Editoriale

Capitolo 5. Dal Castello alla Rete, ovvero la PA nell'era Facebook

Articolo del dossier 2011, FORUM PA nella Rete

Il più recente è il "caso Lazio": a metà ottobre scorso il Presidente della Regione Lazio, Renata Polverini, vieta, tramite due specifiche direttive, l'accesso a Facebook e ad altri siti "non rilevanti" ai tremila dipendenti della Regione Lazio. La motivazione a sostegno della decisione è stata tanto semplice quanto disarmante: gli impiegati passano troppo tempo, in orario di lavoro, sui social media. Le reazioni sono state molteplici con l'inevitabile tendenza a posizioni manichee. D'altronde siamo sempre stati un popolo a cui piace schierarsi e contrapporsi: dai tempi storici e gloriosi degli “alfisti contro i lancisti” (mi riferisco alle automobili quando erano due marche diverse), dai sostenitori di “Coppi contro Bartali”, alle contrapposizioni meno edificanti contemporanee dei “fannullonisti contro i garantisti”. Non si cerca la dialettica, la comprensione, la contestualizzazione delle fenomenologie ma si arriva direttamente alla sintesi.

Mi ha colpito, tra gli altri, il commento di Andrea Di Maio, autorevole sostenitore dei processi di modernizzazione della pubblica amministrazione in ambito internazionale, che nel suo blog ha commentato la notizia difendendo nella sostanza la decisione perché considerata inevitabile in un contesto in cui i vertici apicali della pubblica amministrazione non sono in grado di valutare l’operato dei propri dipendenti in termini di risultati ed obiettivi. In sintesi, poiché i dirigenti non sono capaci di dirigere è meglio punire i dipendenti limitando la loro discrezionalità.

Cosa vuol dire? Che se in tutto il mondo la pubblica amministrazione sta sperimentando nuove forme organizzative, possibili proprio grazie alle tecnologie dei social media, in Italia è meglio consigliare un arroccamento che tenga buoni i fannulloni? Quale è il modello organizzativo a cui si ispira la gestione pubblica?

Parafrasando (o, meglio, stravolgendo) il titolo dello storico libro di Butera, sembra che il modello emergente da noi debba essere "Dalla Rete al Castello", ovvero dell'isolamento dei nostri impiegati pubblici da dinamiche che, in altri Paesi, stanno avvicinando la pubblica amministrazione ai linguaggi dei cittadini e che da noi, invece, vengono considerate una minaccia per la produttività.

Ma, forse, anche il Castello rischia di non essere sufficientemente protettivo, perché se mette al riparo dalle minacce esterne, quale la Rete, rischia di non garantire il controllo sulla fuga dalle sue spesse mura verso bar e supermercati, sempre pronti ad accogliere e distogliere i moderni traditori.

Per fortuna che esistono i tornelli, che ci danno la possibilità di emanciparci verso una struttura organizzativa e di controllo ben più moderna ed efficace di quella del Castello e cioè quella del Panopticon, il carcere ideale ideato da Jeremy Bentham [ne avevo già parlato in un precedente editoriale].
Applicando il modello del Panopticon, così come ha fatto Michel Foucault nel descrivere le organizzazioni sociali moderne, alla nostra pubblica amministrazione, possiamo ottenere un formidabile controllo sull’operato dei dipendenti “modificando così indelebilmente il loro carattere”.

Ma è questo che vogliamo? Non credo proprio, così come sono convinto, al di là della provocazione, che quello descritto non sia il modello a cui vogliono ispirarsi i nostri governanti. Si tratta di prendere atto dei cambiamenti oramai inesorabili e condividere una visione comune della forma e del ruolo che dovrebbe avere una pubblica amministrazione moderna, individuando e rimuovendo tutti gli ostacoli che ne impediscono la realizzazione.

Mind the gap! quindi, come abbiamo detto nello scorso editoriale, se vogliamo non inciampare proprio appena prima che il treno parta.

