privati di un numero ristretto di persone, quanto piuttosto il modo di essere e di funzionare dello Stato.

L’intervento proposto implica una vulnerazione istituzionale senza precedenti.

Guai ad assimilare e confondere i costi della politica con i costi della democrazia.

Il livello di governo provinciale risulta connaturato con l’identità socio culturale, con la storia stessa dell’Italia e soprattutto è l’unico in grado di assicurare ai Comuni, anche quelli più piccoli, di svolgere la loro attività ed erogare i servizi nel modo migliore.

Le disposizioni del decreto legge inseguono derive demagogiche a scapito della democrazia, comportano una svilimento delle Province, quali istituzioni costitutive della Repubblica, e una delegittimazione degli organi di governo delle Province che sono stati eletti a suffragio universale, direttamente dal popolo: nella storia d’Italia i consigli provinciali sono stati sciolti d’imperio soltanto durante la dittatura fascista.

E’ assurdo vanificare, ricercando in modo strumentale un facile consenso, un percorso su cui l’intero Paese si è indirizzato, facendo delle Province un presidio fondamentale della Repubblica fondata sulle Autonomie locali.

Va, infatti, piuttosto valorizzato il ruolo delle Province come presidio democratico del territorio provinciale: una comunità che si organizza a livello provinciale in tutti i suoi aspetti (economico, sindacale, politico, religioso, associativo…) deve essere governata da un’istituzione democraticamente rappresentativa, attraverso l’elezione diretta degli organi di governo.

Con il decreto legge, è vero, si “risparmierebbe” l’elezione di Presidenti di Provincia e di consigli provinciali: ma siamo sicuri – come ricorda il prof. Onida - che l’accentramento politico in capo alla Regione, che ne risulterebbe, sia una soluzione soddisfacente?

Uno dei timori e dei rischi che da sempre caratterizzano il nostro sistema delle autonomie è quello del “centralismo” regionale.

Non è affatto detto che un semplice decentramento amministrativo della Regione sia in grado di soddisfare le aspirazioni di autogoverno delle popolazioni.

E’ stato da tempo da più parti ribadita l’esigenza di procedere ad un forte riordino istituzionale che consenta di semplificare la pubblica amministrazione, individuando le funzioni fondamentali di Comuni e Province e riorganizzando in modo organico tutte le funzioni amministrative intorno alle istituzioni che compongono la Repubblica, colpendo le reali inefficienze e superando enti e strutture ridondanti a livello nazionale e a livello regionale, che non hanno una diretta legittimazione democratica.

Il processo di attuazione del federalismo fiscale avrebbe dovuto imporre una coerente individuazione delle funzioni fondamentali dei Comuni, delle Province e delle Città metropolitane e un profondo ripensamento dell’adeguatezza dimensionale di ogni livello di governo affinché le istituzioni territoriali possano esercitare effettivamente le loro funzioni in autonomia e responsabilità. Invertendo quel processo caratterizzato negli ultimi anni sempre più dal centralismo regionale che di fatto ha parzialmente vanificato il processo di decentramento amministrativo inaugurato nella seconda metà degli anni ’90.

Bisogna procedere ad un forte riordino istituzionale che consenta di semplificare la pubblica amministrazione, individuando le funzioni fondamentali di Comuni e Province e riorganizzando in modo organico tutte le funzioni amministrative intorno alle istituzioni che compongono la Repubblica, colpendo le reali inefficienze e superando enti e strutture ridondanti a livello nazionale e a livello regionale, che non hanno una diretta legittimazione democratica.

Non è accettabile che vengano continuamente presi di mira le spese connesse con l’esistenza di una rete di poteri istituzionali decentrati – i Comuni e le Province – che sono espressione delle peculiarità storiche dei territori e l’essenza stessa della democrazia e al contrario non emerge alcuna volontà di procedere alla revisione della legislazione per la soppressione effettiva di tutte le strutture, gli enti o gli uffici che esercitano funzioni riconducibili agli Enti Locali (ATO acque e rifiuti, consorzi, agenzie, enti strumentali, uffici statali e regionali decentrati a livello provinciale,…), lontani dai cittadini, non conosciuti e difficilmente controllabili.

La “riduzione dei costi complessivi degli organi politici e amministrativi in ciascuna Regione” si sarebbe potuta ottenere in tempi rapidi e certi attraverso:

1) l’emanazione di norme per evitare il proliferare dei vari organismi intercomunali (società, consorzi, agenzie, ecc.), riconducendo ogni competenza e funzione alle assemblee elettive;

2) l’emanazione di norme per chiarire le competenze degli Enti locali tutti, e non solo delle province, attraverso il trasferimento di funzioni e compiti agli Enti Locali tutti, in stretta connessione con le norme del federalismo fiscale (art. 118 della Costituzione) e la riforma oggi in itinere del Testo Unico sull’Ordinamento degli Enti Locali;

3) la riorganizzazione degli uffici periferici dello Stato intorno alle Province e la soppressione degli Uffici statali decentrati ed il conseguente trasferimento delle relative funzioni a favore delle Province in attuazione del Federalismo:
- uffici scolastici provinciali
- motorizzazione civile
- direzioni provinciali del lavoro
- consorzi dei bacini imbriferi montani di cui alla legge 27 dicembre 1953, n. 939
- agenzie del territorio

4) la soppressione di tutti gli enti strumentali e il divieto di costituire o mantenere di tutti quegli enti o uffici che esercitano funzioni riconducibili agli Enti Locali;

5) l’obbligo di trasferimento a Comuni e Province di tutte le funzioni amministrative in applicazione del principio di sussidiarietà e la contestuale individuazione e trasferimento delle risorse umane, finanziarie e strumentali necessarie a garantirne l’esercizio previa concertazione con le Autonomie locali; conseguentemente tutte le funzioni statali e regionali che non attengono ad esigenze unitarie per la collettività ed il territorio nazionale e regionale, devono essere conferite alle province e ai comuni secondo le rispettive dimensioni territoriali associative ed organizzative.

