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Il "nuovo" glifo: nostalgia del passato?

L’ingresso dell’informatica nelle pubbliche amministrazioni ha comportato un’inevitabile trasformazione delle procedure amministrative che, da meccanizzate o manuali, si sono necessariamente evolute in elettroniche. A questo passaggio è corrisposta la transizione dall’atto amministrativo cartaceo a quello informatico, con tutto ciò che ne consegue in termini di adattamento dei requisiti di validità dello stesso ai nuovi strumenti in mano ormai degli operatori delle PPAA e in termini di nuova disciplina della procedura di certificazione della conformità delle copie di atti agli originali. O, almeno, questo sarebbe dovuto accadere… Pubblichiamo il contributo di Francesca Giannuzzi e Luigi Foglia - Digital & Law Department dello Studio legale Lisi che sollevano alcune perplessità sul Glifo il contrassegno elettronico introdotto dalle recenti modifiche al Codice dell Pa digitale.

L’Atto amministrativo prima del D. Lgs. 39/93

Autorevole ed unanime dottrina (GIANNINI) parte dal principio generale di libertà di forma degli atti amministrativi sino ad arrivare ad ammettere, a titolo di eccezione alla citata regola generale, la necessità della forma scritta per la maggior parte delle tipologie di provvedimenti da porre in essere da parte della PA (ovvero per quegli atti in cui la forma scritta è prevista dalla legge o è richiesta dalla natura stessa dell’atto).
La giurisprudenza amministrativa, poi, si è pronunciata nel tempo nel senso di richiedere la forma scritta ad substantiam anche nel silenzio della legge, in quanto necessaria per garantire la certezza dei rapporti e rendere possibile il successivo controllo, non solo giurisdizionale, sull’operato delle pubbliche amministrazioni, il tutto in funzione della realizzazione del principio costituzionale del buon andamento (art. 97 Cost.). Corollario della necessaria esternazione in forma scritta dell’atto è la sua sicura riferibilità all’autorità emanante, in modo da poter risalire facilmente al suo autore e consentire la definizione delle relative responsabilità (Orofino A. G., Forme elettroniche e procedimenti amministrativi).

Inizialmente, pertanto, la sottoscrizione del provvedimento amministrativo costituisce requisito della sua validità, sottoscrizione che deve necessariamente provenire dalla persona fisica titolare dell’organo competente ad emanarlo. Nel caso di mancanza della sottoscrizione, l’atto è nullo proprio per l’impossibilità di riferire tale atto a un determinato soggetto/organo.
In verità, la sottoscrizione quale requisito di validità viene man mano, per così dire, “sgretolata” da una serie di pronunce giurisprudenziali che circoscrivono sempre di più la necessità della firma autografa, ammettendo la valida esistenza di provvedimenti anche quando la firma manchi:

  • nel caso si tratti di atti privi di rilevanza esterna (cd. “atti endoprocedimentali”);
  • o quando la provenienza dell’atto è ricavabile aliunde, ovvero da altri elementi diversi dalla firma, purché l’attività amministrativa posta in essere consista sostanzialmente in certificazioni o accertamenti di fatto, o nella riproduzione del contenuto di altri atti.

Invero, tale principio era contenuto già nell’art. 15-quinquies del D.L. 28.12.1989 n. 415 applicabile agli atti anagrafici e di stato civile, che prevede che tali tipologie di certificazioni in cui la sottoscrizione dell’ufficiale d’anagrafe o di stato civile sia stata sostituita da quella in formato grafico del sindaco o dell’assessore delegato, sono validi a tutti gli effetti di legge qualora la loro originalità sia, però, garantita “da accorgimenti che non ne consentano la riproduzione per copie, come l’utilizzo di fogli filogranati o timbri a secco”.

Sembra quasi che il legislatore e la giurisprudenza siano “dilaniati” tra l’esigenza di semplificare la “produzione” di atti amministrativi e quella di garantire comunque la loro sicura riconducibilità all’autore degli stessi, sia per permettere il controllo sul provvedimento e, dunque, la determinazione delle relative responsabilità, sia per scongiurare il più possibile il rischio di future riproduzioni. 

