Editoriale

Dieci proposte per innovare la pubblica amministrazione (in modo rapido e fattibile)

Nell’attuale tempesta cerchiamo di non perdere né la calma né la rotta, ma anche di essere sufficientemente realisti da porci obiettivi raggiungibili in breve tempo e con le risorse che abbiamo, altrimenti non sono obiettivi, ma sogni.  Un aiuto a questo esercizio ce lo dà il contributo in dieci punti di Mauro Bonaretti che vi propongo come editoriale, a cui segue una mia breve postfazione. Questo ideale programma si pone nella linea della concretezza dell’innovazione che il contest “La tua idea per una PA migliore” ha inaugurato con le sue 185 idee, per la maggior parte concrete e “cantierabili” già pervenute [il contest si chiuderà la settimana prossima, vi invito a leggere il percorso che da lì in  poi abbiamo pensato].

Bonaretti parte da una constatazione:

Raramente ci si è davvero concentrati nello stabilire le priorità conseguibili in modo concreto e tangibile per i cittadini. In una fase di così grande difficoltà per il nostro Paese questo sforzo di pragmaticità non è ulteriormente rinviabile. E’ necessario stabilire un’agenda dell’innovazione fatta di pochi, limitati, fondamentali punti per raggiungere quei risultati minimi che non sono più rinviabili.

Leggiamo insieme quali sono i suoi punti.

Dieci idee per innovare la pubblica amministrazione (in modo rapido e fattibile).
di  Mauro Bonaretti

Innovare la pubblica amministrazione è da molti anni una delle priorità del Paese. Tuttavia, a fronte di molti tentativi, pochi passi avanti sono stati fatti concretamente. In parte innovare è molto più complesso di quanto si pensi, perché mette in gioco culture, strumenti, processi sociali e non si può trattare solamente come un problema giuridico, come invece è accaduto finora. Innovare cioè significa affrontare una maggiore complessità progettuale rispetto a quella agita e accompagnare in modo molto più profondo i percorsi di cambiamento ad oggi troppo rapsodici. In parte però è anche stato un eccesso di retorica e di ambizioni olistiche a non permettere di conseguire risultati reali. Raramente cioè ci si è davvero concentrati nello stabilire le priorità conseguibili in modo concreto e tangibile per i cittadini. In una fase di così grande difficoltà per il nostro Paese questo sforzo di pragmaticità non è ulteriormente rinviabile. È necessario stabilire un’agenda dell’innovazione fatta di pochi, limitati, fondamentali punti per raggiungere quei risultati minimi che non sono più rinviabili

Indice

  1. Strategie e politiche prima di tutto: l’innovazione non è un fine ma uno strumento

  2. Non sprecare le risorse: finanziare le azioni rilevanti

  3. Governare, governare, governare: per mettere a sistema le opportunità

  4. Sbloccare i vincoli di un Paese ingessato  

  5. Sottrarre gli investimenti in tecnologia al patto di stabilità

  6. Restituire la dignità alle persone che lavorano

  7. Sostituire parte della dirigenza

  8. Lasciateci lavorare: chiarezza e autonomia nelle regole

  9. Sbloccare i Ministeri e le amministrazioni periferiche dello Stato

  10. Garantire le opportunità minime di cittadinanza in tutto il Paese


1. Strategie e politiche prima di tutto: l’innovazione non è un fine ma uno strumento 

Per molti anni la strada scelta per migliorare l’amministrazione pubblica è stata quella delle grandi riforme. Questi tentativi hanno dato costantemente esiti inferiori agli annunci e alle attese. Le grandi riforme richiedono tempi e processi di attuazione troppo lunghi e una enorme dispersione di risorse rispetto alla drammaticità delle esigenze che abbiamo davanti e ai vincoli di investimento della nostra finanza pubblica. Le grandi riforme si ispirano a principi che seppur condivisibili in astratto (chi è contrario al merito, all’efficienza o alla trasparenza?) non rappresentano concreti obiettivi strategici capaci di guidare e trainare l’innovazione.
Occorre scegliere alcune precise priorità strategiche, qualificarle in termini di obiettivi operativi, condividerle con gli attori sociali e rispetto a queste concentrare gli sforzi di innovazione. Chiari obiettivi settoriali quantificati, sulla giustizia civile, sull’evasione fiscale, sui livelli essenziali di assistenza, sulle infrastrutture in fibra ottica sono ad esempio scelte capaci di coagulare le energie e finalizzare gli sforzi di tutti per migliorare i processi di lavoro in vista di obiettivi condivisi. Senza mete chiare e precise da raggiungere in termini di politiche pubbliche ogni tentativo di cambiamento trasversale risulterà privo di coordinate, astratto, generico e distante dai bisogni del Paese. Non è più tempo di innovare casualmente: occorre farlo in modo mirato e selettivo, indicando chiaramente le mete in termini di impatto che vogliamo raggiungere. Il cambiamento dei processi ne sarà, di volta in volta, la necessaria conseguenza: l’innovazione non è un fine, ma uno strumento. È un fatto tecnico che richiede una grande chiarezza politica.

