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Il diritto di accesso a Internet

La proposta – peraltro non in programma – di Stefano Rodotà di riconoscere all’accesso a Internet la dignità di diritto costituzionale inserendo nella nostra Carta Costituzionale un art. 21 bis ha, inesorabilmente, rappresentato il fulcro delle discussioni nel corso del convegno sul diritto all’accesso a Internet, organizzato dall’ITTG – Istituto di Teoria e tecnica dell’informazione giuridica, di Firenze nell’ambito dell’IGF Italia 2010.

L’art. 21 bis della Costituzione italiana ipotizzato da Rodotà recita "Tutti hanno eguale diritto di accedere alla Rete Internet, in condizione di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale". La proposta, come probabilmente prevedibile, ha diviso gli addetti ai lavori non tanto in relazione alla possibilità di considerare il diritto all’accesso a Internet come un diritto fondamentale – o addirittura costituzionale – del cittadino quanto piuttosto sull’opportunità e la necessità di farlo attraverso un’integrazione della Costituzione.In molti durante e dopo l’evento hanno, infatti, sostenuto che l’accesso ad Internet possa e, anzi, debba già oggi considerarsi un diritto costituzionale, senza alcun bisogno di un intervento sulla Costituzione.
E’ stato, ad esempio, questo l’avviso espresso dal prof. Tommaso Frosini nel corso del dibattito.

Un’altra stimolante questione emersa nel corso della mattinata di lavori ha riguardato la collocazione, nella nostra carta costituzionale, di disposizioni – già presenti o, piuttosto, future – alle quali ancorare il diritto all’accesso a Internet.
Diffusa l’opinione secondo la quale, l’art. 21 bis, in ragione della sua contiguità all’art. 21, rischi di proporre del diritto all’accesso alla Rete, una visione limitata e limitante, quasi che Internet sia solo uno strumento abilitante alla libertà d’informazione. Ampia, invece, la condivisione dell’idea secondo la quale, il diritto di accesso alla Rete, andrebbe, piuttosto, ricollegato all’art. 3 della Costituzione. Troppo poco il tempo e troppo complesso il tema per auspicare che nel corso della mattinata si potesse giungere ad una conclusione su questi temi.

Rilessioni, dubbi, perplessità, sono, tuttavia, stati sollevati ed è ora il momento del confronto e della discussione.
L’auspicio è, tuttavia, che muovendo proprio dall’IGF e, dunque, nella logica di questo appuntamento annuale sulla Governance della Rete, il tema del diritto all’accesso a Internet possa entrare nell’agenda politica del Paese e costituire un argomento di confronto in Parlamento.
Giuste e condivisibili le perplessità, peraltro, sollevate da molti a proposito dell’opportunità di intervenire, addirittura, costituzionalmente sulla materia ma, guai, a dimenticare che la proposta di Rodotà arriva in un momento anomalo della storia di un Paese anomalo in termini di rapporto tra informazione, politica e sistema mediatico.

In un contesto tanto particolare, Internet come diritto costituzionale per tutti i cittadini italiani non può, quindi, come qualcuno ha voluto affrettatamente concludere, essere bollato come uno spot o un'operazione promozionale ma, deve – almeno a mio avviso – rappresentare, piuttosto, un'aspirazione, un'ambizione, un obiettivo concreto per un Paese nel quale la Rete potrebbe rappresentare la prima grande opportunità di liberare i cittadini dal giogo del tele-comando e, invece - o forse proprio per questo - continua ad essere trattata da Cenerentola, brutto anatroccolo del sistema mediatico ed è tenuta nell'ombra, frenata nella sua diffusione e, ove possibile, bollata come nemico da combattere.
Il diritto di accesso a Internet - al di là di ogni sofismo - è una libertà fondamentale il cui esercizio è strumento per l'esercizio di altri diritti e libertà costituzionali: non solo la libertà di manifestazione del pensiero di cui all'art. 21 ma anche il diritto al "pieno sviluppo della persona umana" e "all'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese" di cui all'art. 3 della Costituzione o piuttosto la libertà di impresa di cui all'art. 41.

Oggi, nel secolo della Rete, nella Società dell'informazione o, se si preferisce, nell'era dell'accesso come la definisce Jeremy Rifkin, non avere accesso a Internet, significa vedersi precluso l'esercizio della più parte dei diritti di cittadinanza.
L'accesso alla Rete, in Italia, può rappresentare una straordinaria opportunità per restituire ai cittadini il governo del Paese.
Internet, nel 2010, significa - o può significare - democrazia elettronica, promozione della cultura, del sapere e della creatività ma anche nuove opportunità di lavoro e di fare impresa per giovani e meno giovani.

Chiedere il riconoscimento del diritto di accesso a internet come diritto costituzionale significa, quindi, chiedere, con formula sintetica, il riconoscimento di tutti i diritti e le libertà di cittadinanza digitale.
Si tratta peraltro di un riconoscimento già avvenuto, proprio intervenendo sulla costituzione, in Estonia, Grecia e, persino, Ecuador così come in Francia attraverso una decisione del Conseil Constitutionnel, in Finlandia con una legge ordinaria e negli Stati uniti, nell’ambito del Piano Obama.

L’auspicio, sotto questo profilo, è, dunque, che da domani l’accesso a Internet come diritto fondamentale e costituzionale di tutti I cittadini italiani entri a far parte, a pieno titolo, dell’agenda politica e diventi un tema sul quale sfidare la maggioranza di governo e sul quale confrontarsi nell’opposizione.


*Guido Scorza è avvocato, dottore di ricerca in informatica giuridica e diritto delle nuove tecnologie, docente universitario. Cura il blog guidoscorza.it

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