L’atto amministrativo dopo il D. Lgs. 39/1993: l’atto amministrativo informatico

Il comma 1 dell’art. 3 del D. Lgs. 39/93 universalizza l’obbligo per tutte le pubbliche amministrazioni di predisporre gli atti amministrativi tramite i sistemi informativi automatizzati. Ma ciò che qui più interessa è il comma successivo e la reale portata che lo stesso ha avuto nel mondo del diritto.
Tale secondo comma, infatti, oltre a conferire valore normativo all’esigenza di conoscere la provenienza e il responsabile degli atti amministrativi emanati attraverso i sistemi informatici o telematici, prevede espressamente che “se per la validità di tali operazioni e degli atti emessi sia prevista l'apposizione di firma autografa, la stessa è sostituita dall'indicazione a stampa, sul documento prodotto dal sistema automatizzato, del nominativo del soggetto responsabile”.
Con tale articolo sembrava si fosse “sorpassata” la necessità della sottoscrizione autografa del soggetto titolare dell’organo deputato a emanare l’atto amministrativo, in quanto si conferiva legislativamente una generale validità a tutti i provvedimenti amministrativi che, seppur mancanti della firma, contenevano l’indicazione a stampa del soggetto che lo aveva posto in essere. In tal modo, infatti, apparivano soddisfatte le esigenze che poi sono alla base della sottoscrizione stessa, ovvero:

  • la riferibilità dell’atto a un soggetto individuato come appartenente a una determinata PA;
  • conseguentemente, la maggior garanzia in mano ai cittadini in termini di controllo dell’operato della PA.

In realtà, la reale portata applicativa dell’art. 3 comma 2 del D. Lgs. 39/93 è stata via via ridimensionata dalle successive pronunce giurisprudenziali, ma soprattutto dal Codice dell’Amministrazione Digitale, anche alla luce della sua recente novella ad opera del D. Lgs. 235/2010.

Da un lato, infatti, la giurisprudenza ha limitato l’ambito di applicazione della suddetta norma agli atti certificativi e ai c.d. “atti amministrativi in senso stretto”, ovvero a quegli atti provenienti dalla PA la cui emanazione non richiede una valutazione discrezionale, né una motivazione calibrata al caso concreto. In altre parole, l’intento semplificatorio della citata legge veniva circoscritto a quegli atti amministrativi seriali che, appunto perché non necessitano di una ponderazione degli interessi coinvolti, vengono elaborati direttamente ed automaticamente dal sistema informatico della PA procedente. Al contrario, quando dall’atto amministrativo possono scaturire effetti gravemente lesivi nella sfera giuridica del destinatario, l’indicazione a stampa del nominativo del responsabile non sarà più sufficiente, e sarà necessaria la firma autografa o, quantomeno, un sicuro metodo che garantisca la certa attribuzione di paternità del documento e, dunque, l’individuazione dei soggetti ai quali imputare la volontà esternata[1].
Dall’altro, poi, anche la normativa succedutasi non solo ha stravolto la portata dell’art. 3 comma 2 del D. Lgs. 39/93, ma altresì l’ha resa assolutamente anacronistica ed inapplicabile. L’art. 24 comma 2 del CAD, infatti, prevede che “l'apposizione di firma digitale integra e sostituisce l'apposizione di sigilli, punzoni, timbri, contrassegni e marchi di qualsiasi genere ad ogni fine previsto dalla normativa vigente”. La firma digitale, dunque, essendo equiparata a tutti gli effetti alla sottoscrizione autografa, è un mezzo alternativo a quest’ultima per l’attribuzione della paternità del documento. Tale affermazione:

  • è una conferma del fatto che il segno grafico della sottoscrizione autografa non è l’unico mezzo per identificare il soggetto che pone in essere l’atto amministrativo;
  • comporta che l’apposizione della firma digitale sul documento amministrativo sostituisce e rende inutili ogni tipo di riferimento (quali la carta filogranata, l’esistenza di un timbro a secco etc. correlati comunque al documento amministrativo cartaceo) e diverso dalla sottoscrizione, che fino a poco tempo fa era considerato uno strumento per ricondurre un determinato provvedimento al suo autore.