 

2. Non sprecare le risorse: finanziare le azioni rilevanti. 

Le condizioni di bilancio delle nostre amministrazioni richiedono un ripensamento nei processi decisionali di allocazione delle risorse. I tagli lineari non sono che l’altra faccia della medaglia della nostra pessima tradizione di programmazione incrementale della spesa. Se infatti in era di politiche distributive, fondate sul debito, i processi decisionali di bilancio erano di tipo storico incrementale, oggi in fase di contenimento delle risorse è prevalsa la stessa logica distributiva, ma inversa, dei tagli lineari. È necessario avere il coraggio di mettere in campo politiche redistributive, recuperando le risorse attraverso azioni mirate di finanziamento: occorre finanziare le priorità e solamente le azioni strettamente rilevanti al loro conseguimento. Si tratta di rinunciare a quella miriade di azioni simboliche, importanti sul piano del segnale politico, della costruzione del consenso o per tenere in vita la ragione d’essere di alcune strutture. Non possiamo più permetterci di finanziare azioni che non sono fondamentali per il raggiungimento degli obiettivi strategici delle amministrazioni. Non possiamo più permetterci di costruire il bilancio a partire dalle strutture amministrative o dai servizi esistenti, né frammentare la spesa in mille rivoli in funzione dei gruppi sociali di riferimento o dei componenti delle strutture di governo: occorre partire dalle priorità dei cittadini e finanziare principalmente le azioni necessarie per affrontarle.

 

3. Governare, governare, governare: per mettere a sistema le opportunità..

Il contenimento della spesa pubblica non significa rinunciare ad investire nelle priorità per il Paese. Non è solo con la spesa pubblica che si possono fare politiche pubbliche di sviluppo e coesione. Si tratta di coordinare rispetto a strategie condivise le risorse presenti nel Paese in vista di obiettivi prioritari. L’Italia ha tre grandi risorse che vanno mobilizzate: l’alto potenziale di attrattività del territorio per chi intende investire nell’economia della creatività, la presenza di un sistema imprenditoriale e creditizio sani, la presenza di una grande dotazione di capitale sociale. La capacità di mobilizzare queste risorse diviene fondamentale per attrarre investimenti ad alto contenuto di innovazione, per riportare in una strategia più generale il welfare contrattuale, per valorizzare il ruolo sussidiario della cittadinanza attiva e generare un maggiore protagonismo partecipativo dei cittadini. Occorre saper governare questo reticolo di opportunità, costruendo visioni condivise e creando le condizioni perché ognuno possa investire con fiducia le proprie risorse in progetti per il Paese. La pubblica amministrazione con i tagli che deve affrontare è di fronte a un bivio: chiudere i servizi, contraendo lo spazio dei diritti dei cittadini e riducendo l’occupazione, oppure reinventare il proprio ruolo di imprenditore istituzionale. Lo spazio è enorme: dalle opere pubbliche, alle politiche industriali, al welfare, alle politiche culturali, alla gestione degli spazi pubblici. Governare significa sempre di più far partecipare istituzioni e cittadini alla cosa pubblica, coinvolgendo, convincendo, mediando, costruendo visioni.  [Per saperne di più sulla sussidiarietà leggi le interviste a Gregorio Arena, Teresa Petrangolini e Graziano Delrio]

 

4. Sbloccare i vincoli di un Paese ingessato  

L’Italia è uno dei Paesi a maggiore rigidità amministrativa. A fronte di molti tentativi e dichiarazioni di principio non sono molti i risultati raggiunti. Spesso si è sbagliata strada: interventi legislativi nazionali, calati dall’alto, di modeste ambizioni e spesso naufragati nell’attuazione concreta, o perché mal concepiti in sede legislativa, o perché distanti dalle reali esigenze e priorità o perché disattesi. Le amministrazioni pubbliche anziché l’ostacolo, possono rappresentare una grande risorsa per invertire questa tendenza. Occorre un grande programma nazionale per le liberalizzazioni e semplificazioni che parta dal basso, sperimentato a livello locale anche in deroga alla normativa, attraverso una legge da approvare in parlamento. Occorre invitare le amministrazioni pubbliche a segnalare tutte le attività (a carico proprio e/o dei cittadini) obbligatorie e da eliminare in quanto non aggiungono valore alla catena dei processi decisionali e operativi. 
Si tratta cioè di far partire dalle diverse amministrazioni pubbliche (centrali, periferiche e territoriali) istanze e proposte di liberalizzazione e semplificazione, selezionare le proposte interessanti e, prima di affrontare l’iter legislativo di semplificazione, realizzare, nelle realtà proponenti, sperimentazioni mirate, anche in deroga alle norme, sotto il controllo e il monitoraggio di un comitato garante nazionale. Una volta testate le sperimentazioni e valutati gli impatti si procederà all’intervento legislativo trasformando in norme generali le esperienze di successo. Si possono rapidamente avviare nelle città e nelle amministrazioni italiane un consistente numero di laboratori sperimentali e giungere in tempi ragionevoli a un grande disegno di legge di liberalizzazioni e semplificazioni, partecipato e già testato da chi dovrà poi attuarle concretamente. Occorre sbloccare l’Italia e per farlo è necessario un grande disegno capace di avere un impatto significativo per estensione e capillarità, facendo convivere un governo complessivo del programma con una focalizzazione mirata dei singoli interventi.

 

