Intervista

Innovazione, sostenibilità, tecnologia. La rivoluzione sociale delle reti

E’ un po’ lunga, ve lo anticipiamo. Ma la chiacchierata via skype con David Lane - dello European centre for living technologies - è molto interessante perché affronta l’innovazione partendo dall’ideologia a cui è funzionale. La tesi di Lane e del suo gruppo di lavoro sul progetto INSITE descrive la nostra come una società organizzata attorno alla “creazione continua di nuovi artefatti che devono essere utilizzati da persone e organizzazioni, offrendo funzionalità nuove in risposta a bisogni nuovi”. Il risultato è un modello di innovazione non sostenibile. Come cambiarlo? La riposta è nell’innovazione sociale, ma il processo di cambiamento è articolato e lungo…e non può che “emergere” dalle reti di organizzazioni della società civile. Special guest di un futuro non troppo lontano, si spera, la pubblica amministrazione.

Chi parla?
Sono David Lane, professore di economia all’Università di Modena e Reggio Emilia, fellow allo European centre for living technologies a Venezia. Attualmente sto coordinando il progetto INSITE, che si propone di esplorare la relazione tra innovazione, sostenibilità e le ICT. La visione è costruire un “alleanza” fertile tra chi lavora sulla teoria e chi lavora sulla pratica per contribuire al progetto comune di mobilitare la società civile verso un futuro sostenibile.

Nell’approccio del suo gruppo di lavoro si parte con il definire la società in cui viviamo, società dell’innovazione. Cosa si intende?
E’ una domanda difficile, quando si usa una espressione singola per descrivere una società intera…ma ovviamente il termine che usiamo è solo una sintesi. Abbiamo iniziato il nostro lavoro di ricerca parlando di società di informazione come di un sistema complesso. Ma dalle nostre ricerche è  emerso che chiamare questa società “società dell’informazione” non la differenzia rispetto a tutte le altre, nonostante quantitativamente ci sia più informazione adesso di quello che era nel passato. Nella nostra opinione quello che è cambiato, parlo degli ultimi 50 anni e ancora di più degli ultimi 30, è il modo in cui i processi di innovazione sono organizzati. Il primo dato è che c’è una velocità micidiale negli attuali processi di innovazione, dove per innovazione intendiamo la creazione di nuovi artefatti e in particolare artefatti che hanno nuove funzionalità per le persone e per le organizzazioni che li usano. Attualmente l’innovazione è al centro del modo in cui ci raffiguriamo e descriviamo la nostra società. Il secondo dato è che la valenza che diamo oggi all’innovazione è assolutamente positiva, mentre non sempre è stato così. La società dell' innovazione descrive dunque una società che è organizzata attorno a questa creazione continua di nuovi artefatti che devono essere utilizzati da persone e organizzazioni, offrendo funzionalità  nuove in risposta a bisogni nuovi.

Ma di che tipo di innovazione parliamo?
L’innovazione al centro della nostra società è sorretta da una ideologia precisa che è la stessa che sorregge l’intero discorso economico – politico. Il discorso politico attuale è centrato sull’idea di crescita e lavoro e la crescita, in generale (anche se sta iniziando a cambiare) è misurata rispetto al PIL a cui si chiede di crescere ogni anno con una certa velocità. In questa visione l’innovazione è a servizio della crescita, essendo riconosciuta come il motore dell’economia. Per innovazione, come dicevo, intendiamo nuovi tipi di artefatti, ovvero le cose che produciamo, in quanto esseri umani e in quanto organizzazioni. Per come sono organizzati oggi i processi di innovazione, la cosa interessante è che sempre più questi nuovi artefatti vengono usati per funzionalità nuove, che non esistevano prima. Per fare un esempio basti pensare a Facebook e alla funzionalità a cui risponde: rendere la propria identità disponibile a persone dappertutto nel mondo. Questa nuova funzionalità, se guardiamo alla diffusione di FB, ha avuto una valutazione sociale molto positiva e le è stato riconosciuto un valore sul mercato. Un artefatto in grado di soddisfare questo è un esempio di quello che consideriamo una "grande innovazione". Una innovazione di questo tipo,  capace di sviluppare nuove funzionalità che hanno a che fare con l’identità di persone e organizzazioni e di  ottenere un giudizio positivo sul mercato, è ritenuta in grado di far crescere l’economia e il lavoro. Specifico che per artefatti intendiamo anche servizi (artefatti di prestazione) e nuovi concetti (artefatti di informazione).