Se le amministrazioni devono utilizzare gli strumenti informatici per esternare la propria attività e, dunque, creare atti amministrativi, tutte queste “indagini sul cartaceo” alla scoperta di segni identificativi della provenienza dell’atto non hanno ragion d’essere: ecco che appare assolutamente contraddittoria l’esigenza di analizzare il cartaceo, quando l’atto amministrativo dovrebbero nascere come documento informatico sigillato solo dalla firma digitale. 

Un ritorno al passato: il Glifo

Su Saperi PA trovate il testo del CAD già coordinato con le modifiche pubblicate nel decreto legislativo n. 235/2010

Eppure neanche il CAD, soprattutto a seguito della recente modifica operata con il D. Lgs. 235/2010, risulta indifferente a questo passaggio irrinunciabile al cartaceo, il cui senso sfugge a chi scrive: prova ne è l’art. 23-ter che, al comma 5, introduce il “Glifo”, ovvero “un contrassegno generato elettronicamente, formato nel rispetto delle regole tecniche stabilite ai sensi dell'articolo 71 e tale da consentire la verifica automatica della conformità del documento analogico a quello informatico”. Tale contrassegno costituirebbe una specie di sigillo che deve essere apposto a stampa e che ha la funzione di “assicurare la provenienza e la conformità all'originale, sulle copie analogiche di documenti informatici”.
La stampa dei documenti amministrativi informatici, dunque, appare di nuovo un bisogno irrinunciabile che il legislatore non manca di disciplinare, seppur con intenti di semplificazione…
In sostanza, i documenti che il cittadino acquisisce per via informatica e stampa dal suo computer personale avranno la stessa validità dei documenti originariamente prodotti dalla Pubblica Amministrazione proprio “grazie” a questo contrassegno creato elettronicamente, che garantirebbe la conformità di quella stampa all’originale in possesso della PA. Quali siano le modalità con cui sarà realizzata questa operazione non possiamo ancora saperlo in quanto non è stato ancora emanato il già annunciato decreto ministeriale contenente le regole tecniche per l’effettiva introduzione ed utilizzo del Glifo; probabilmente esso consisterà in un’immagine bidimensionale in cui viene contenuta l’immagine del documento originale creato e detenuto dalla PA.

Stando a quanto previsto dal comma 3 dell'art 23-ter del CAD viene conferito al Glifo un potere di assicurare la conformità all'originale molto simile al potere di autentica che è sempre stato ed è ancora (vedasi lo stesso CAD, che, all’art. 25, presuppone comunque l’opera del pubblico ufficiale per l’autentica della firma elettronica, sia essa avanzata o no) nelle mani di un pubblico ufficiale. Ci si chiede come possa un software sostituirsi alla persona fisica a cui la legge stessa conferisce tale potere certificativo: per quanto funzionale ed affidabile possa essere, il programma che genera il Glifo non può fare le veci di un pubblico ufficiale! Né può sottacersi che tale timbro sul documento stampato dal cittadino possa essere facilmente contraffatto, con tutto ciò che ne deriva in termini di assoluta mancanza di certezza nei rapporti giuridici con la PA emanante. Da ciò l’impossibilità, per il Glifo, di offrire quelle garanzie di provenienza dell’atto che fino a poco tempo fa erano soddisfatte, ad esempio, dalla stampa del provvedimento su un particolare tipo di carta filogranata utilizzata solitamente da quella PA emanante. Solo alla firma digitale è riconosciuta la possibilità di sostituire, ai fini della validità dell'atto stesso, elementi quali timbri punzoni o carta filigranata richiesti dalla legge. 