5. Sottrarre gli investimenti in tecnologia al patto di stabilità

I vincoli di cassa imposti dal Patto di stabilità stanno assottigliando gli investimenti. Tra questi sono a grande rischio gli investimenti tecnologici e anche quelli con un altissimo tasso di ritorno sugli investimenti. Un “buco” tecnologico di dieci anni nel nostro Paese sarebbe insostenibile. Non ci possiamo permettere di perdere questo terreno. Occorre automatizzare i moltissimi processi produttivi automatizzabili e attualmente svolti da personale.
L’amministrazione italiana non ha mai investito in un serio programma di riduzione delle spese correnti del personale, attraverso l’automazione. È necessario impostare una vera e propria ristrutturazione dei processi di lavoro attraverso la realizzazione di standard operativi nazionali su piattaforma web. Stiamo sprecando le possibilità offerte dal 2.0 sia dal punto di vista di nuove relazioni di cittadinanza, sia rispetto al contributo che i cittadini stessi possono offrire alla realizzazione dei processi produttivi. L’Italia non può rimanere al palo neppure rispetto alle potenzialità offerte dalla connessione degli oggetti capaci di fornire informazioni (internet 3.0 o delle cose). Le città e i flussi che le attraversano sono i luoghi privilegiati per concretizzare questa opportunità.
Non possiamo rinunciare alla tecnologia per un problema di risorse. Occorre agire in triplice direzione: programmi nazionali mirati per l’automazione totale dei processi amministrativi a fortissima standardizzabilità; la costituzione di un fondo di amministrazione non rilevante ai fini del patto di stabilità e alimentato con una percentuale dei risparmi derivanti dalla riduzione di personale da destinare agli investimenti in tecnologia; un accordo nazionale con le case tecnologiche per individuare meccanismi di pay for results, capaci di non bloccare il sistema degli investimenti tecnologici.
Ma non è solo un problema di risorse. Spesso ci si scontra con la difficoltà operativa delle amministrazioni ad acquisire importanti basi informative a disposizione di altri Enti e amministrazioni. Ad esempio nel campo dell’evasione fiscale si tratta di definire protocolli di intesa più cogenti di open data tra amministrazioni locali, enti pubblici e amministrazioni statali in modo da mettere in grado i Comuni di migliorare la propria capacità di segnalazione all’Agenzia delle Entrate perché essa possa intervenire con accertamenti mirati.

 

6. Restituire la dignità alle persone che lavorano.

Le amministrazioni pubbliche sono organizzazioni ad alta intensità di lavoro intellettuale. Negli ultimi anni questa risorsa straordinaria è stata umiliata in molti modi. Occorre recuperare la fiducia e la dignità delle persone che lavorano nelle amministrazioni.
In primo luogo è necessario interrompere la pratica devastante dei blocchi del turn over a singhiozzo. La pianificazione del personale richiede certezze dei vincoli. Occorre un patto chiaro: si tratta di stabilire una riduzione della spesa di personale nel settore pubblico a fronte però di una stabilità almeno triennale delle regole sul lavoro. A fronte di questa stabilità le amministrazioni saranno nelle condizioni di realizzare piani di mobilità degli organici coerenti con le proprie priorità strategiche, con le scelte di gestione, con i piani di automazione tecnologica.
In secondo luogo è necessario valorizzare la partecipazione organizzativa. I lavoratori delle amministrazioni pubbliche sanno perfettamente dove si annidano gli sprechi, come si possono migliorare i processi e risolvere i problemi. Quasi sempre conoscono i problemi ma quasi mai hanno la possibilità di risolverli. Occorre promuovere programmi di micro cambiamento organizzativo in forme organizzate capaci di scardinare la cultura gerarchica fortemente presente nelle amministrazioni. È in primo luogo una scelta che deve partire dai vertici amministrativi e che richiede la messa in campo di nuove forme più orizzontali di relazioni interne. Ma è anche una scelta che chiama in causa il confronto sindacale. Definire piani di mobilità e attivare programmi di partecipazione organizzativa richiede infatti l’immediata riattivazione della contrattazione sindacale. Il blocco delle risorse contrattuali non significa affatto che non esista la necessità di valorizzare la risorsa del confronto. Anzi, proprio una situazione di congelamento retributivo può lasciare lo spazio per ripensare le relazioni sindacali nel pubblico impiego, concentrando il confronto su due questioni organizzative prioritarie, troppo spesso trascurate nel passato: la partecipazione organizzativa e la mobilità delle risorse umane a seguito di ristrutturazioni. In questo quadro, soprattutto se inserito in una nuova stagione di confronto confederale, il sindacato di categoria sarà chiamato a dare il proprio contributo anche in termini di progettualità e stimolo all’innovazione, come già accaduto nei primi anni ‘90.

 

7. Sostituire parte della dirigenza

Il sistema amministrativo italiano è in un guado: da un lato si è ispirato ai modelli di riforma anglosassoni, dall’altro ha conservato le caratteristiche amministrative del sistema italiano. Il caso della dirigenza è emblematico. Se si ritiene necessario sbloccare il sistema pubblico occorre innestare nuove professionalità dirigenziali. La ricentralizzazione della funzione, i vincoli alle assunzioni dall’esterno sono fortemente coerenti con l’esigenza di assicurare terzietà e imparzialità alla funzione della dirigenza. Tuttavia non è coerente con i proclami e le esigenze di innovazione. Occorre scegliere. Ci sono posizioni dirigenziali ad alta necessità di imparzialità (es. le funzioni pubbliche autorizzatorie, certificatorie, di controllo). Queste funzioni richiedono nomine sottratte alle scelte della politica e meccanismi di accesso tradizionali. Esistono invece posizioni dirigenziali con maggior contenuto manageriale o di elaborazione e governo di politiche pubbliche. Governare le reti, introdurre tecnologie, attivare la partecipazione organizzativa, avviare programmi di semplificazione sono attività ad altissima complessità professionale. Sarebbe illusorio pensare di risolverlo con la stessa classe dirigente. Se fosse stata capace, l’avrebbe già fatto. E non sarà certo un incentivo economico a trasformare ottimi funzionari di procedura in dignitosi imprenditori istituzionali. Queste posizioni richiedono professionalità oggi difficilmente reperibili all’interno e differenziate in funzione delle specifiche strategie prescelte. È necessario accogliere la sfida delle professionalità esterne a tempo determinato se vogliamo innovare. Non è un problema di numeri e percentuali, quanto di posizioni organizzative ricoperte nell’organigramma dell’amministrazione. Non sarebbe difficile stabilire nei regolamenti questo criterio (posizioni a vincolo di imparzialità e posizioni prive di questo vincolo) una volta per tutte e affidarne il rispetto agli organi di revisione delle amministrazioni.

