Corsivo

Incubo (ma solo) di qualche giorno di mezza estate

immagine passepartoutTempo fa avevo letto un libro nel quale il protagonista era in vacanza estiva in una terra lontana. Lì i giornali arrivavano sul posto con un giorno di ritardo, e la tesi dell’uomo era che fosse molto meglio così piuttosto che restare immerso nella realtà nazionale di tutti i giorni: qualsiasi cosa sarebbe successa l’unica possibilità era di poterla vivere (anche piacevolmente) impotenti a distanza, essendo impossibile incidere – in un modo o nell’altro – con il succedersi dei fatti, ormai superati.

Forte di questo e della lettura del tomo – che si era complessivamente rivelata convincente – mi è sempre capitato di vivere il periodo di ferie distante dalla penisola con un certo distacco da “lettore ritardato”, quasi compiacendomi del fatto di sentirmi lo spettatore di una commedia cartacea che era già andata oltre, e rispetto alla quale nulla potevo se non prenderne atto.

Quando però quest’anno, verso la prima metà d’agosto, ho letto comodamente sdraiato sotto un ombrellone in Grecia che nel giro di poche ore sarebbero scomparse un grappolo di nostre province sotto i 300mila abitanti e un nugolo di paesi sotto i 1500, che forse alcune regioni sarebbero rimaste senza più capoluoghi di provincia, e che questo sarebbe stato “solo l’inizio” di una serie di cambiamenti geopolitici nostrani epocali, ho cominciato a farmi prendere dall’ansia da non conoscenza e a presidiare il chioschetto ellenico dei giornali dalla mattina successiva, sul presto (e inutilmente, la stampa nostra in genere non arrivava prima dell’ora di pranzo): mi era tornata in un batter d’occhio la voglia di informazione in tempo reale e di protagonismo attivo nei cambiamenti del mio Paese!

Però, quasi immediatamente nei primi giorni a venire ho potuto prendere atto che sulle province da far evaporare erano in corso dibattiti sui distinguo da fare, e che se non raggiungevano i 300mila abitanti alcune potevano comunque salvarsi a patto che la loro estensione fosse di una determinata e ampia metratura: solo così, di quelle frettolosamente condannate, ne saltavano almeno un terzo. Subito a seguire è cambiata anche la regola sui comuni, che dovevano essere ancor più piccoli per vedersi abbattere la scure dell’accorpamento sul loro gonfalone, anche perché ce n’era qualcuno che aveva preannunciato guerra vera, non tollerando giammai di essere inglobato da quello vicino, neanche tanto sorprendentemente (è un vizio tutto italiota) da tempo immemore “storicamente” nemico. Sulle regioni improvvisamente indistinte e sprovincializzate ho fatto in tempo a leggere che nel disastro dell’impauperimento da istituzione qualcuno stava brigando per crearne un’altra: una sorta di fantastica fusione fra territori regionali diversi che avrebbe preso il nome di Molisannio, tanto – anche in questo caso storicamente, si affermava colonna su colonna – nell’immaginario della gente che la abiterà di fatto esiste già da sempre, anche se noi del circondario tutto non lo sapevamo. A questo punto, giuro, ho pensato che la nostra creatività non aveva limiti davvero.

Con l’andare dei pochi giorni di vacanza che via via mi restavano (fortunatamente pochi: vuoi metter mancare in presa diretta alla soppressione di Monza-Brianza appena poco tempo dopo essa creata? Un’occasione da non perdere!) ho cominciato a notare che il dibattito assumeva toni d’annacquamento generale ben visti e auspicati (mi è sembrato) da tutti, anche perché facendo un conto di tutte le istituzioni che dal decreto si salvavano (avevo dimenticato le Regioni a statuto speciale, che decidono loro, solo loro e nessun altro; quindi, da quelle parti: liberi tutti!) a occhio e croce mi pareva che alla fin fine sarebbe magari cambiato qualcosa, ma proprio qualcosina e basta.

È stato dunque con un autentico senso di soffocamento che ho intrapreso il viaggio di ritorno, anche perché i giorni di distacco dalle letture dei quotidiani in quel momento sarebbero stati due, e mi sarei ritrovato nell’attualità perdendo netto un doppio turno di lettura (cioè il quotidiano del giorno prima “mancato” in Grecia che sbarcato sulle nostre sponde non avrei potuto recuperare, e quello del viaggio ché arrivato in Italia non avrei potuto più recuperare arrivando il mattino successivo) con tutte le conseguenze di aggiustamento topografico che sicuramente sarebbero state fantasiosamente partorite nel frattempo.

Invece, sbarcato a Brindisi e dopo una rapida scorsa a più testate (anche di differente orientamento) ho potuto constatare che a tenere banco sulle prime pagine era molto di più il trasferimento di Eto’o dall’Inter ad una semisconosciuta squadra russa, che Salvatore Parolisi è da ritenere sicuramente l’assassino della moglie Melania anche se pare averlo organizzato benino (ma diciamocelo: il vero giallo dell’estate, tipo Cesaroni o Filo Della Torre, stavolta è mancato…), che la Grecia era in quei giorni sull’orlo del default giusto come lo è anche adesso (e quando ero sul posto non l’avrei mai detto né me n’ero accorto, e tantomeno mi sembrava se ne fossero accorti loro), e via di questo passo.

Un po’ smarrito ho cercato risposte negli sguardi autoctoni, senza naturalmente trovarne. La meraviglia vera, però, mi è arrivata come un duro e concreto ritorno alla realtà sulla strada che mi riportava a Roma: i cartelli indicavano in sequenza inizio e poi fine delle regioni Puglia-Basilicata-Campania, e del Molisannio nemmeno l’ombra! A questo punto ho capito, e sorriso. Sembrava mi fossi perso tutto, invece non mi sono perso niente. In verità, mi resta ancora adesso un po’ dell’ansia iniziale, ma per vincerla dovrei andare in vacanza, con il rischio di ricominciare daccapo. Quasi subito, però, mi son detto e convinto che non ne vale la pena. 

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