Se non può avere questa funzione certificativa, allora qual è la “vocazione” del Glifo? Sicuramente il Glifo non è requisito di validità dell’atto amministrativo, in quanto, come si è detto, questa può essere garantita solo dalla firma digitale.
Sarebbe più corretto ammettere una funzione di assicurazione del Glifo, limitatamente alle certificazioni da rilasciarsi ai cittadini in carta semplice, prevedendo sempre la presenza del Pubblico Ufficiale nel caso in cui sia necessaria l’autentica.
Il Glifo sarebbe, quindi, deputato a offrire una certa garanzia di certezza per la circolazione del documento, solo quando si tratti di certificazioni in carta semplice che il cittadino può liberamente stampare da casa propria. Non sembra, dunque, potersi realizzare, in concreto, quello che era inizialmente l’intento del legislatore, ovvero di offrire ai cittadini la possibilità di procurarsi direttamente copie analogiche degli atti amministrativi informatici originali detenuti dalla PA procedente, aventi lo stesso valore giuridico di questi ultimi. L’introduzione del Glifo, anzi, appare un passo indietro rispetto ai traguardi raggiunti con l’emanazione del D. Lgs. 82/2005, in quanto si sostanzia in una specie di “riedizione” dell’art. 3 comma 2 del D. Lgs. 39/93, che ha già conosciuto un ridimensionamento prima e un superamento poi non solo ad opera della giurisprudenza, ma anche dallo stesso CAD, con l’introduzione della firma digitale. 

Sarà molto probabile, dunque, che quanto è accaduto per il citato art. 3 comma 2 del D. Lgs. 39/93 avvenga presto anche per il Glifo, il quale, una volta introdotto e regolato compiutamente, vedrà la sua concreta attuazione necessariamente limitata progressivamente agli atti certificativi, o, comunque seriali, rilasciati al cittadino in copia semplice.

*Avv.ti Francesca Giannuzzi e Luigi Foglia – Digital & Law Department – Studio legale lisi www.studiolegalelisi.it

A FORUM PA 2011 sarà dato ampio spazio al Nuovo CAD con tre appuntamenti dedicati.
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[1]              Cfr. Consiglio di Stato, sez. II 24.10.2007 n. 1679/07

 

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Contenuti del Dossier

Commenti

ulteriori considerazioni

Anch'io appoggio pienamente le tesi sostenute nell'articolo. Approfittando delle ferie pasquali ho steso delle considerazioni sul tema, anche con il supporto di qualche minisperimentazione casalinga, troppo estese però da postare qui (hanc marginis exiguitas non caperet...): gli interessati potranno scaricare l'articolo dal link: http://ig.unipv.it/timbrodigitale.pdf .
romano oneda

Il glifo sembra avere qualche problema

Concordo anch'io pienamente con l'intervento di Foglia e Giannuzzi, aggiungendo semmai un'ulteriore criticità al sistema. Il glifo, così come è concepito è l’ennesimo esempio di promiscuità dell’amministrazione digitale del nostro Paese. Confidiamo in una chiarezza migliore nelle linee guida (pur essendo di per sé, come ha scritto l’avv. Lisi, INESISTENTI nel nostro ordinamento),
Ritenere però che la conformità di un documento informatico possa essere garantita da una stampa di un "qualsiasi" oggetto su carta è contrario allo stesso spirito del digitale.
Sarà opportuno, quindi, puntare su sistemi ibridi, ma mai promiscui, ragion per cui la scelta dovrà necessariamente cadere o sulla carta o sul digitale. Pare anche che non siamo di fronte a una delle nuove quattro tipologie di “copia” introdotte dal D.Lgs. 235/2000, perché ancora una volta c’è molta confusione tra contenuto e contenitore. Né, d'altra parte, non v'è dubbio che quel pezzo di carta glifato non corrisponda all’originario documento informatico. Né sappiamo a quale fine sia destinata la firma digitale "stampata", né il suo certificato. E qui mi fermo solo per dire: quando cominceremo a tagliare il cordone ombelicale che lega il digitale asl cartaceo in modo così scoordinato che nessuno dei due sia garante dell'altro?
In ogni caso, il glifo non è in grado di assicurare alcunché, soprattutto con riferimento all'art. 23, comma 1, del CAD che correttamente lascia l'attestazione di conformità a un pubblico ufficiale, pur con la scappatoia dell'eventuale disconoscimento dell'art. 23, comma 2. Oppure c'è qualcuno che sostiene che efficacia probatoria e conformità sono due aspetti completamente disgiunti del problema? E se poi fosse possibile tagliare e riattaccare il glifo su qualsiasi altro documento cartaceo che fine fanno le attestazioni, pur in presenza della verifica del contenuto?
Avremo modo di tornare su quest’argomento quando potremo leggere le regole tecniche, o dirsivoglia, linee guida.
Gianni Penzo Doria (Vice presidente ANORC) - vice-presidenza@anorc.it