 

8. Lasciateci lavorare: chiarezza e autonomia nelle regole.

Esistono attualmente tre condizioni di sistema capaci di inibire qualsiasi processo di innovazione.
In primo luogo la confusione normativa. Si tratta di restituire un quadro semplice e chiaro di regole. Il caos attualmente presente sui vincoli al personale è una delle rappresentazioni più imbarazzanti: ministeri che si contraddicono, Corte dei conti costrette a interpretazioni impossibili, costi infiniti per le amministrazioni impegnate a districarsi in una selva di aspetti confusi, anziché nel proprio lavoro istituzionale. È necessaria una commissione nazionale congiunta composta da rappresentanti dei ministeri, delle associazioni degli enti locali e dalla magistratura contabile per risistemare la confusione costruita in questi anni. Meglio poter lavorare in condizioni difficili ma chiare piuttosto che essere paralizzati dall’incertezza della norma.
Così il patto di stabilità. È assurdo in un paese in totale crisi di crescita tenere congelati per questioni contabili investimenti già finanziati per miliardi di euro. Occorre avvicinare le regole del patto di stabilità interno alle reali esigenze poste dalla ragione d’essere del patto di stabilità europeo.
In terzo luogo si tratta di attribuire maggiore autonomia decisionale e gestionale alle amministrazioni periferiche e agli enti territoriali. Se qualche cambiamento è stato oggettivamente osservato nelle amministrazioni italiane questo è avvenuto negli enti territoriali, nelle aziende sanitarie, nelle agenzie nazionali a valle dei processi di autonomia. Curiosamente, anziché apprendere questa lezione, il nostro Paese ha fatto il percorso inverso, imboccando una incomprensibile strada di ricentralizzazione e vincoli puntuali imposti dal centro (es. scelte direzionali, formazione, vincoli assuntivi, spese di comunicazione…). Occorre riprendere il cammino dell’autonomia e responsabilità.

 

9. Sbloccare i Ministeri e le amministrazioni periferiche dello Stato.

I principali problemi di funzionamento del sistema amministrativo italiano riguardano i Ministeri e in particolare le loro articolazioni periferiche. Piuttosto che avventurarsi in improbabili disegni di decentramento o revisione degli assetti istituzionali dello Stato, di cui tanto si è parlato e poco realizzato, un modo rapido e concreto per rendere minimamente più vicine alle esigenze dei cittadini i tribunali, il catasto, le soprintendenze è quello di permettere a loro una minima agibilità delle leve di gestione.
Si tratta di operare in due direzioni. In primo luogo è necessario scegliere le priorità di intervento e rispetto a queste investire il Dipartimento della Funzione pubblica di realizzare missioni finalizzate di supporto ai Ministeri.
In secondo luogo si tratta di rompere la centralizzazione dei livelli decisionali affidando alle strutture periferiche dello Stato livelli minimi di autonomia, valorizzando le direzioni provinciali e regionali o quanto meno gli uffici territoriali di Governo (incapaci di coordinare alcunché nelle attuali condizioni). È assolutamente incompatibile con le esigenze di tempestività di chi vive in un mondo globale l’arretratezza dei processi decisionali attualmente in atto. È inaccettabile per un Paese civile osservare l’impossibilità, per chi gestisce le strutture periferiche dello Stato, di approntare le minime condizioni organizzative e le più elementari esigenze di funzionamento. Solo attraverso questa scelta sarà possibile parlare compiutamente di una reale possibilità di governance territoriale del sistema pubblico.

 

10. Garantire le opportunità minime di cittadinanza in tutto il Paese

Nel nostro Paese esistono ancora troppe differenze di opportunità di accesso ai beni pubblici per i cittadini e le imprese. È necessario definire livelli minimi essenziali di opportunità. Si tratta cioè di raffigurarsi quali sono le opportunità sulle quali i cittadini italiani possono contare. Questo punto di vista (le opportunità per i cittadini) è utile a salvaguardare qualsiasi modello di gestione (pubblico, privato, misto, ecc) e pone l’attenzione sugli impatti delle politiche amministrative anziché perdersi nei meandri delle performances gestionali. Si tratta cioè di scegliere alcuni (pochi) ambiti essenziali nei quali la possibilità di accesso alle opportunità diviene un diritto universale riconosciuto ai cittadini italiani (es. tassi di occupazione, criminalità, inquinamento, scolarizzazione, ecc.). In tali ambiti, laddove i livelli minimi non fossero rispettati, priorità di intervento dello Stato sarà quella di intervenire con progetti mirati per garantire l’esercizio concreto di quei diritti, destinando a tal fine le cospicue risorse comunitarie dedicate all’obiettivo convergenza.

 

Un programma di questa natura è in realtà molto e, forse, troppo ambizioso. Eppure al contempo tralascia consapevolmente numerosi aspetti di fondamentale rilevanza: il federalismo, le privatizzazioni, la finanza, gli assetti e le funzioni istituzionali, il rapporto tra politica e amministrazione, i costi della politica, la qualità dei servizi, la trasparenza, le centrali di acquisto, le retribuzioni legate al merito, i percorsi di carriera, la democrazia deliberativa, gli strumenti di gestione e i costi dei servizi, le forme organizzative, il mercato del lavoro pubblico, le pari opportunità, la valutazione. Sono tutte questioni importanti, ma non tutte sono aggredibili contemporaneamente. Possiamo ancora continuare ad illuderci di farlo?
Le dieci idee indicate sono di una complessità straordinaria, ma sono ad alta fattibilità nel medio periodo, in un quadro serio di concertazione nazionale. Si tratta di partire da queste per diradare le nebbie. Si tratta di darsi una strategia percorribile per non disperdere altre parole a rincorrere illusioni, dimenticando di non avere i fondamentali di un Paese civile. Ripartiamo da ciò che concretamente è possibile fare subito e davvero.