6) il trasferimento alle Province delle funzioni oggi svolte da Enti (ATO, ATER, ESU, Consorzi di Bonifica, Enti Parco Regionali, ecc.) con un risparmio immediato di costi riferiti a Presidenti, Consiglieri di Amministrazione, staff, Direttori, quantificabili in cifre ben superiori a quelle solo stimate derivanti dalla soppressione delle Province e, soprattutto, rapidamente riscontrabili.

Allora perché sopprimere le Province che per storia, dimensioni e struttura rappresentano l’Ente “naturalmente” vocato a svolgere tali funzioni?

Al riguardo va affermato con forza come non sia più tollerabile utilizzare le Province per riforme ‘bandiera’, che portano allo Stato risparmi insignificanti e che servono solo a non affrontare in maniera seria il riordino istituzionale e ad eludere il tema della riorganizzazione dello Stato e la riduzione drastica dei costi della politica.

Non sarebbe più opportuno, più serio, più credibile dettare norme – anche di rango costituzionale a prevenire gli abusi che lo stesso legislatore, con la creazione recente di nuove Province ha commesso – contenenti criteri e modalità per la ridefinizione dei confini provinciali in modo che il territorio di ciascuna Provincia abbia una estensione e comprenda una popolazione tale da consentire l’ottimale esercizio delle funzioni previste per il livello di governo di area vasta riducendo così il numero complessivo delle attuali Province?

8. Le forme associative dei Comuni

Secondo il decreto legge (comma 21), i Comuni possono istituire unioni o organi di raccordo per l’esercizio di specifici compiti o funzioni amministrativi garantendo l’invarianza della spesa.

Difficile comprendere il senso di tale disposizione, collocata nel comma successivo alla riorganizzazione delle funzioni delle Province.

Se la scelta è quella di collocare le funzioni di area vasta a livello di Unione di comuni, ciò comporterebbe il serio rischio di appesantire, anziché semplificare, il sistema amministrativo, moltiplicando gli Enti di riferimento.

Le “Unioni dei Comuni” ai sensi della normativa vigente, cui fa riferimento la proposta di riforma costituzionale sono enti territoriali di secondo grado disciplinati dall’art. 32 del Testo Unico degli Enti Locali (D. Lgs. 267/2000).

La normativa vigente prevede che:

a) Le unioni di comuni sono enti locali costituiti da due o più comuni di norma contermini, allo scopo di esercitare congiuntamente una pluralità di funzioni di loro competenza.

b) L'atto costitutivo e lo statuto dell'unione sono approvati dai consigli dei comuni partecipanti con le procedure e la maggioranza richieste per le modifiche statutarie. Lo statuto individua gli organi dell'unione e le modalità per la loro costituzione e individua altresì le funzioni svolte dall'unione e le corrispondenti risorse.

c) Lo statuto deve comunque prevedere il presidente dell'unione scelto tra i sindaci dei comuni interessati e deve prevedere che altri organi siano formati da componenti delle giunte e dei consigli dei comuni associati, garantendo la rappresentanza delle minoranze.

d) L'unione ha potestà regolamentare per la disciplina della propria organizzazione, per lo svolgimento delle funzioni ad essa affidate e per i rapporti anche finanziari con i comuni.

e) Alle unioni di comuni si applicano, in quanto compatibili, i princìpi previsti per l'ordinamento dei comuni. Si applicano, in particolare, le norme in materia di composizione degli organi dei comuni; il numero dei componenti degli organi non può comunque eccedere i limiti previsti per i comuni di dimensioni pari alla popolazione complessiva dell'ente. Alle unioni competono gli introiti derivanti dalle tasse, dalle tariffe e dai contributi sui servizi ad esse affidati

E’ davvero pensabile che possa svolgere efficacemente le competenze esercitate oggi dalle Province un’unione di 90, 100 e talvolta più Comuni che oggi sono compresi nelle attuali Province?

9. Profili di costituzionalità

Sono numerosi i dubbi di legittimità costituzionale di tali disposizioni.

- La decretazione d’urgenza

Le disposizioni in esame palesemente non presentano le caratteristiche di “necessità ed urgenza” che legittimano il Governo ad esercitare la funzione legislativa con la forma del “decreto legge” ai sensi dell’art. 77 della Costituzione.

Per stessa ammissione contenuta nella relazione tecnica al decreto, trattasi di “un intervento di carattere strutturale con riguardo all’assetto istituzionale delle Province…” che, per sua natura non ha alcun carattere di urgenza, tanto che rinvia alla successiva legislazione ordinaria l’assetto delle funzioni e la disciplina degli organi.

Non può nemmeno giustificarsi la straordinarietà e l’urgenza con aspetti di tipo economico-finanziario posto che, si legge nella medesima relazione, “il risparmio di spesa associabile al complesso normativo in esame - 65 milioni di euro lordi – è destinato a prodursi dal 2013 e peraltro in via prudenziale non viene considerato in quanto verrà registrato a consuntivo”.

E’ evidente dunque l’assenza di ogni requisito di legittimità costituzionale.