Glifo o Timbro digitale: conformità certa

In maniera estremamente sintetica:

La firma digitale non certifica il contenuto del documento elettronico, pertanto il documento elaborato e firmato digitalmente, una volta stampato è come un qualsiasi altro documento elaborato elettronicamente. Da qui la giusta osservazione del potere di autentica del pubblico ufficiale. Ma un pubblico ufficiale che elementi ha per dire se un documento elaborato elettronicamente è conforme all'originale? Nessuno, tranne una firma in calce e semmai qualche bollo. Pertanto un documento elaborato elettronicamente con firmi digitale apposta, può essere securizzato con un timbro digitale. All'interno di tale timbro è impresso il testo in chiaro del documento. Solo un software in grado di decriptare il contenuto può confrontare il testo in chiaro con il contenuto impresso precedentemente nel glifo. Certezza assicurata, non bisogna interpretare, nessuna replica è inoppugnabile.

Questo l'aspetto puramente tecnico, poi c'è l'aspetto produttivo, di risparmio e ambientale, sicuramente ne vale la pena.

Massimo Cigni
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La materia è complessa, i

La materia è complessa, i contenuti ancora di più anche perché ancora non si ha contezza di cosa effettivamente si tratti, ma se si analizzano i concetti giuridici ad essa sottesi, le perplessità sollevate sono legittime.
La firma digitale, come la sottoscrizione olografa, serve ad attestare l'effettiva riferibilità al sottoscrittore delle dichiarazioni rese e delle operazioni indicate nel documento stesso: nel momento in cui l’autore del documento (e qui si parla di documenti informatici e non di documenti elaborati elettronicamente) lo sottoscrive con firma digitale, egli acquisisce la paternità dello stesso soprattutto nei suoi contenuti. Diversamente non avrebbe alcun senso la sottoscrizione.
Il pubblico ufficiale, nel momento in cui deve attestare la conformità di una copia analogica di un documento informatico al suo originale – informatico, appunto – valuta “tutte le sue componenti”, così come prescrive il CAD all’art. 23, intendendo con tale termine il contenuto dell’atto, la validità del certificato elettronico utilizzato, l’accertamento dell’identità personale del sottoscrittore etc. e non solo la sottoscrizione o eventuali bolli.
Firma digitale e Glifo hanno funzioni assolutamente diverse, ma mentre il primo è requisito di validità dell’atto amministrativo ed assolve a funzioni che assorbono quelle che, nell’intenzione del Ministro Brunetta, sarebbero dovute essere esercitate dal Glifo, il secondo non ha capacità attestative, ma meramente “assicurative”: assicura cioè la provenienza di quel documento analogico ma non può spingersi ad attestarne la conformità all’originale informatico, compito devoluto ex lege al pubblico ufficiale. La sicurezza circa la sicura riconducibilità di un documento informatico al suo autore anche e soprattutto nei suoi contenuti viene assicurata solo dalla firma digitale. Nell’attesa di conoscere in cosa effettivamente consista e come si realizzi il Glifo, non si può che sottolineare che un software, sebbene possa decriptarlo e risalire all’originale informatico, non potrà mai spingersi fino a controllare che il contenuto di quel documento provenga effettivamente dall’autorità emanante, né che sia conforme all’originale informatico, attività affidate al pubblico ufficiale, la cui funzione non viene affatto declassata o sostituita dal CAD quando si parla ad esempio della firma elettronica autenticata (art. 25), o dei duplicati e delle copie informatiche di documenti informatici (Art. 23 bis) etc.