Mind the gap! nel campo dei social media, dove ci piacerebbe vedere una pubblica amministrazione che incentivi i propri dipendenti a usare Facebook per raggiungere il pubblico a cui si riferisce e a offrire servizi integrati nei social media, come sta avvenendo nella gran parte degli altri Paesi avanzati.

Mind the gap! nel campo dei dati pubblici, per una pubblica amministrazione che stimoli l’iniziativa privata (profit o non profit che sia) nella produzione di servizi ai cittadini e alle imprese mettendo a disposizione i propri dati. Una pubblica amministrazione che sposi, quindi, i principi dell’open government promuovendo trasparenza, collaborazione e partecipazione.

Mind the gap! nel campo della ricerca e del trasferimento tecnologico, per un sistema che consideri l’innovazione come fattore determinante per la crescita e lo sviluppo e che favorisca la nascita di imprese innovative.

Mind the gap! nei rapporti con i cittadini, per un pubblica amministrazione che consideri la partecipazione civica elemento imprescindibile nella creazione di valore pubblico.

Mind the gap!, infine, nel campo della gestione delle risorse umane dove la cultura, appunto, del controllo deve finalmente lasciare lo spazio al merito e alla valutazione, alla responsabilità, alla condivisone di obiettivi, alla verifica dei risultati. A tale fine il quadro legislativo, almeno quello nazionale, è completo. Manca però la prassi e spesso manca la coerenza interna.
La cultura della valutazione non può essere assunta a metà, magari solo nel giorno in cui si dovranno distinguere i livelli di performance: essa deve essere pervasiva e quindi deve dettare tutti i comportamenti organizzativi. In questo senso sia i tornelli fisici, che prima citavamo “quia absurdum”, sia i tornelli virtuali, che limitano gli accessi ad Internet, non possono che essere false scorciatoie, in realtà deviazioni fuorvianti, rispetto al compito di orientare tutta la gestione e lo sviluppo delle risorse umane ad un corretto ciclo della performance e, quindi, ad una reale e coraggiosa azione di valutazione dei risultati in termini di output (efficienza), ma anche di outcome (efficacia).
Dalla dirigenza apicale, specie se politica, non vorremmo mai aspettarci soluzioni semplicistiche né porte sbarrate. Vorremmo invece sentir dire ai lavoratori pubblici: “impegnatevi nell’usare intelligentemente e creativamente tutti i mezzi che la tecnologia vi mette a disposizione, così come noi ci impegneremo a valutare senza pregiudizi i vostri risultati”.

Potremmo andare ancora avanti ma qui ci preme mettere in evidenza solo gli argomenti principali della prossima edizione della Manifestazione che, insieme a voi, cercheremo di trattare e di approfondire con la speranza di sostenere il cambiamento di questa pubblica amministrazione dalla forma del Castello a quella della Rete.

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Commenti

Anche io ho vietato Facebook

Caro Gianni, mi spiace ma concordo con Di Maio.
In quanto dipendenti pubblici abbiamo prima di tutto un dovere nei confronti di chi paga le tasse per ottenere servizi decenti. Come ho già detto al Barcamp a ForumPA 2010, se ci trovassimo in presenza di una pubblica amministrazione nella quale la produttività è ottima, i servizi sono tempestivi ed all'altezza delle aspettative del paese, allora nessun dirigente starebbe a disquisire sui social network. Ma siamo in questo paradiso? Mi pare di no.
Peraltro l'uso dei social network per fini "amministrativi" lo trovo improprio. Che facciamo: trattiamo le pratiche come la signora Cecioni, al parrucchiere, chiacchierando tra amici? I dipendenti pubblici non sono - e lo so bene - un "contenitore" unico: vi sono quelli operativi (al front-office e al back-office), gli addetti alle relazione esterne, chi progetta nuove soluzioni organizzative, chi scrive sulla newsletter della sua amministrazione etc.
Se vogliamo ragionare con più profondità sugli strumenti più idonei perchè ciascuna categoria di lavoratori pubblici possa dare il meglio, sono qui. Ma non semplifichiamo troppo!