 

Postfazione
di Carlo Mochi Sismondi

Due gli elementi che vorrei mettere in evidenza di questo programma di lavoro: dapprima la sua alta fattibilità. Pochi provvedimenti legislativi, una polarizzazione intelligente e coraggiosa delle risorse disponibili, una grande chiarezza di idee e una comunicazione pubblica efficace e sincera: non serve molto di più. Io la chiamerei “buona politica”, ma questa definizione ci porterebbe ad un discorso troppo lungo.
Poi il cambio di prospettiva che questo programma contiene: per anni e anni (almeno dalle Bassanini, ma poi anche con il progetto “Cantieri” e le riforme Brunetta) ci siamo applicati a perseguire un’innovazione trasversale e olistica, che ha però trovato enormi difficoltà a partorire azioni concrete e reale cambio di comportamenti. Ora, dice Bonaretti trovandomi in piena sintonia, poniamoci obiettivi chiari, sfidanti e relativi a specifiche politiche: un welfare sostenibile che definisca con chiarezza i livelli minimi di assistenza, un’Italia cablata e senza digital divide, l’emersione dell’economia in nero e la vittoria nella lotta all’evasione fiscale, una giustizia con tempi accettabili e certi, uno sviluppo delle economie territoriali verde e sostenibile… Ciascuno di questi obiettivi richiede una dose massiccia di innovazione sia istituzionale, sia organizzativa, sia tecnologica. Ma sarà come quando l’obiettivo di mandare un uomo sulla luna scatenò una rincorsa di ricerca scientifica e una messe di innovazioni in tutti i campi: dalla fisica alla biologia, dai nuovi materiali alla medicina. Ma lì l’obiettivo era chiaro e condiviso: le innovazioni, che da allora furono poi applicate nella nostra vita quotidiana, erano lo strumento.
Insomma ritorniamo al primato dell’efficacia e degli outcome rispetto all’attenzione ossessiva all’efficacia e agli output.

Troviamo pochi obiettivi che siano grandi progetti-paese (già i cinque elencati basterebbero), comunichiamoli con chiarezza, troviamo le menti migliori e le migliori professionalità per costruire i progetti, focalizziamo per qualche anno le risorse su queste priorità e costruiamo su questi obiettivi le organizzazioni e le tecnologie innovative che ci servono per raggiungerli e vedrete che la riforma della PA diventerà qualcosa di meno fumoso e un po’ più appassionante.

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dignità e professionalità nella PA

Class Action: valorizzare i dipendenti della PA rendendo loro Dignità e Responsabilità.