- Nel merito

Le disposizioni approvate sono palesemente in contrasto con i principi e le disposizioni costituzionali che disciplinano i rapporti tra lo Stato e le autonomie territoriali ed, in particolare, gli articoli 5, 114, 117 (comma 2, lettera p) e comma 6), 118 e 119 della Costituzione

Con un decreto legge, il Governo:

a) Ha dettato riforme strutturali di un ente autonomo, costituzionalmente riconosciuto e tutelato alla pari dei Comuni, delle Città metropolitane, delle Regioni e dello Stato, senza peraltro alcuna preventiva consultazione;

b) Ha leso gravemente l’autonomia di uno degli Enti costitutivi della Repubblica;

c) Ha introdotto disposizioni in palese contrasto con i principi e le esigenze di autonomia e decentramento sanciti dall’art. 5 della Costituzione nonché dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza che devono ispirare l’attribuzione delle funzioni amministrative;

d) Palesa un gravissimo vulnus istituzionale e democratico configurando uno scioglimento generalizzato di organi democraticamente eletti, prima della loro scadenza naturale, determinando, di fatto, una delegittimazione degli organi di governo delle Province che sono stati eletti a suffragio universale, direttamente dal popolo.

Il decreto legge prevede, altresì, che “in caso di mancato trasferimento delle funzioni da parte delle Regioni entro il 30 aprile 2012, si provvede in via sostitutiva, ai sensi dell’articolo 8 della legge 5 giugno 2003, n. 131, con legge dello Stato”.

Il potere sostitutivo dello Stato nelle materie di competenza regionale è fortemente circoscritto dall’art. 120 della Costituzione: “Il Governo può sostituirsi a organi delle Regioni, delle Città metropolitane, delle Province e dei Comuni nel caso di mancato rispetto di norme e trattati internazionali o della normativa comunitaria oppure di pericolo grave per l'incolumità e la sicurezza pubblica, ovvero quando lo richiedono la tutela dell'unità giuridica o dell'unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali. La legge definisce le procedure atte a garantire che i poteri sostitutivi siano esercitati nel rispetto del principio di sussidiarietà e del principio di leale collaborazione”.

Il Governo, con decretazione d’urgenza privo di presupposti, introduce una fattispecie di potere sostitutivo.

Si pensa forse che, in caso di mancato intervento sulle Province, si configuri:
- la violazione di norme e trattati internazionali o della normativa comunitaria?
- oppure un pericolo grave per l'incolumità e la sicurezza pubblica?
- o ancora è necessario tutelare l'unità giuridica o l'unità economica o i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali?

Va richiamato altresì il parere del Servizio Studi della Camera dei Deputati che ricorda come debbano essere definite con legge tutte le modalità elettorali che riguardano gli incarichi elettivi, perché non è possibile procedere con decreto.

Serve altresì una norma transitoria che tenga conto del fatto che ben sette sono le province (Vicenza, Ancona, Ragusa, Como, Belluno, Genova e La Spezia) che fra aprile e giugno 2012 andranno al voto per scadenza naturale, visto che il decreto legge stabilisce che entro il 30 aprile 2012 vengono trasferite ai comuni le funzioni conferite alle province.

Ma rispetto alla ipotizzata estinzione anticipata degli organi oggi in carica nelle Province soccorre una pronuncia chiarissima della Corte Costituzionale, contenuta nella sentenza n. 40/2003, riferita alle province della Regione Sardegna.

Secondo la giurisprudenza costituzionale, tra i principi che si ricavano dalla stessa Costituzione vi è certamente quello per cui la durata in carica degli organi elettivi locali, fissata dalla legge, non è liberamente disponibile nei casi concreti.

Vi è un diritto degli enti elettivi e dei loro rappresentanti eletti al compimento del mandato conferito nelle elezioni, come aspetto essenziale della stessa struttura rappresentativa degli enti, che coinvolge anche i rispettivi corpi elettorali.

Un'abbreviazione di tale mandato può bensì verificarsi, nei casi previsti dalla legge, per l'impossibilità di funzionamento degli organi o per il venir meno dei presupposti di “governabilità” che la legge stabilisce (cfr. ad es. gli artt. 53 e 141, comma 1, lettere b e c, del testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali approvato con il d.lgs. 18 agosto 2000, n. 267), ovvero in ipotesi di gravi violazioni o di gravi situazioni di pericolo per la sicurezza pubblica che la legge sanzioni con lo scioglimento delle assemblee (cfr. ad es. l'art. 141, comma 1, lettera a, e l'art. 143 del citato testo unico).

Tuttavia, secondo la Corte Costituzionale, le ipotesi eccezionali di abbreviazione del mandato elettivo debbono essere preventivamente stabilite in via generale dal legislatore.

Tra di esse non è escluso che possa ricorrere anche il sopravvenire di modifiche territoriali che incidano significativamente sulla componente personale dell'ente, su cui si basa l'elezione: come, ad esempio, prevede per il caso degli organi comunali l'art. 8, quarto comma, lettera a, del d.P.R. 16 maggio 1960, n. 570 (non compreso nell'abrogazione espressa disposta dall'art. 274, comma 1, lettera e, del testo unico n. 267 del 2000), secondo cui si procede alla rinnovazione integrale del consiglio comunale quando, per effetto di una modificazione territoriale, si sia verificata una variazione di almeno un quarto della popolazione del Comune.

Ma, ancora una volta, una siffatta ipotesi dovrebbe essere prevista e disciplinata in via generale dalla legge, ovviamente sulla base di presupposti non irragionevoli.

In ogni caso, non può essere una legge provvedimento, disancorata da presupposti prestabiliti in via legislativa, a disporre della durata degli organi eletti.