Quale è il ruolo del settore pubblico in questa società dell’innovazione?
Abbiamo creato, non intenzionalmente, una società che è organizzata attorno a questa produzione di nuovi tipi di artefatti e abbiamo la necessità costante di trovare usi, funzionalità, bisogni che ci permettano di creare sempre di più. La funzione dello Stato, in quanto settore pubblico, diventa garantire le condizioni affinché il settore privato sia in grado di mettere sul mercato questi nuovi artefatti. Perché è evidente che, alla fine, il valore di innovazione in questa società è definito dalla sua capacità di esser accettata dal mercato. L’idea di valore significa “avere successo nel mercato” e dunque questa è l’innovazione che ha valore, questa è l’innovazione che la politica sostiene.

Però il suo gruppo di lavoro mette in discussione la sostenibilità di una società basata su questo tipo di innovazione. Perché?
Coma dicevo, attualmente esiste una sorta di ideologia che sorregge e “accoglie” questo tipo di innovazione in maniera quasi acritica. Invece, nella nostra visione, dobbiamo considerare un altro aspetto, che è legato alle conseguenze sociali e anche ambientali di quelle che possiamo chiamare cascate di innovazione. Questo è un concetto che nella discussione pubblica non si sente molto ma è importantissimo, perché è legato a molti dei problemi che ci troviamo ad affrontare, non da ultimo la crisi finanziaria che ci ha travolto. La crisi finanziaria, infatti, non è altro che il risultato di una valanga di innovazione nel settore finanziario, a partire da nuovi artefatti finanziari, dai derivati in poi ed è, dunque, un effetto diretto del modo in cui organizziamo i processi di innovazione in questa società.

Come si può rendere la società dell’innovazione sostenibile?
Premesso che tutti processi di cambiamento sono pieni di sorprese, di quella che chiamo incertezza ontologica, la nostra idea è questa. Abbiamo una società basata su una organizzazione che sostiene un modo particolare di innovare così come abbiamo una ideologia molto, molto diffusa che è dietro quasi tutti i discorsi pubblici su “quello che possiamo fare”. L’ideologia che sostiene l’attuale modo di innovare e i processi di innovazione è assolutamente pervasiva e dunque rappresenta un forte limite per la possibilità di pensare nuove soluzioni. Quindi cosa possiamo fare? Con il mio gruppo di lavoro stiamo guardando altrove. Non possiamo guardare al mercato che è il centro dell'attuale modo di organizzare i processi di innovazione. Dunque non si tratta tanto di chiedere una soluzione al mercato quanto di trovare una soluzione che possa essere imposta sul mercato, che cambi il modo in cui il mercato funziona. Neanche, secondo me, possiamo guardare direttamene allo Stato, ai governi e alla amministrazioni ai vari livelli, anche se a un certo punto dovranno essere coinvolti. Questo perché, se siamo nel giusto quando affermiamo che il discorso politico è dentro questa ideologia di innovazione, è molto difficile che il cambiamento fondamentale venga, allo stato attuale delle cose, da lì. La nostra idea è che possiamo guardare a quella che chiamiamo società civile che deve essere mobilizzata per provare a istituire cambiamenti nel modo di organizzare i processi di innovazione, per guidarli in una direzione che sia nell’interesse della società civile. Questo è lo scopo di un movimento in crescita che è chiamato di innovazione sociale.

Cosa intendete per innovazione sociale?
Nella nostra interpretazione il movimento di innovazione sociale riguarda i tentativi di organizzare processi di innovazione guidati da valori sociali, in cui si considerino le trasformazioni sociali che sono conseguenze dei processi di innovazione lanciati, attraverso monitoraggio costante, adattamenti e sforzi continui. Innovazione sociale, per noi, significa innanzitutto una modalità di azione che interessa gruppi diversi - nell’amministrazione pubblica, nelle organizzazioni della società civile, nel mondo profit - che vogliono attivare innovazione, cioè creare  nuovi artefatti, compresa l’idea di servizi (artefatti di prestazione) e nuovi concetti (artefatti di informazione), che possono andare sul mercato, ma che sono scelti e guidati con attenzione agli effetti positivi rispetto al valore sociale. In secondo luogo, innovazione sociale significa creare nuovi pattern di interazione tra agenti, persone e organizzazioni, e artefatti, quindi nuovi modi di fare cose che producono valori sociali positivi.