In un periodo di crisi e di tagli necessari anche nelle PA inefficienti, quanti sono i dipendenti della regione Lombardia? 3.100 e quanti sono i dipendenti della regione Sicilia? 19.700, quanti sono gli abitanti e la superficie delle due regioni? I numeri si commentano da soli.
Forse bisognerebbe estendere con un referendum il concetto di autonomia fiscale delle province di Trento e Bolzano a tutte le province d’Italia.
Per valorizzare il pubblico ufficiale che si aggiorna ed è efficiente e non va in palestra durante l'orario d'ufficio, e che non commette atti di corruzione è necessario separare le mele marce dalle mele buone. Non bastano le pagelline di Brunetta se poi i corretti non possono essere licenziati, perché la corruzione non comporta l’interdizione della PA.
Per fare questo occorre integrare al più presto l'articolo 55 quater, comma 1, lettera f) del decreto legislativo n°150/2009, noto come decreto Brunetta sulla riforma della PA, in cui la condanna definitiva per un qualsiasi reato contro la PA a prescindere dall’entità della condanna (attualmente solo il peculato art 314 cp e la concussione art 317 cp comportano il licenziamento disciplinare) deve comportare il licenziamento disciplinare senza preavviso da quella PA, ovviamente se il reato non comporta l'interdizione perpetua dalla PA (condanna non superiore a 5 anni) il pubblico dipendente può provare a ricollocarsi in un'altra PA, ma da quel contesto lavorativo deve uscire.
Se il mio capo ufficio che è ai domiciliari perché indagato per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e al falso in atto pubblico, e alla corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio e falsità ideologica, e poiché era già stato condannato ai tempi del pool Mani Pulite, tralasciamo il fatto che percepisce solo il 50% dello stipendio che paghiamo noi contribuenti, ma al massimo tra diciotto mesi rientra e io dovrei prendere ordini o collaborare con costui? Piuttosto mi faccio trasferire, ma il trasferimento non me lo concedono…
Un altro modo per valorizzare il pubblico dipendente competente che si aggiorna e che non va al mercato mentre è in servizio, è estendere la nozione di responsabilità amministrativa dai giudici a tutti i dipendenti della PA. Chi sbaglia deve pagare per intero e personalmente.
Se un agente della stradale mi ferma per un mese un autista con la sospensione della patente e mi ferma per un mese un autoarticolato con il ritiro della carta di circolazione, per incompetenza, poiché non sa che in caso di veicoli provenienti dall'estero con tanto di Cmr il divieto di circolazione nei giorni festivi per autocarri superiori a 7,5 ton di massa complessiva a pieno carico nelle strade extraurbane viene posticipato di due ore, deve essere possibile citarlo in giudizio con una procedura semplificata, attualmente se ti rivolgi al comando della Polizia Stradale dell'agente che ha commesso questa negligenza, ti senti rispondere: "faccia ricorso siamo in uno stato garantista", invece la notifica al capo ufficio verbali della Stradale dell’errata applicazione della norma dovrebbe implementare l'istituto del dolo in abuso d'atti d'ufficio, se non mi annulla il verbale e mi riconsegna i documenti.
Se un direttore della Motorizzazione non riconosce i posti aula per i corsi Adr (merci pericolose) previsti dal DM 317/95 e il Tar lo condanna, intanto deve pagare tutte le spese legali, invece il Tar lo condanna al risarcimento di una piccola parte delle spese legali fatturate sostenute, che poi vengono pagate con le tasse dei contribuenti e al momento sono trascorsi nove mesi e non si sono ancora visti quei soldi.
Molti dirigenti dalla PA sanno che possono permettersi soprusi perché anche se li citi dinanzi al Tar loro sono avvantaggiati sul profilo economico.
Responsabilizziamo la PA per valorizzare le mele buone.
La Costituzione prevede che in caso di danno provocato da un dipendente pubblico, sia lo Stato a risarcire il cittadino danneggiato e che solo successivamente lo Stato si rivalga sul dipendente. Il danno deve essere cagionato dal dipendente nell'esercizio delle sue funzioni a seguito di una condotta illegittima. È da notare che a differenza delle responsabilità aquiliana ex art 2043, nel caso della responsabilità amministrativa i giudici hanno limitato la responsabilità ai soli casi di dolo (intenzione di causare un danno allo Stato) o di colpa grave (cioè di una negligenza grave) per cui un dipendente pubblico che causa un danno erariale, cioè danno alle casse dello stato, ma che lo fa con una negligenza minima non incorre nella responsabilità amministrativa.
Il giudizio sulla responsabilità amministrativa viene trattato dalla Corte dei Conti e nella pratica impiega molto tempo per vedersi concluso. Tra la citazione in giudizio da parte del Procuratore Regionale e la pronuncia in primo grado passano più di sei mesi. La proposizione dell'appello alle tre Sezioni Centrali aggiunge circa un anno alla durata complessiva.
Basterebbe snellire questi tempi e implementare la responsabilità amministrativa ad ogni negligenza anche lieve.
Quanto costa solo di bolli un ricorso amministrativo al Tar e un ricorso alla Corte dei Conti e un ricorso al Capo dello Stato? Mediamente il contributo unificato è pari ad 750 euro oltre a una marca da bollo per iniziare il giudizio, inoltre le spese per la notifica degli atti e per le estrazioni delle copie autentiche, a questo si deve sommare l'onorario per l'avvocato. Se sia abbassassero il costo dei bolli certamente si metterebbe il cittadino nelle condizioni di fare ricorso se si verificano soprusi, invece il costo del ricorso che poi anche in caso di condanna della pubblica amministrazione non viene riconosciuto, viene riconosciuto solo in parte, mette i funzionari della PA in una situazione privilegiata e ora mi spiego con un esempio concreto. Se la commissione d'esami presso una certa provincia per l'accesso ad una tale professione commette un sopruso devo annullare l'atto amministrativo per eccesso di potere e per fare questo devo rivolgermi ad un legale in quanto non è possibile presentare il ricorso senza essere assistiti e il costo dei bolli è tale che al cittadino conviene ripetere l'esame e incassare il sopruso. Ridurre a 100 euro il contributo unificato per il ricorso al Tar e al Capo dello Stato, rendere facoltativa la presenza di un legale, chi sbaglia cittadino o pubblico ufficiale paga per intero le spese processuali.
C'è un altro punto da considerare.
Il capo ufficio e il dirigente di una PA deve essere considerato corresponsabile per un illecito civile e penale commesso dal suo segretario, altrimenti ci troviamo che il capo ufficio firma personalmente un ordine di turni che materialmente compila la segretaria che ora si trova agli arresti
domiciliari per corruzione e il dirigente poiché non ci sono prove nemmeno si trova indagato. Se il capo ufficio sapesse di essere corresponsabile per almeno un quarto della pena con il sottoposto certamente andrebbe controllare magari a random, invece di lavarsi le mani dicendo "ognuno si assuma le proprie responsabilità". Se un direttore di una PA ha più di cinque dipendenti agli arresti domiciliari per associazione per delinquere finalizzata ad un qualsiasi reato contro la PA per esempio corruzione deve essere trasferito perché non ha adottato idonee misure di prevenzione.
C’è un altro punto da considerare.
L’imprenditore che non comunica la Pec (posta elettronica certificata che sostituisce la RR) viene sanzionato dal art. 2630 del Codice Civile, modificato dalla legge 180/2011, che regola la violazione di obblighi incombenti sugli amministratori: "Chiunque, essendovi tenuto per legge a causa delle funzioni rivestite in una società o in un consorzio, omette di eseguire, nei termini prescritti, denunce, comunicazioni o depositi presso il Registro delle Imprese è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 103 a 1.032 Euro" (in precedenza era da 206 a 2.065).e non può nemmeno operare, mentre la PA che ha il dovere di dotarsene non è sanzionabile se non usa la e-mail. Perché non prevedere una sanzione per tutti i soggetti inadempienti comprese le PA? Sarebbe un modo per snellire la burocrazia nella PA e per premiare le PA efficienti.
Non stiamo chiedendo di licenziare i pubblici dipendenti in esubero applicando l’art. 18 nel processo di fusione del doppio inutile Archivio Nazionale Veicoli presso il Pubblico Registro Automobilistico gestito dall’Aci e presso il Ministero dei Trasporti e della Navigazione, stiamo chiedendo di investire in una nuova etica della pubblica amministrazione fondata sulla legalità e sulla valorizzazione dei suoi dipendenti, senza aspettare il recepimento di una direttiva europea.

Attuare i punti!