Ora, nella legislazione statale sulle Province l'ipotesi di una abbreviazione del mandato degli organi provinciali a seguito di variazioni territoriali non è contemplata (l'art. 8, quarto comma, lettera a, del d.P.R. n. 570 del 1960 si riferisce infatti ai soli consigli comunali): gli unici casi di scioglimento anticipato sono quelli previsti dai citati articoli 53, 141 e 143 del testo unico approvato con il d.lgs. n. 267 del 2000.

Tant'è che in tutti i provvedimenti legislativi con cui sono state istituite nuove Province fuori del territorio delle Regioni speciali, e in particolare in occasione della istituzione di otto nuove Province attuata ai sensi dell'art. 63 della legge 8 giugno 1990, n. 142, si è invariabilmente previsto che l'elezione dei nuovi consigli avesse luogo nel successivo turno generale delle consultazioni amministrative (pur mancando, all'epoca, ancora un triennio a tale data), cioè alla scadenza naturale dei consigli preesistenti, salva l'ipotesi di scioglimento anticipato di questi ultimi per altra causa (cfr. l'art. 3, comma 2, dei decreti legislativi 6 marzo 1992, nn. 248, 249, 250, 251, 252, 253, 254, e del d.lgs. 30 aprile 1992, n. 277).

La legge ordinaria cui rinvia l’art. 23, comma 20, del D. L. 201/2011 dunque non può non tenere conto di tali principi.

Appaiono dunque davvero insensate e gravemente indiziate di illegittimità costituzionale le disposizioni sulle Province contenute nel D. L. 201/2011.

10. Conclusioni

E’ auspicabile che il Parlamento riveda e riformi profondamente il decreto legge, ponendo l’attenzione sulle misure davvero urgenti per il consolidamento dei conti pubblici e stralciando le disposizioni sull’assetto organizzativo dello Stato che meritano un approccio più organico e partecipato che nulla ha a che fare con la decretazione d’urgenza.

con abiti diversi

che Lei difenda la Sua posizione è ovvio e legittimo, ma provi a vestire dei panni molto dimessi e faccia un pellegrinaggio nei settori indicati senza farsi riconoscere. Prenda nota dei risultati, obiettivamente. Aspettiamo che si racconti.

Peggio la toppa che il buco

Per il momento bisogna prendere atto che anche il Governo Monti non è stato capace di resistere alla demagogica tentazione di incamminarsi sulla strada che porterà da ultimo ad abolire le Province tramite la necessaria riforma Costituzionale.
Già dal 30 aprile 2012, comunque, il decreto Salva Italia impone di svuotare di funzioni le Province; ciò che significa non aver tenuto conto (proprio nell’ottica del contenimento degli sprechi di risorse) dell’indispensabile ruolo di coordinamento dei piccoli-medi Comuni (in Italia 7600 su 8100 hanno meno di 15000 abitanti) che questo Ente, ovviamente quando è ben amministrato, ha svolto e svolge. Coordinare i piccoli-medi Comuni significa evitare quegli enormi sprechi dovuti al dover fornire e gestire infrastrutture e servizi alla persona, ad un bacino troppo piccolo di utenza per non essere palesemente antieconomico. Laddove le Province hanno svolto bene il loro ruolo istituzionale hanno favorito la gestione unica fra comuni limitrofi di un notevole numero di servizi facendo risparmiare ai cittadini milioni di euro. D’altro canto, la distanza tra piccoli-medi comuni e la Regione è, salvo qualche eccezione come il Molise, troppo grande perchè questo ruolo di coordinamento possa essere svolto dalla Regione stessa. Per lo stesso motivo sarebbe incongruo ed inefficace (oltre a porre seri interrogativi sulla possibilità e sull’efficacia di assegnare alla regione funzioni gestionali e non esclusivamente legislative) chiamare la Regione a gestire direttamente le infrastrutture e i servizi sottratti alla competenza delle Province.
L'area territoriale più limitata di una Provincia, non quella di una Regione di medie dimensioni o quella troppo limitata delle stragrande maggioranza dei Comuni, si è infatti rivelata quella più idonea a gestire direttamente servizi come la rete viaria, i trasporti pubblici o il collocamento, per fare solo alcuni esempi tra i più significativi. A cosa ci toccherà assistere, al contrario, nel futuro immaginato dai sostenitori dell’inutilità delle Province? Se un disoccupato si rivolgerà a un ufficio di collocamento quando la funzione del collocamento, ora di competenza Provinciale, sarà trasferita ai singoli Comuni, si sentirà magari rispondere che nell’ambito del territorio comunale non ci sono posti e gli sarà consigliato di mettersi nell’ordine di idee di programmare un piccolo tour per rivolgersi, spostandosi di qualche chilometro alla volta, ai Comuni limitrofi. Oppure, se la funzione sarà gestita direttamente dalla Regione, di rivolgerà ad un ufficio regionale, e si sentirà rispondere che ci potrebbe essere un posto di lavoro di suo interesse, ma a 150 chilometri da casa. Inoltre potrà capitare di avere strade ottimamente manutenute per i pochi chilometri relativi all’attraversamento di un certo territorio comunale, che si trasformano repentinamente in un agglomerato di buche appena si varca quel confine. E l’edilizia scolastica relativa agli istituti medi superiori, chi la gestirà in un quadro di insieme sufficientemente ampio per dare risposte efficaci ed economiche alle esigenza della popolazione? Il piccolo Comune?
Basterebbero queste poche esemplificative considerazioni per spingere un accorto legislatore a non procedere a colpi di spugna, bensì a disegnare un percorso molto più complesso e articolato che magari porti comunque alla definitiva soppressione delle Province, ma senza creare vuoti, approssimazioni e sprechi nella gestione di quei servizi che richiedono di essere considerati in un’ottica di area o di bacino di utenza di dimensioni adeguate.
In altri termini, se in ossequio al “sentimento popolare”, l’approdo vorrà comunque essere l'abolizione delle Province, si proponga almeno che con la stessa obbligatoria riforma della Costituzione venga introdotto anche l'obbligo di fusione tra Comuni limitrofi fino a raggiungere un minimo di abitanti. L'obbligo, non la facoltà, perchè nessun Comune in Italia si accorpa con un altro volontariamente. A motivo, certo, della nostra, tante volte tirata in ballo, antica e gloriosa cultura comunale, ma anche, molto più realisticamente, per mantenere in essere tante micro posizioni di potere, tanti sindachini e assessorini consiglierini e apparatini che, sommati assieme, impegnano risorse pubbliche in misura molto superiore alla spesa oggi sostenuta per gli apparati delle Province. E ciò per svolgere un ruolo che se aveva un senso nell'Italia pre industriale, adesso è inutile al 90%. Dovremmo quindi partire dal calcolo degli sprechi generati dalla sussistenza dei piccoli Comuni prima di prendere a picconate un Ente come la Provincia che, come dimostrano i dati delle realtà meglio amministrate, è funzionale al contenimento degli sprechi di denaro pubblico e non il contrario.
Dobbiamo invece ancora una volta prendere amaramente atto che nessun Governo per ora (nemmeno, come si è visto, quello più autorevolmente tecnico) si sente di contraddire la radicata opinione popolare che vede nel Comune un interlocutore efficace perché è vicino e riconoscibile e nella Provincia un ente inutile perché se ne ignorano le funzioni. Invece di puntare ad utilizzare ogni mezzo di comunicazione oggi disponibile per correggere questo errato pregiudizio; invece che rendere efficaci, in altri termini, una pluralità di punti informativi e di dialogo coi cittadini che, questi sì, possono continuare ad essere affidati ai piccoli Comuni superstiti anche su materie non di loro competenza, si preferisce procedere in una direzione che rischia seriamente di produrre nuove e più gravi dispersioni di risorse pubbliche.

