Intervista

Per attirare cervelli i territori devono vendersi bene: Claudio Carnino un italiano in Startup Chile

Che ci fa un ragazzo di 22 anni di Torino a Santiago del Cile? Semplice, è stato invitato lì dal governo locale per aprire la propria startup e, soprattutto, insegnare ai Cileni come si fa. Sembra assurdo per il nostro modo di vedere le cose, eppure nel mondo c’è chi cerca di accaparrarsi i migliori talenti e le migliori idee imprenditoriali a suon di investimenti. Abbiamo contattato Claudio Carnino, l’unico (per il momento) partecipante italiano al programma Startup Chile per farci raccontare quale è la strategia che sta dietro a questo programma e il proprio punto di vista.

L’intervista continua sotto il video di presentazione

Ciao Claudio, ci racconti cos’è Startup Chile?
Start up Chile è un programma di incubazione e di investimento “seed stage”, si occupa cioè di investire in team che sono appena partiti con una nuova idea imprenditoriale e che, quindi, non hanno ancora un prodotto già pronto o non stanno fatturando. Attualmente sono stati selezionati circa 110 team, che arriveranno a 300 entro la fine dell’anno e a 1.000 entro l’anno prossimo. Ad ogni team selezionato viene offerto un finanziamento tra i 40 e i 50 mila dollari, da usare per vivere sei mesi a Santiago del Cile e lavorare alla propria idea imprenditoriale. In cambio il programma chiede pochissimo. In pratica l’unica richiesta è di partecipare agli eventi organizzati sul territorio.

Spiegaci meglio, siete liberi di fare quello che volete con i soldi che avete ricevuto?
L’investimento è pubblico e funziona a rimborso del 90% di tutte le spese sostenute per l’azienda o per il proprio sostentamento fino ad un valore massimo di 22 milioni di pesos (circa 47mila dollari a seconda del cambio col dollaro). In pratica solo il 10% è a carico nostro, ma la cosa più vantaggiosa è che, a parte gli incontri sul territorio a cui siamo chiamati a partecipare, siamo liberi di fare ciò che vogliamo. Possiamo lavorare da casa o lavorare nell’ufficio comune che è stato messo a disposizione di tutte le aziende, possiamo fornirci da aziende locali o utilizzare fornitori esteri o internazionali. In realtà non ci viene chiesto nemmeno di aprire qui la nostra azienda, né di rimanere in Cile dopo i sei mesi di durata del programma.

E quale è lo scopo di tutto ciò?
Lo scopo è creare un ambiente imprenditoriale che al Cile manca. Il problema di questo paese, infatti, è che la ricchezza è mal distribuita e mancano quasi totalmente una classe imprenditoriale e la cultura dello startup. L’idea del programma è di “importare” cultura chiamando imprenditori da tutto il mondo a lavorare in Cile, investendo nelle loro idee imprenditoriali.
Lavorando qui, infatti, parteciperemo ad una serie di incontri e avremo rapporti con le aziende e le università locali, contribuendo a creare un ambiente imprenditoriale favorevole alla creazione di nuova impresa. Cominceranno a crearsi poli geografici in cui nascono le startup (e alcune si insedieranno), che attireranno la stampa legata al settore e, di conseguenza, anche qualche venture capitalist. In questo modo i ragazzi Cileni che vorranno intraprendere un percorso simile al nostro saranno avvantaggiati trovando un ambiente favorevole che prima mancava.

Quello che lascia più sbigottiti è la mancanza di vincoli per i team “incubati”. Da cosa dipende?
Naturalmente bisogna precisare che questi investimenti ritorneranno, almeno in parte, nell’economia cilena visto che la maggior parte delle spese riguarda il vivere quotidiano e visto che se cercheremo personale per la nostra impresa (sviluppatori o impiegati) lo cercheremo qui, ma questo ha un ruolo marginale rispetto all’obiettivo principale. Lo scopo del programma è creare un’offerta appetibile per i migliori. Se avessero creato un programma pieno di vincoli o regole, le persone veramente brave avrebbero scelto un territorio più fertile per la nascita del proprio progetto. In pratica si sono posti sul mercato dei “cervelli”(fortemente presidiato da altre nazioni, come gli Stati Uniti o la Gran Bretagna) con un’offerta appetibile. Per dare un’idea la maggior parte degli incubatori americani offre tra i 20.000 o 25.000 dollari di investimento in cambio di una percentuale di partecipazione alla società tra il 5 e il 15%. Si coglie immediatamente il vantaggio dell’offerta cilena.

Quale è fino ad oggi la vostra esperienza e che tipo di raffronto potete fare con l’Italia?
Siamo qui con il team di “Challenge in” da quasi tre mesi e contiamo di restare almeno altri quattro. Dopodiché cercheremo di aprire l’azienda negli Stati Uniti oppure, se non ci riusciamo, qui in Cile. Rispetto all’Italia cambia l’ambiente. Non è una questione di soldi, che comunque sono importanti. Lavorare fianco a fianco con 110 team, e quindi due o trecento persone, che fanno quello che fai tu, ti permette uno scambio di idee ed un raffronto continuo con le tue potenzialità e la tua idea di business, che difficilmente potresti trovare altrove. Questo stimola un clima collaborativo in cui le persone sono proattive, aperte alla collaborazione e poco gelose delle loro conoscenze. Giusto per fare un esempio per aprire la nostra sede negli Stati Uniti, non avendo esperienza, abbiamo chiesto consiglio ad un altro team che lo ha già fatto e che si è dimostrato felicissimo di aiutarci, senza nulla in cambio se non la consapevolezza che aiutandosi a vicenda si crea un’esperienza migliore.

Quindi di tornare in Italia non se ne parla?
La nostra esperienza per quanto riguarda l’Italia non è negativa. È semplicemente neutra. La maggior parte delle startup che nascono in Italia si trovano completamente sole, con pochi punti di incontro e praticamente ignorate dalle istituzioni o dalle aziende già avviate. Oltretutto in un contesto in cui il giovane che deve “vendere” qualcosa non è preso sul serio, semplicemente perché è giovane, e in cui il fallimento viene considerato una colpa che bolla il soggetto, mentre invece l’errore è qualcosa da cui imparare, che porta esperienza, e che in altri parti del mondo viene esposto come una vanto, non come qualcosa di cui vergognarsi. Di conseguenza tutte queste cose messe assieme fanno sì che preferiamo stare qui dove ci sono più opportunità. Di tornare in Italia dove saremmo senz’altro più soli non se ne parla.
Qui non siamo ignorati dalle istituzioni, qui abbiamo le università che ci vengono a contattare per chiederci se facciamo qualcosa insieme, se andiamo a portare la nostra esperienza per incentivare i ragazzi ad intraprendere i loro progetti. Proprio qualche giorno fa, ad esempio, la facoltà di ingegneria ci ha chiamato per offrirci l’utilizzo gratuito di un ufficio presso la loro sede in cambio dello staging di alcuni studenti. Ci aiutano al fine di creare opportunità per i giovani, che altrimenti non ci sarebbero. In Italia riuscire a fare qualcosa con le università sarebbe stato molto, molto duro.

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