commento dell'avv. Giannuzzi ineccepibile

Premetto che condivido totalmente quanto riferito dalla Collega Francesca Giannuzzi.
Giusto per chiarezza riporto qui di seguito il contenuto dell'articolo 23ter comma 5 e provo ragionare ancora su un paio di concetti:
"5. Al fine di assicurare la provenienza e la conformità all’originale, sulle copie analogiche di
documenti informatici, è apposto a stampa, sulla base dei criteri definiti con linee guida emanate
da DigitPA, un contrassegno generato elettronicamente, formato nel rispetto delle regole
tecniche stabilite ai sensi dell’articolo 71 e tale da consentire la verifica automatica della
conformità del documento analogico a quello informatico."
La prima cosa che mi viene da dire è: come può una normativa ordinaria pensare di essere completata affidandone il completamento a delle imprecisate "Linee Guida"? Che fine fa la gerarchia delle fonti normative? Ci dimentichiamo le regole fondamentali del diritto così... e che sono queste Linee Guida? delle deliberazioni? delle circolari? Non si capisce....
Inoltre, è fondamentale comprendere che se è un documento è informatico, è bene che resti informatico e che venga conservato come informatico (lo spiega bene questo concetto anche l'art. 43 3 comma del CAD).
Possiamo anche inventarci soluzioni tecnologiche "certe" e "matematiche", ma quel documento va gestito in un sistema di gestione elettronica e di conservazione digitale e non c'è contrassegno che regga per risolvere le esigenze di un documento che va conservato nei suoi "duplicati informatici" e nelle sue "copie informatiche".
La normativa, ad esempio, non spiega cosa viene stampato e cosa viene riportato nel contrassegno (lo diranno regole tecniche e linee guida???). Viene stampato il documento informatico originale (con il certificato di firma scaduto magari?) o la sua copia informatica generata da un pubblico ufficiale con la sua firma digitale verrà stampato e riportato sul "glifo"?
Ricordiamoci che solo la firma digitale sostituisce timbri e punzoni (come giustamente ricordato da Francesca Giannuzzi).
E solo la firma digitale sigilla il documento e la sua paternità nella busta crittografica. Il resto sono chiacchere e tentativi che falliranno, perchè (ovviamente) messi in discussione dalla giurisprudenza (come già successo tante, troppe volte).
Oppure pensiamo veramente che si possa sostituire un pubblico ufficiale con un click? ;-)
Cordiali saluti.
Andrea Lisi (www.studiolegalelisi.it)

Il "glifo" con firma digitale

Vorrei precisare che la previsione dell’art. 23-ter, comma 5, del CAD, non ha nulla che vedere con “sigilli, punzoni, timbri, contrassegni e marchi di qualsiasi genere” di natura tradizionale.

Esistono oggi soluzioni tecnologiche che consentono di riportare su stampa, con l’utilizzo di un codice grafico bidimensionale, l’intero documento digitale firmato con le informazioni sufficienti per riconoscere il firmatario del documento e verificare che il documento originale non sia stato modificato.

L’aspetto interessante di queste tecnologie è che non viene interrotta la catena del valore della firma digitale, in quanto il documento cartaceo, una volta scansionato attraverso un software di verifica, restituisce il documento originale firmato digitalmente e rende accessibile la firma digitale.

Queste soluzioni sono già state adottate in applicazioni pratiche di successo. Sono presenti, ad esempio, nelle buste paga dei dipendenti pubblici di tutta la PA Centrale, in alcune certificazioni finanziarie accettate dagli istituti di credito, nello stato matricolare dei dipendenti del Ministero dell’Economia e delle Finanze, nella Gazzetta Ufficiale Telematica.