pretendo soddisfazione da De Maria

quote: "Se un disoccupato si rivolgerà a un ufficio di collocamento quando la funzione del collocamento, ora di competenza Provinciale, sarà trasferita ai singoli Comuni, si sentirà magari rispondere che nell’ambito del territorio comunale non ci sono posti e gli sarà consigliato di mettersi nell’ordine di idee di programmare un piccolo tour per rivolgersi, spostandosi di qualche chilometro alla volta, ai Comuni limitrofi. Oppure, se la funzione sarà gestita direttamente dalla Regione, di rivolgerà ad un ufficio regionale, e si sentirà rispondere che ci potrebbe essere un posto di lavoro di suo interesse, ma a 150 chilometri da casa."
questa argomentazione dimostra come non si conosca affatto la situazione reale e quanto non si tenga in alcun conto l'apporto delle reti allo sviluppo dell'occupazione. Praticamente la visione che si offre è di un viandante disoccupato che si muoverebbe di paese in paese in cerca di occupazione quando la Provincia attualmente è lì a disposizione per risolvere tutti suoi problemi. Pretendo a questo punto una singolar tenzone con Giancarlo De Maria. A disposizione lauraspampinato1@virgilio.it a suon di mail come spadate per una corretta soluzione del problema e poi riprendiamo qui le conclusioni del lavoro comune (io dalla mia cucina gratis e lui dal suo ufficio retribuito).

La cosa piu assurda che si

La cosa piu assurda che si possa fare è abolire le province. In questo modo ci sarà un regresso dei territori periferici e un contrasto fortissimo nelle varie regioni tra i vari territori. In pratica si sfascerà l'Italia questo è il rischio maggiore. Ma perchè non si toccano le regioni invece? A quanto ne so è li il vero spreco, con stipendi che vanno fino a 12000 euro al mese ai vari consiglieri!

all'UPI! all'UPI!

mettiamoci una pietra sopra

abrogazione delle province

Così come proposta l'abrogazione delle province è inaccettabile. Intanto sappiamo che la Costituzione prevede le aree metropolitane e quindi queste vanno a sostituirle. In secondo luogo, bisognerebbe distinguere la situazione delle regioni piccole da quelle vaste dove un'articolazione intermedia tra Regione e Comuni oltre che opportuna appare necessaria. Per esempio in Sicilia se si abolisce la provincia di Ragusa non si possono costringere i cittadini ad andare a Palermo per questioni amministrative che passerebbero nella competenza della Regione. Oppure bisognerà istituire uffici regionali decentrati. Ma questo non affronta il problema dell'ottima dimensione della giurisdizione cheè il problema generale di qualsiasi giurisdizione amministrativa secondo la teoria economica del federalismo. In Italia in molte Ragioni sono stati istituiti gli ambiti territoriali ottimali. Allora la questione della abrogazione o meglio della riforma degli ambiti territoriali delle province dovrebbe essere affrontata in termini di ottima dimensione della giurisdizione - secondo il modello di Tiebout. Non ultimo, c'è un problema serio di sovranità popolare. Anche le province sono espressione della sovranità popolare e un governo democratico prima di abrogarle dovrebbe consultare le popolazioni interessate. Non si possono fare scelte così importanti sotto la pressione demagogica di certa stampa.