Come identifichiamo un valore sociale positivo?
Questa è una domanda fondamentale. In passato lo Stato, con risultati a volte disastrosi, ha tentato di definire attraverso il processo politico un insieme di valori sociali. Dobbiamo cambiare paradigma, riconoscendo che ci sono gruppi e organizzazioni diverse, non coerenti tra loro, dentro la società civile, che è lo spazio sociale dove si creano discorsi attorno a questi valori. Il concetto scientifico che usiamo è  quello di valori distribuiti in sostituzione di valori gerarchici e coerenti. Quello che deve esserci è un processo, per cui c’è un discorso aperto in cui può esserci un dibattito sui valori sociali a cui si accompagna la possibilità di agire per realizzare progetti concreti basati su quelli che un gruppo o una organizzazione particolare ritiene valori sociali positivi. All’interno di un discorso aperto di questo tipo, nello spazio della società civile, si attiva il processo di engagement, attraverso cui si può vedere quale valore è in grado di crescere e quale no. Quindi quello che va attivato è un processo “discorsivo” su questi valori e sui progetti che sono attivati rispetto a questi valori. Parte del processo è il monitoraggio continuo da parte delle organizzazioni della società civile che sono in grado di vedere gli effetti dei progetti di innovazione messi in campo, compresi gli artefatti che vanno sul mercato, per individuare le cascate di innovazione collegate. Il punto centrale nel processo di creazione di valori sociali positivi, dunque, è nella mobilitazione della società civile che, a sua volta, richiede una nuova organizzazione sociale e un nuovo modo di utilizzare le ICT.

Elementi centrali nel processo di creazione di valore sociale, dunque, sono il monitoraggio e il reclutamento. Ci sono degli attori nella società più adatti di altri a lavorare su questo?
In questo senso sono centrali quelle organizzazioni che chiamiamo reti di organizzazioni della società civile. Sono queste, infatti, che per lo più fanno il lavoro di comunicazione e diffusione delle informazioni. Tutte le organizzazioni della società civile, infatti, hanno un raggio di azione locale, non necessariamente in senso geografico, ma rispetto alla zona di agenti – artefatti su cui operano. Ad esempio, alcuni pensano ai problemi dell’ambiente, altri ai problemi dell’ageing, altri all’emarginazione sociale. Lasciati a se stessi non vedono che hanno interessi in comune in termini di valore sociale:  questa è una cosa che può emergere solo attraverso discorsi strutturati a cui prendono parte e questi discorsi sono proprio ciò su cui lavorano queste reti di organizzazioni. L’obiettivo è facilitare le organizzazioni nel capire se e quali valori hanno in comune, anche se inizialmente non sono in grado di vederli. Queste organizzazioni di reti non sono “contenitori” passivi, ma facilitano lo scambio e il confronto di pratiche e sono al tempo stesso i soggetti in grado di formulare i valori condivisi per strutturare il tipo di discorso di cui parliamo. In un ambiente di lavoro di questo tipo possono emergere nuovi valori condivisi, non nel senso che ci possiamo aspettare un unico valore sociale ma nel senso che possono emergere intersecazioni, relazioni, sovrapposizioni. Queste reti di organizzazioni hanno anche una importante funzione di pressing sulle istituzioni a più alto livello. Basti pensare all’attività del Network Euclid che è stato di forte spinta all’adozione del programma Social Innovation Europe da parte della Comissione europea. Quindi attraverso la creazione di discorsi sui valori sociali, il monitoraggio e il reclutamento le reti di organizzazioni stanno facendo un grande lavoro per cambiare una ideologia. Ma questo richiede tempo perché bisogna costruire altri concetti.