Certamente, nella scelta di adottare il glifo, si dovrà di volta in volta valutarne l’applicabilità e l’utilità in relazione alle caratteristiche del procedimento amministrativo interessato.

Se qualcuno volesse approfondire il funzionamento delle soluzioni citate, può consultare il Quaderno Consip XI del 2006 <>.

Il glifo protegge solo se stesso

E' curioso notare come il "glifo", quel semplice quadratino di puntini, se esaminato in profondità, palesi uno dei punti più critici di tutta l'era digitale.

Il punto critico è il collegamento tra il documento digitale, e la sua rappresentazione analogica.
Il primo è il solo, vero ed unico documento, ma nei suoi miliardi di bit, rimane tristemente ed inesorabilmente inconoscibile all'uomo. La seconda invece è la sola cosa che di quel documento gli esseri umani riescono a conoscere. Essa tuttavia rimane mera immagine, sempre mediata e distante, semplice proiezione temporanea e labile generalmente sul monitor di un PC, divenuto oggi quasi una moderna riedizione della buia caverna platonica.

Il glifo si propone di colmare questo abisso filosofico, tecnico e giuridico con una manciata di quadratini, ma a mio avviso in modo non corretto e senza successo.

Anche se le regole tecniche richiamate dall'art.71 del CAD non sono ancora state emanate, è possibile tuttavia provare a ragionare su che cosa sia e come operi il glifo.
Esso è una semplice espressione su carta dei bit digitali del documento informatico. Non una grande novità in fondo. Le schede perforate non facevano cose molto diverse. Solo erano molto più ingombranti. Il glifo invece è molto più compresso, ed a seconda delle versioni riesce a codificare su carta da qualche centinaio di bit fino a qualche mega.

Esaminando i documenti "glifati" già oggi in circolazione è possibile vedere che nel glifo vengono riprodotti generalmente il documento digitale unitamente alla sua firma digitale. Fin qui tutto bene. Il documento digitale come si insegna è indifferente al supporto, e quindi anche le sue rappresentazioni su carta o fianco su pietra.. pur non essendo una grandi trovate, non affliggono la validità del documento.

Il punto critico è nel suo accostamento al testo in chiaro. Non si ha infatti nessuna connessione con il testo in chiaro come invece si avrebbe con un normale documento autentico, attraverso ad esempio carte filigranate, sigilli, timbri, o firme in originale.

Il testo in chiaro è infatti semplicemente affiancato al glifo ma nulla di più. Con l'aggravante tuttavia che il documento "glifato" è interpolabile. Anzi, il glifo nasce proprio per rendere il documento interpolabile, fotocopiabile, stampabile anche a distanza.

Ora, se certamente tutto è falsificabile, od alterabile, con il glifo non solo sembra si esageri, ma si commette un errore, sia tecnico che giuridico.

Il documento infatti è e rimane solo ed esclusivamente digitale. L'unico e solo documento è e rimane il glifo, perché solo il glifo è protetto dalla firma digitale, l'unica che sia tecnicamente che giuridicamente, come giustamente rileva l'amico Avvocato Andrea Lisi, è in grado di proteggere l'autenticità del documento.

Il testo in chiaro invece è una semplice apposizione priva di qualsiasi riferibilità al documento, e priva della protezione tecnica e giuridica della firma digitale.

Vi è però una pericolosità aggiuntiva. Il glifo come si accennava nasce e viene "venduto" per rendere il documento interpolabile. Se però ad oggi nessuno accetta per questioni serie un certificato, una patente od una carta di identità in fotocopia, è possibile che domani qualcuno potrebbe essere persuaso ad accettare un certificato o qualsiasi altro tipo di documento fotocopiato "perché tanto c'è il glifo".

Il problema è che il glifo protegge solo sè stesso, attraverso la firma digitale che incorpora, ma non protegge affatto il testo in chiaro.

Il testo in chiaro è alterabile anche involontariamente anche solo con una fotocopia maldestra.