Ulteriori Schiaffi al Nord

Ulteriori Schiaffi al Nord, felice e orgoglioso che la Lega tenga un distinguo democratico all’opposizione e che voti contro. Prime impressioni circa le “medicine amare” prescritte in conferenza stampa dal dottor Monti e dalla sua “equipe medica”. Temo che i dubbi siano più che legittimi e fondati. Siamo di fronte ad una sorta di cane che si morde la coda, per cui non trascorrerà molto tempo prima che l’andamento schizofrenico della speculazione nel settore dei mercati azionari travolga nuovamente l’Italia. Di conseguenza, servirà un’altra manovra finanziaria che stangherà puntualmente e inevitabilmente le fasce sociali più deboli. Forte di una maggioranza bulgara e trasversale nelle aule parlamentari (a proposito, si è finalmente capito che destra e sinistra, tolto di mezzo Berlusconi, sono praticamente culo e camicia e che non c’è alcuna differenza tra Bersani la Camusso ed Alfano, Fini, Casini, PD, CGIL, UDC, FLI e il bugiardo Antonio Di Pietro?) colpisce con l’ennesimo salasso la povera Italia per indebolirla e tenerla intubata all’Europa. Non conta che quest’ultima ci stia utilizzando come una flebo per rinvigorirsi a nostro danno. Il privilegio vale lo sfregio, almeno per i nostri politicanti da salottino e da congrega degli idioti i quali, ammantati di progresso e senso di responsabilità, conservano la credibilità di facciata soltanto fino a che non si voltano di spalle, allorché vengono in evidenza i segni delle suole sul sedere, residuo di pedate internazionali ricevute dai banchieri di Bruxelles. Di fronte a questo sfacelo, aver assistito al teatrino dei professorini che rifiutavano le scrivanie ministeriali del passato, appartenute a Mussolini o a Togliatti, accresce lo sdegno e la rabbia. Ma la Storia si vendica sempre così accadrà anche per i Partiti U.D.C., PD, PDL, Gianfranco Fini, Vendola, Di Pietro, Di Pietro e la Camusso CGIL piccoli, artefici di un colpo di mano in piena regola che ha stordito la nazione e l’ha messa nelle mani di troppi signori, con intenzioni diverse ma ugualmente ferali. Vedrete in quale orifizio recondito verrà relegato costoro dai posteri e come gli eventi s’incaricheranno di sporcare definitivamente i loro nomi. Siano diventati artefici di un terremoto istituzionale che ha disintegrato, in una botta sola, Costituzione e dignità del Paese. E c’è pochissimo da compiacersi per un esecutivo tecnocratico, sorto repentinamente sulle ceneri della II Repubblica, che è frutto di una strategia “concordata con il Quirinale. Signore e Signori, da oggi in poi ricordate sempre che quando la sobrietà diventa principio di Stato e di Governo non significa che ci si comporterà seriamente. Significa soltanto che i medesimi organi, non avendo il controllo di se stessi e non disponendo più né di sovranità né di forza per reagire, si sono seriamente consegnati ai conquistatori esterni. Ed è giusto che ai funerali non si rida, soprattutto se sono della patria. La ministra Prof.ssa Elsa Fornero piange nell'annunciare i sacrifici agli italiani. Piange per il massacro sociale che impone ai deboli, massacro fatto in nome di una crescita che non arriverà. Ma noi non abbiamo voglia di fare battute. Ormai le lacrime dei potenti non ci fanno più ridere, ci danno solo il voltastomaco. Non si può scherzare su ciò che questa gente dalla lacrima facile sta facendo. Stanno distruggendo il nostro paese, le nostre speranze, il nostro futuro, le nostre vite. E lo fanno, nei casi migliori, per una fede irrazionale in quelle stesse teorie economiche che hanno portato alla crisi, e che non faranno che peggiorarla. Oppure, nei casi peggiori, lo fanno per conto di potenti forze nazionali e internazionali che vogliono rapinare ciò che in questo paese non è stato ancora rapinato. La manovra appena approvata dal 'Governo Monti' può essere analizzata da una duplice prospettiva: quella del paradigma culturale vigente (incentrato sulla crescita del Pil) e quello del rifiuto del paradigma stesso. In entrambi i casi è bene ricordare che la verità non è assoluta e le certezze sono fatte per essere smentite. E che comunque vada, il futuro ora più che mai dipende da noi. Sono d’accordo con gli i Dirigenti della Lega Cito Gaber con la sua «Io non mi sento italiano», A poco più di un'ora dalla presentazione della manovra del Presidente Prof. Monti, «non ci rimane che e ne sono ancora più convinto all’indipendenza della Padania e la speranza in un Futuro diverso. Il Nord non potrà accettare questo ennesimo schiaffo.
Celso Vassalini
Brescia

