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L’immigrazione, una “ricchezza” varia e per molti versi sconosciuta

Partecipazione e grande attenzione ai lavori del convegno “Identità e incontro: le politiche pubbliche per l’integrazione” a FORUM PA 2011. Ad un anno dall’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri del Piano per l’Integrazione nella Sicurezza l’impegno - che deve essere condiviso e sempre più diffuso – è anzitutto istituzionale ma anche culturale e sociale. La presenza degli immigrati nel nostro Paese, i posti di lavoro che vanno ad occupare, la crisi che per loro è meno sentita: sono tante le ragioni che ci dovrebbero spingere a conoscere meglio i “nuovi italiani”.

Si è registrato il tutto esaurito - in termini di posti, sia a sedere che in piedi - al convegno “Identità e incontro: le politiche pubbliche per l’innovazione” per quello che è definito (come specificato nel sottotitolo) “Un esempio di multilevel governance per una politica complessa” in calendario oggi a FORUM PA. L’evento, organizzato grazie alla collaborazione con la Direzione Generale Immigrazione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, ha visto la partecipazione - oltre a quella di alcuni testimonial eccellenti di enti locali, organizzazioni sociali e di categoria a seguire - del direttore generale del Ministero in questione Natale Forlani, del docente di scienze politiche in Metodologia della Ricerca dell’Università di Trieste Paolo Feltrin e del segretario generale della Fondazione Ismu (Iniziative e Studi sulla Multietnicità) Vincenzo Cesareo.

Come ha voluto sottolineare nella sua introduzione Forlani, ad un anno circa dall’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri del Piano per l’integrazione nella sicurezza e dedicato alle politiche dell’immigrazione - in maniera appropriata denominato “Identità e Incontro” - il lavoro rispetto al quale si è incentrata l’attuale azione di sensibilizzazione e diffusione delle attività ad esso connesse è quello di valorizzare in tutti i suoi aspetti la crescita del fenomeno immigrazione, puntando decisamente sull’integrazione. E’ evidente, ha aggiunto il direttore generale, che “vista la complessità delle problematiche che ne derivano si tratta di un impegno culturale, istituzionale e sociale di grande importanza, ed è proprio in queste direzioni stiamo concentrando i nostri sforzi”.

Fenomeno, quello dell’immigrazione, sciorinato attraverso i numeri - raccolti provincia per provincia - e le considerazioni espresse da Paolo Feltrin, che ha innanzitutto voluto mettere in luce come questo riguardi essenzialmente cinque Paesi del nostro continente - Germania, Spagna, Francia, Gran Bretagna e Italia - da soli capaci, fin dall’inizio sensibile dell’ondata migratoria - circa 30 anni fa - di concentrare l’80% totale del flusso europeo in entrata. Anche se non è detto che il trend continui o possa invece mutare nei prossimi anni (soprattutto in relazione ai possibili cambiamenti politici nei Paesi d’origine, rispetto ai quali le previsioni non sono chiaramente ipotizzabili) è opportuno chiarire come la percentuale di “accoglienza” straniera si è ormai da tempo stabilizzata in ciascuno dei Paesi in questione, mantenendosi tale e non crescendo quasi, in una sorta di autocontrollo automatico (per ragioni non esattamente definibili) nonostante il passare degli anni. Anzi, almeno in due delle cinque nazioni maggiormente “accoglienti”– Francia e Inghilterra – si registra ultimamente una contrazione degli arrivi, anche se lieve.

Risulta di notevole importanza il fatto che in Italia l’aumento della popolazione nel periodo compreso fra l’inizio del nuovo millennio e il 2010 - quando in maniera generalizzata e diffusa l’ondata migratoria in Europa ha assunto dimensioni notevoli - sia da mettere in relazione unicamente alla presenza stabile di immigrati, potendo contare al nostro interno su un tasso di natalità molto bassa. In pratica, visto che la popolazione italiana nei trent’anni precedenti non subiva cambiamenti numerici apprezzabili, se abbiamo infranto la soglia dei 60 milioni di abitanti lo dobbiamo agli stranieri venuti a lavorare in pianta stabile da noi, e – di conseguenza – anche ai nuovi nati collegati alla loro stanzialità.

Naturalmente, spiega Feltrin snocciolando dati inoppugnabili, la ragione degli arrivi all’interno dei nostri confini è quella del “bisogno” di occupazione, soprattutto nei servizi e in categorie ben specifiche: industria, costruzioni, imprese e in quella che viene definita “alla persona”: le badanti soprattutto, quasi una nuova professionalità (in pochi rivelatasi assolutamente indispensabile) che è nata e si è sviluppata con le migrazioni femminili in arrivo essenzialmente dall’est europeo. A queste, in alcune aree specifiche e per periodi stagionali bisogna aggiungere l’apporto di manodopera straniera nel comparto agricolo.

L’avvento della crisi, collocabile temporalmente a partire dal terzo trimestre del 2008, non risulta aver minimamente intaccato la manodopera giunta dall’esterno dei nostri confini presente nel nostro Paese, anzi: a fronte di un totale di quasi 900mila posti di lavoro persi dai lavoratori italiani da allora, l’occupazione straniera risulta invece essere cresciuta di ben 380mila unità. Ciò è avvenuto per una ragione tanto risaputa, evidente e – ci si dovrebbe augurare – che dovrebbe essere foriera di riflessioni e augurabili approfondimenti: i posti occupati dagli immigrati che si mostrano disponibili a farlo sono semplicemente quelli in precedenza rifiutati dai nostri connazionali. Secondo quanto evidenziato e illustrato da Feltrin, questi soggetti professionali – ad esempio - si mostrano disposti ad affrontare problematiche che appaiono per molti nostri connazionali invece insormontabili, come quella della mobilità: è evidente come chi abbia deciso di abbandonare la terra d’origine magari percorrendo migliaia di chilometri possa accettare spostamenti nell’ordine di qualche centinaia in cambio di un lavoro ritenuto dignitoso e “pagante” in termini economici.Quindi, disponibilità a muoversi, ma anche (in tanti altri casi) a “sporcarsi le mani” al posto di chi, italiano, non ha intenzione di farlo pur se messo davanti allo spettro della disoccupazione. In fondo, bastano poche cifre chiare e altrettante considerazioni mirate per dimostrare come non si possa fare a meno di questi “nuovi italiani”, della “ricchezza” (economica, ma anche culturale e umana) che ne può derivare, e come la politica di integrazione debba marciare in maniera sempre più spedita. Per il loro vivere meglio, ma indubbiamente anche per il nostro.

 

 

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