Certo, è possibile accertarsi di quale sia il contenuto vero del documento leggendo il glifo, ma allora sorge spontanea una domanda:
Se comunque è sempre necessario leggere i bit del glifo per verificare l'autenticità del documento, tanto vale mantenere il documento digitale, e rinunciare a riportarlo su carta.
Il documento digitale deve rimanere tale, e la sua rappresentazione analogica deve essere la meno mediata e la meno interpolabile possibile.

Chiosando l'amico Andrea Lisi, e pur essendo io un pubblico ufficiale, rilevo che un clic può sì sostituire il pubblico ufficiale, ma solo se il documento rimane digitale, e se quel clic serve ad esempio ad inviare od a copiare quel documento a distanza, non alterandone la natura.

Non un clic invece e nemmeno un glifo possono sostituire il pubblico ufficiale se la catena del valore della firma digitale si rompe e si passa dal documento digitale al documento analogico. Il glifo infatti, non protegge l'autenticità del documento in chiaro, ma protegge solo se stesso.

Eugenio Stucchi
www.notaipiniestucchi.it

Il GLIFO MANTIENE LA CATENA DEL VALORE DELLA FIRMA DIGITALE

Il glifo, strutturato come ampiamente illustrato nella già citata pubblicazione Consip del 2006, è quel particolare Contrassegno Elettronico di Documenti Informatici, basato su Codici Grafici Bidimensionali, che contenendo al suo interno l'intero documento originale firmato digitalmente, consente:
- la verifica della firma digitale dei documenti, indipendentemente dal loro formato, elettronico o cartaceo;
- la verifica automatica ed accessibile di conformità del documento analogico a quello informatico
Dunque, nel caso specifico il glifo:
•assicura l’antifalsificazione, ovvero la non manomissione di un documento, sia in formato elettronico che cartaceo
•garantisce la continuità della certificazione (del contenuto) di un documento per l’intero ciclo di vita, dal formato elettronico a cartaceo e viceversa (da quando viene prodotto in formato elettronico, alla sua stampa, alla scansione fino al nuovo formato elettronico) ovvero non si interrompe la catena del valore della firma digitale.
Si ritiene pertanto che tale soluzione possa costituire un vero e proprio volano per la diffusione della firma digitale, indipendentemente dal formato specifico del documento, reso sostanzialmente identico nel contenuto, nella forma e nell'autenticità sia in formato elettronico che cartaceo.

Non condivido quanto espresso

Non condivido quanto espresso da Vittorio d'Orsi.

Solo ed esclusivamente il glifo non è alterabile in quanto solo ed esclusivamente il glifo contiene il documento firmato digitalmente.
Il testo in chiaro invece come accennato sopra è semplicemente apposto a fianco e non è connesso con il glifo ed è pertanto sempre alterabile.

Un esempio può chiarire:

Si immagini un documento con tantissimi numeri e dati complessi, od ancora un documento scritto in lingua straniera, magari in ideogrammi cinesi con glifo a fianco.
La verifica dell'integrità del glifo è immediata, in quanto solo il glifo è un documento digitale firmato.

La verifica del testo in chiaro è molto complessa, lunga se non quasi impossibile.

In un caso simile noi ci troveremmo di fronte ad un documento che astrattamente sembra integro, ma che in realtà potrebbe benissimo essere stato manomesso nel suo testo in chiaro, senza che noi possiamo accorgercene, se non con estrema difficoltà.

Questo dimostra che il vero documento continua ad essere solo digitale, ed è appunto solo il glifo.

Nemmeno io condivido le forme promiscue

Nemmeno io condivido quanto affermato da Vittorio d'Orsi, per il semplice motivo che risulta paradossale pensare che uno strumento digitale possa trovare il suo "volano" nella carta. Le forme (e le firme) digitalli devono essere mantenute e verificate esclusivamente in ambiente digitale (con l'eccezione delle prove dell'autenticità, legate nella conservazione a lungo termine purtroppo anche a un pezzo di carta).
Gianni Penzo Doria