centri impiego più vicini al cittadino: questione di governance

Operavo in un angolino nell'ingresso di un centro per l'impiego grazie a convenzione fra mio Sindaco e DPL Roma (un caro saluto a dr. Giuseppantonio Cela) quando dal Ministero le competenze passarono alle Province, quindi qualcosa so e suggerisco soluzione rispetto a questa parte del problema. Presso ogni Comune dovrebbe essere approntata almeno una postazione con operatore disponibile a fornire aiuto tecnico ai disoccupati che non hanno connessione a internet o sufficienti competenze per usufruirne appieno e cercano opportunità lavorative. La registrazione per l'accesso alle informazioni dovrebbe essere acquisita da INPS per monitorare le azioni di ricerca attiva da parte dei disoccupati e a fronte di queste erogare automaticamente un reddito minimo vitale di contrasto alla povertà e al lavoro in nero. L'operatore dovrà inoltre essere sistematicamente aggiornato a cura della propria amministrazione per indirizzare gli utenti a strutture orientative di livello superiore per i bisogni formativi e sostegno all'autoimpiego. La prossimità e frequentazione di tali postazioni, situate in uffici raggiungibili con mezzi pubblici per una piena fruizione da parte di tutti i cittadini, faciliterebbe anche l'incontro domanda offerta nel territorio comunale tramite opportuni interventi di politiche attive da parte degli assessorati competenti per il lavoro e sviluppo del territorio comunale, favorite dalla sistematica osservazione dei flussi occupazionali in entrata e uscita. Ma il cuore dell'attività di questi uffici dovrebbe essere quello descritto qui: http://www.slideshare.net/redditopertutti/reddito-per-tutti-versione-ele... affinchè l'ammortizzatore unico universale si ammortizzi da solo con le richieste che arrivano da aziende/enti/associazioni che necessitano di prestazioni "accessorie" in sostituzione dei disordinati sistemi attuali di utilizzo del "volontariato" e lavoro in nero per attività di tutela del territorio e cura delle persone (ma anche altre attività previste dal sistema voucher laddove "l'una o l'altra per me pari son" - mentre ovviamente la persona che interessa la si deve assumere). Gradirei metteste in discussione questa proposta in sezione apposita con vostre idee operative (non si accettano più enunciazioni di principio, perché è evidente che non abbiamo tempo da perdere). Buona Immacolata Concezione

Province sì, province no.

Forse non è così complesso comprendere che il problema non sono le province, neppure quelle più piccole, perché non è della dimensione territoriale o dell'ammontare della sua popolazione che bisogna tener conto, ma delle peculiarità del territorio, che determinano esigenze differenti. Non si può certo dire che l'hinterland di Roma ha le stesse esigenze del resto della sua provincia. Ci sono gli strumenti costituzionali, la provincia di Roma come di tutte le altre aree similari (Milano, Napoli, Cagliari ecc..) possono e anzi dovrebbero diventare Aree Metropolitane. Il resto del territorio ha bisogno di un Ente che ne consenta il governo e il coordinamento ma con obbiettivi differenti, e chi meglio della Provincia può farlo.
La realtà è che per fare spazio a poltrone si sono poi creati altri enti, questi si inutili, che si sovrappongono ai compiti degli enti provinciali, e questi andrebbero eliminati (a partire dalle Comunità Montane).
Ma ormai si è individuato l'ente provincia come origine di tutti i mali. Dategli la possibilità invece di svolgere i compiti che gli sono più congeniali, coordinamento e supporto ai comuni, potrebbero fungere da stazione appaltante centralizzata, offrire e servizi informatici (si parla di digitalizzazione della PA, ma spesso gli enti minori non hanno le risorse umane e strumentali per poterle attuare) ecc. Invece eliminiamo le province e "obblighiamo" i comuni a creare Unioni di comuni, per fare quello che la Provincia può fare sicuramente meglio?.
Vogliamo ridurre i costi della politica, benissimo, come si è fatto per la provincia che con decreto si sono eliminate le giunte e ridotta la composizione dei consigli, si può fare anche una bella sforbiciata per le Regioni (vero centro dello sperpero), al Parlamento, perché non si fa un bel taglio del 50% dei parlamentari a partire da subito???
Insomma, mi pare in linea di massima che manchi un visione corretta delle vere necessità del territorio solo per fare un po' di demagogia.

province no... abbastanza semplice!

Non credo che la pluralità di territori o bacini ottimali si risolva creando un numero tendenzialmente infinito di livelli di enti territoriali dotati di autonomia (e quindi di organi rappresentativi ed esecutivi). Il problema non è solo dei costi delle relative strutture, ma soprattutto dell’efficienza, dato che il moltiplicare di centri di potere non fa che aumentare costi e tempi dell’azione. Se è vero quanto dico, una volta definiti (a livello costituzionale) gli ambiti e livelli necessari per articolare il territorio italiano, chiaramente ulteriori articolazioni devono risiedere in forme varie di associazioni e consorzi tra comuni (e eventualmente regioni) dove si arrivi con sintesi politiche già concluse e che soprattutto siano interamente mantenute dagli enti soci, così da ottimizzare efficienza e responsabilità. Sono convinto che due livelli di autonomia locale sono più che sufficienti per l’Italia: Regioni e Comuni (e Città metropolitane in sostituzione) ed ulteriori provocano ridondanza e inefficienza. In Brasile, dove risiedo, per un territorio pari a 28 volte l’italiano e una popolazione di 3,3 volte i livelli sono due (Stato federato e Municipio) e così in molti paesi.