Sono pienamente d'accordo. Per me, che vivo in una piccola amministrazione siciliana in periferia, questa proposta è davvero interessante e spero venga accolta. Lavoriamo su questi punti.
Mi auguro che il Dott. Bonaretti possa svolgere un ruolo attivo all'interno di questo nuovo governo.

dignità nella pubblica amministrazione

Proposta di Class Action: Cultura etica e Dignità ai dipendenti della Pubblica Amministrazione modificando il Dlgs 150/2009.

Se l’art. 18 della legge 300 non è applicabile per il pubblico impiego e se non è facilmente estendibile perché la natura giuridica dei contratti è diversa, allora si tratta di integrare il D.lgs. 150/2009 noto come riforma Brunetta all'art. 55 quater inserendo che tutti dipendenti delle PA, che ricevono una condanna definitiva per un reato, delitto o contravvenzione, (per condanna definitiva s’intende di terzo grado oppure per esempio di secondo grado inappellabile per decorrenza dei termini) contro la pubblica amministrazione, da parte di un pubblico ufficiale comporta il licenziamento disciplinare senza preavviso per giusta causa adottato dal competente ufficio previsto dall’art. 59, quarto comma del D.lgs n° 29 3/02/93, trasfuso nell’art. 55 del decreto legislativo 165/2001.

Nel 165/2001 l’art. 55 quater (Iicenziamento disciplinare) comma1 lettera F prevede il licenziamento disciplinare solo in caso di interdizione perpetua dai pubblici uffici (ovvero nel caso di una qualsiasi condanna superiore a 5 anni per esempio art.28 CP furto con scasso a mano armata 624 CP).
Il comma 1 lettera f) andrebbe così sostituito:
f) condanna penale definitiva per qualsiasi reato contro la pubblica amministrazione, oppure nel caso di condanna penale definitiva, in relazione alla quale è prevista l'interdizione perpetua dai pubblici uffici ovvero l'estinzione, comunque denominata, del rapporto di lavoro
In alternativa integrazione con il comma 1 lettera g):
g) duplice condanna penale definitiva nello stesso ente per qualsiasi reato contro la pubblica amministrazione

Se, il corrotto condannato, mai sarà interdetto perpetuamente dai pubblici uffici, dato che l'interdizione perpetua è stabilita dall'art. 29 Codice Penale per condanne superiori ai 5 anni e neanche a farlo apposta lo stesso CP sanziona il reato di corruzione con pene massime di 5 anni, salvo il caso particolarissimo di corruzione in atti giudiziari! Pene massime così basse inoltre fanno sì che quasi sempre si arrivi a prescrizione, allora:
1) agli artt. 318 e 319 CP le pene passano da "6 mesi a 5 anni" a "dai 4 ai 12 anni"; in modo da dare il tempo ai magistrati di scoprire la ragnatela della corruzione e di condannare un corrotto (il tempo della prescrizione passerebbe così ai 12 anni rispetto agli attuali 6 anni)
2) interdizione perpetua dai pubblici uffici obbligatoria per il condannato (in applicazione dell'art. 54 della Costituzione: "I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore")
3) confisca non solo del prezzo della corruzione ma del profitto della corruzione, e destinazione di esso ad uso sociale, come accade per i reati di mafia; ovvero non è la sola mazzetta che deve essere restituita ma l'intero profitto che il corrotto ha realizzato in seguito a tale atto
4) per realizzare il punto 3) è fondamentale che vi siano sanzioni severissime per il corrotto che, già sotto processo o sapendo di essere indagato "fa sparire" i suoi beni mobili e immobili; attualmente in tal senso vi è l'art. 388 CP, tuttavia molto debole sia perché la pena è irrisoria sia perché l'azione penale non è obbligatoria
5) parificazione ai fini dei reati di corruzione della figura del pubblico ufficiale e dell'incaricato di pubblico servizio. C'è differenza tra le due figure (il pubblico ufficiale è colui che è investito di poteri legislativi o giurisdizionali o amministrativi, l'incaricato di pubblico servizio può invece essere un medico piuttosto che chi lavora in un'azienda municipalizzata o in aziende di telecomunicazioni) , tuttavia i danni che la corruzione può comportare sono molto simili e a non parificarli si corre il rischio che l'amministratore pubblico corrotto possa commettere gli stessi reati del passato semplicemente rivestendo i panni lindi dell'incaricato di pubblico servizio 6) il condannato per reati di corruzione non potrà inoltre ricoprire la carica di Amministratore di Società quotate in Borsa , né Società con condannati tra i propri amministratori possono ottenere appalti pubblici
7) ratifica della Convenzione di Strasburgo 1999
8) introduzione dei reati di corruzione tra privati (che oggi non è reato) e di traffico di influenze illecite (che oggi viene chiamato millantato credito ed ha pene irrisorie; l'obiettivo è evitare la formazione di "cricche" che sfalsino gare di appalto o il regolare funzionamento di un pubblico servizio).