Come si collega il discorso sui valori sociali ai progetti di innovazione sociale?
Quello di cui sto parlando è un processo in cui c’è un legame forte tra questi discorsi sui valori e i progetti concreti fatti da queste organizzazioni della società civile, qui e là, rispetto a questo valore o a quell’altro. L’accento forte è sulla modalità di lavoro in rete, in rapporto di comunicazione costante per capire quale è il tipo di trasformazione che si può realizzare.

In questo quadro, è possibile immaginare un ruolo di coordinatore e/o facilitatore per la pubblica amministrazione?
Può essere, ma non subito perché deve cambiare il modo in cui la stessa amministrazione percepisce gli scopi della politica pubblica. Secondo me in questo momento, almeno al livello più alto di policymaking, queste idee che ho chiamato l’ideologia della società dell’innovazione sono abbastanza egemoni...e sono proprio quelle che devono cambiare. Questo non vuol dire che non si potrà avere un cambio radicale di paradigma. In passato è già successo, basti pensare al cambiamento nel paradigma dell’azione pubblica all’inizio del processo di industrializzazione in Europa, con la nascita dello stato sociale. Quello è stato un cambiamento nell’ideologia, lo Stato ha fatto suo un nuovo ruolo: quello di intermediario nella lotta delle classi per proteggere i più deboli, istituendo reti di sicurezza e rendendo di fatto possibile la continuazione dello sviluppo capitalistico. Per assistere a qualcosa di simile, adesso, deve esserci questo tipo di cambiamento totale nell’interpretare il ruolo della pubblica amministrazione... e nell’attuale discorso politico non sento voci in grado di proporre una nuova visione di cosa può fare lo Stato e l’amministrazione ai vari livelli per coordinare il tipo di processo che ho descritto. Io credo che dobbiamo avere una dimostrazione di cosa può succedere che deve emergere dalla società civile e da questo lo Stato, mi riferisco a tutti i livelli di governance, può trarre una nuova idea di quale è il suo ruolo, di cosa significa coordinare questo tipo di processo distribuito, con valori plurali e progetti che devono essere modificati in continuazione e che continuamente possono essere migliorati a partire da altre esperienze, su territori diversi. La politica ora è una cosa top-down, è una cosa grande, una cosa coerente in cui si può dire che “questisaranno i risultati, questi sono i valori secondo cui possiamo giudicare quello che è successo".  La PA può avere un ruolo fondamentale, ma il momento non è maturo.

Che ruolo ha l’ICT in questo modello di reti di reti?
Deve avere un ruolo fondamentale, ma dobbiamo cambiare il modo in cui interpretiamo cosa è tecnologia. Parliamo di tecnologia come di un insieme di strumenti o concetti, metodi, mezzi per attuare  trasformazioni nel mondo fisico, ma tendiamo a mantenere l’idea per cui la tecnologia è una cosa estranea, non ha una parte “umana" o "sociale”. Dobbiamo pensare molto più ai modi in cui la tecnologia è usata, in cui interagisce con esseri umani e organizzazioni di esseri umani e questo è fondamentale, perché solo così può avere un ruolo fondamentale nel processo di cambiamento di cui stiamo parlando. E’ evidente che una organizzazione di reti non può funzionare senza mezzi di comunicazione e senza mezzi che le permettano anche di processare informazioni molto avanzate e sempre nuove. Quello di cui stiamo provando a convincere i finanziatori delle nuove tecnologie a livello europeo è la necessità di pensare di più ai processi di trasformazione sociale di cui le nuove tecniche di informazione e comunicazione fanno parte, progettando processi di interazione sociale non solo tra quelli che possiamo chiamare agenti (cioè persone e organizzazioni) ma includendo in fase di progettazione anche gli artefatti. Questi processi rappresentano quello che chiamiamo generalised ICT  (“tecnologie generalizzate”). Dunque sulle ICT bisogna acquisire nuova consapevolezza, pensando non solo al modo in cui permettono di mettere in comunicazione persona – persona o gruppo – gruppo, ma al modo in cui sono usate in processi di realizzazione di valore sociale attraverso la trasformazione dell’intera organizzazione sociale. Solo in questo modo possiamo pensare di creare l'integrazione tra i processi di innovazione tecnologica e trasformazione sociale, che può produrre una società sostenibile.

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