provincie si provincie no i costi e i risparmi

Ieri sera ho telfonato alla rete Teleuniverso al presidente UPI LAZIO Iannarilli già presidente della provincia di Frosinone. Ho fatto una domanda articolata .Premesso che come afferma il corriere della sera di ieri 8/12/2011 pag 16 la abolizione dei soli organi politici (giunte consiglieri 4520 poltrone circa)determina un risparmio di 103 milioni di euro all'anno;
premesso che poi i dipendenti provinciali (circa 62000) dovranno in buona parte essere destinati o ai comuni alla regione
c'è un problema i dipendenti regionali sono pagati come ammesso dallo stesso Iannarilli un terzo in piu' dei loro pari provinciali
mentre i comunali un 20 % in meno ,ma le casse dei comuni li hanno i soldi per assorbire 62 mila dipendenti ?
secondo me no e nemmeno per assorbirne la metà? chissà con le casse in dissesto del comune di Roma come si fa ad aggiungere agli attuali circa 30 mila dipendenti comunali gli altri 3000 provinciali? è pur vero che stanno facendo concorsi per centinaia di postial comune di ROma ma se è in quasi dissesto come farà ad assorbire tanti altri dipendenti?
pertanto i 62mila dipenenti provinciale dovrebbero diventare quasi tutti regionali comportanod un aggravio di costi perchè se un livello c guadagna da provinciale 1200/1300 euro da regionale potrebbe arrivare a 1700 /1800 .
Riepilogo se eliminando 4520 organi politici si risparmiano 103 mln euro
quanto costa far diventare tutti o metà dei 62mila provinciali dipendenti regionali che costano un terzo in piu'?
si realizza un risparmio ? la risposta secondo Iannarilli è che forse Monti avrebbe fatto male i conti...
poi ho chiesto degli sprechi /costi regionali in Italia
il molise avrebbe buttato 250 mln euro secondo Report rai 3 per comprare 2 traghetti inservibili alla fonda
il Lazio solo per le spese di giunta regionale avrebbe stanziato 100 mln è vero? sicuramente son soldi spesi bene ma report pensava il contrario

in questo link letto oggi a Torino si pongono un problema simile
http://www.provincia.torino.it/speciali/2011/riordino_enti_territoriali/...

a proposito di Province e sedicente decreto salva Italia

Principio di ogni opera è la ragione, prima di ogni azione è bene riflettere.
Nel caso della prevista soppressione delle Province, il legislatore italiano non sembra avere improntato la sua azione alle regole del Siracide. Non è certo il primo esempio di legge insensata, ma, in questo caso, appare d'obbligo rimarcare come le prospettive sottese dalla norma siano del tutto illogiche e sganciate dalla cosìddetta "realtà dei fatti".
A prescindere da considerazioni giuridiche connesse alla costituzionalità della norma, c'è da chiedersi quale sia la portata politica della stessa. E', forse, capace di rinforzare il rapporto democratico fra cittadino e istituzioni? Crea migliori condizioni di partecipazione delle comunità alla gestione e programmazione dei propri territori? Presuppone miglioramenti dei servizi oggi in carico alle Province? E, infine, è supportata da una idonea analisi tecnica svolta da soggetti competenti?
Siccome non tutti riteniamo di dover soggiacere alle proposte degli odierni maestri del pensiero, tutti orientati a vedere il marcio in ogni forma di spesa pubblica (ma con gli occhi chiusi per tutte le forme ingiuste di finanziamento puubblico a soggetti privati), spero sia concesso di esprimere il totale e convinto dissenso nei confronti di tale previsione legislativa.
Mi consenta anche, egregio direttore, di dissentire anche dalle sue pur apprezzabili considerazioni sul tema. Ad esempio, non concordo sull'equazione piccolo = dannoso. Infatti, se analizziamo la performance delle singole province italiane, scopriamo che anche province con poca popolazione hanno indici di efficenza elevati e, per contro, grandi province presentano patologie amministrative gravi. Pertanto, non possono essere l'estensione o la popolazione dei parametri rigidi per giustificare la sopravvivenza delle province.
Così come ho difficoltà ad immaginare altro soggetto pubblico capace di gestire i servizi per il lavoro o l'edilizia scolastica superiore. Abbiamo già sperimentato gli uffici del lavoro statali e l'edilizia scolastica data (in parte) ai Comuni. Chi conosce le dinamiche dei mercati del lavoro sa che la dimensione statale non è per nulla adeguata a garantire le condizioni migliori perchè offerta e domanda di lavoro possano incontrarsi; così come, quanti hanno conosciuto la stagione delle scuole superiori gestite (in parte) dai Comuni, ricorderà le feste che in detti enti si sono fatte allorché la legge obbligò al trasferimento di tutti gli istituti superiori alle province.
E allora, rammentato che la soppressione non porterà nessun risparmio di spesa pubblica (anzi, sono convinto che determinerà un incremento della stessa) e rimarcato che l'esperienza già maturata ci ricorda che le forme peggiori di amministrazione sono quelle legate ad elezioni di secondo livello (vedi fra tutte le comunità montane!), viene da chiedersi: perché? Perché la politica nazionale, il Parlamento, il Governo (quello attuale e anche il precedente), i partiti nazionali, il coro ammaestrato della grande stampa nazionale; abbiano, tutti insieme e appassionatamente, battuto la grancassa della soppressione delle province? Forse, una risposta alla domanda, la possiamo trovare fra le righe dei commenti di un'altra videnda, anch'essa trattata su questo sito: quella legata alla spesa della politica e delle istituzioni nel suo complesso. Forse, in tanti, hanno pensato che offrendo alla pubblica opinione "l'osso" delle province, gli italiani avrebbero dimenticato quanto costano la Camera, il Senato, la Presidenza della Repubblica, i grandi mandarini dei ministeri e del parlamento, le auto di rappresentanza, gli usceri, i barbieri i camerieri gli impiantisti i consiglieri e tutti gli..eri di questo mondo.
Così, però, non è e, per chiudere con la saggezza popolare, è bene ricordare a tutti (Governo e Parlamento compresi) che una bugia è una bugia e, come tale, ha le gambe corte!
Antonio Appeddu

Sospendere non abolire

Invece di stravolgere la geografia, basterebbe che province e comuni di piccola dimensione allo scadere del mandato siano commissariati per un nuero di anni non superiore a cinque. Così si risparmiano i costi di elezioni e consiglio, ma non si attacca l'identità locale e si lascia aperta la speranza di riattivare gli organi elettivi non appena superata la crisi.