Non stiamo chiedendo di licenziare il personale della PA in esubero nel processo di fusione del doppio Archivio Nazionale dei Veicoli presso il Pubblico Registro Automobilistico (Pra) gestito dall’Aci e presso il Ministero dei Trasporti (Motorizzazione), ma di generare un’etica fondata sull’uguaglianza, sulla legalità che renda dignità ai dipendenti delle PA. Sovente ci troviamo in situazioni in cui i condannati per corruzione dal Pool Mani Pulite dopo essere stati in carcere hanno ripreso il loro posto, continuando a marcire le mele buone.

analizzare davvero le realtà

Vorrei porre all'attenzione il problema dell'analisi reale della gestione della cosa pubblica nei vari Enti e Istituzioni nazionali.
Io lavoro al comune di Firenze, sono dirigente e nulla corrisponde a qunato viene riportato dai media. Non c'è indipendenza tra ruolo politico e dirigenza. Sempre maggiori gli spazi tecnici di cui i politici, attraverso assunzioni a termine discutibili, si appropriano, al solo scopo di utilizzare l'ente per il raggiungimento di scopi che nulla hanno a che fare con i servizi alla città.
Credo che nulla possa essere migliorato se non si passa da una fase importante di vera analisi del problema. Oggi è vero ciò che appare sulla stampa, e soprattutto, in televisione. La realtà è, invece, del tutto diversa.
Idee di miglioramento ce ne sono infinite e anche a costi contenuti, ma occorre sposare davvero questo obiettivo.

autonomia degli enti locali: solo organizzativa?

troppo spesso la sola autonomia esercitata dalla classe politica è stata quella organizzativa (ognuno ha creato la propria struttura, un proprio “castello di carta”), con il risultato di creare, in particolare negli enti locali, una “babele burocratica”.
abbiamo condensato alcune considerazioni nel testo "L'autonomia (organizzativa) non è più una virtù" nel sito http://www.ufficiotecnico.altervista.org/index.html

Mauro Bonaretti Ministro della Funzione pubblica

Può sembrare una provocazione o una presa in giro, invece vuole essere un invito...sperando che qualcuno lo colga!
Dopo anni di qualunquismo e demagogia finalmente si legge qualcosa di concreto e non propagandistico. Si parla in queste ore tanto di tecnici, mi sembra che chi vive quotidianamente la realtà amministrativa lo possa essere davvero!

Rapido e fattibile.. se consideriamo l'infinito....

Bell'articolo, ma secondo me ha il titolo sbagliato.
Io lo avrei intitolato "Come cambiare la P.A. I punti di partenza."
E' mia opinione che le strategie elencate non possono essere applicate in un modo rapido e fattibile, almeno per ora.
L'altro giorno sono rimasto sconvolto da scoprire che una proposta di legge, nata con solo due articoli e presentata nel 2008 per modificare uno dei piu' grandi MOSTRI LEGISLATIVI sfornati dal nostro parlamento che e' la legge sulla cittadinanza italiana, e' ancora in discussione in parlamento, e gli articoli si sono moltiplicati. Credo che come esempio serva a dimostrare come qualcosa die stremamente semplice e lineare, possa essere trasformato in una "mission impossible" dal nostro sistema decisionale antiquato, e inadatto a n grande Paese che vuole essere all'avanguardia.
Il sistema va cambiato, i sindacati devono cambiare, tutti noi dobbiamo cambiare, Questa non e' una cosa veloce. Ma bisogna pur iniziare, ed in fretta. Per noi e' fatta. Ci tocca vivere questa triste realta' , Ma i nostri figli possono avere qualcosa di diverso.

Grazie!

Grazie ad entrambi per avere fino in fondo compreso il significato di innovare in direzione certamente dell'efficacia ed efficienza, ma anche - e sul medesimo piano - del rispetto della dignità di chi nella Pubblica Amministrazione lavora e di chi alla Pubblica Amministrazione si rivolge. La PS ha bisogno di essere tolta dall'ingessatura in cui - nonostante le intenzioni dichiarate - ancora si trova. Mettere in essere i 10 punti che Bonaretti ha individuato significherebbe finalmente ragionare ed operare in una PA adeguata ai bisogni di un paese che deve cambiare: e senza una PA capace di accompagnarlo ed anche guidrlo nel cambiamento ciò non è in alcun modo possibile. Sprattutto se si continua a ragionare intorno ad una PA tutta uguale a se stessa, una specie di gelatina informe, quando invece nulla è più diverso, di più peculiare di ciascuna delle realtà che - insieme ma ciascuna con proprie ben definite caratteristiche - formano la Pubblica Amministrazione.

un interessante programma di lavoro

Concordo con il commento finale di Carlo Mochi Sismondi: è un lavoro molto interessante perchè pragmatico e concreto, soprattutto con pochi provvedimenti legislativi da quanto mi è dato di capire.
Tra i vari punti quello al punto 6 sulla necessità di restituire la dignità alle persone che lavorano è a mio avviso uno dei principali: lavorando in una multinazionale da diversi anni ho imparato che mettendo le persone giuste al posto giusto e motivandole opportunamente si posso ottenere risultati molto ambiziosi, prima della tecnologia assolutamente vengono le persone e ve ne sono di molto valide e professionalmente preparate anche nel settore pubblico.
Suggerisco di dar seguito a questa iniziativa di "attuazione della Riforma di una PA moderna", pensando pure in grande ma approfondendo la fattibilità di pochi obiettivi misurabili e concreti da raggiungere in tempi rapidi.
saluti,
Fabrizio Padua.

innovare senza buttare le professionalita'

Salve a tutti, incredibile ma vero...
leggo qualche punto interessante, anzi interessantissimo (a cominciare dall'idea di modificare i dirigenti da funzionari in leader-motivatori e persone in grado di cogliere le opportunita').

Sintomatico l'esempio (PA) del nostro ministro, pero': nella scuola ci sono grosse professionalita' tecniche e lui cosa fa? Blocca - anziche' incentivare come fanno in Francia e Germania - la mobilita' in uscita, proprio ora che ci sarebbe bisogno di teste pensanti - altrove se necessario.

Mi chiedo: perche' ?

Era possibile recuperare professionalita' pubbliche ed anche autonome senza necessita' di fare concorsi e quant'altro (forse e'proprio questo il punto...)

Mi sembra un controsenso. D'altronde se le professionalita' in uscita non erano buone... non erano valide... perche' bloccarle per decreto?