(PS: il caffè o il giornale non sono antenati di Facebook, sono altra cosa, OK?)

Facebook ma anche You Tube et similia

Anche da me Facebook è oscurato.
Un ottimo supporto per l’attività di “comunicatore istituzionale”, una sensibilità davvero notevole per le tematiche della comunicazione e un’apertura mentale davvero avveniristica.
Web 2 e P.A.? Mah……chissà cosa vorrà dire, ma una cosa è certa…..”ai comunicatori istituzionali” sicuramente non serve…ANZI, SI POTREBBERO DISTRARRE DAL LORO LAVORO!!!!!
(P.A.: …..a proposito, ma che lavoro fanno? Saranno mica FANNULLONI?)

Domenico Quagliani
Direttore Urp della Direzione Generale degli Armamenti Aeronautici - Ministero della Difesa

Facebook

Sto per andare in pensione, se la salute me lo permetterà, dopo 35 anni di informatica professionale, ma vorrei ricordare come è nato Facebook e qualsiasi social network. E' semplicemente un modo diverso per socializzare, cioè di andare al bar. Tutto il resto, e le decine di righe o pagine scritte sopra sono masturbazioni mentali, sia dei tifosi di coppi che di quelli di bartali. Poi se uno mi dice che al bar si possono fare e discutere affari, concordo pienamente, ma se quello non è l'obiettivo, è più facile parlare di calcio, saluti pd

leaderships e nuove tecnologie

Sto cercando di comprendere i rapporti tra "rete e leaderships" ovvero "pregi e difetti" di queste tecnologie nel palinsesto di una qualunque istituzione educativa governata da un leader... inserendo anche il palinsesto normativo.
Bisogna anche avere competenze sulla "gestione delle risorse umane", prima di prendere una qualunque decisione.
Il "leader" deve dare il buon esempio,SEMPRE e in primis, però è sempre il fine che giustifica i mezzi?
Le nuove tecnologie, se usate con saggezza; possono concorrere al bene comune.
Tuttavia preferisco scrivere documenti e inviarli in "rete", senza cercare castelli (neppure quelli di carta) una volta che ho ragionato sul "bene comune" (come umanamente posso), vi sembra una buona idea?
Meglio usare sistemi "intranet", che ne dite?
Sono più protetti?

Sussidiarietà della solitarietà e viceversa.

Ad maiora,
Agata

fb come servizio produttivo, in orario di lavoro

cito dal testo sopra e approvo: "ci piacerebbe vedere una pubblica amministrazione che incentivi i propri dipendenti a usare Facebook per raggiungere il pubblico a cui si riferisce e a offrire servizi integrati nei social media" .... ma severamente vietato l'invio di angeli, candele, gattini, cagnolini e catene di poesiole in orario di lavoro, per favore!, dico io.

Efficienza della PA e Facebook

Circa l'articolo di Dominici, chiedo :
che cosa centra la qualità del reporting o l'uso costruttivo delle nuove tecnologie nella PA con l'uso di Facebook da parte degli impiegati?
La Regione lo ha proibito per eccesso di controllo o per ridurre i tempi "morti" usati dagli impiegati su Facebook?
Davvero si pensa che gli impiegati siano su Facebook per i servizi forniti ai cittadini? Ho capito male l'intera questione o state scherzando, elaborando dotti concetti sociali mentre siamo di fronte a banalità arcinote in tutto il Mondo? cioè lavoratori che preferiscono dilettarsi al computer con l'irresistibile bla-bla di Facebook anziché lavorare?

Se ho capito male, attendo umilmente delucidazioni.
Saluti, Giancarlo

Controlli

L'unico vero controllo attuabile è secondo me il lavoro. Se questo c'è risulta difficile passare molto tempo su Facebook o al telefono o leggendo il giornale.
Si possono ingabbiare gli impiegati con tornelli fisici o virtuali ma se non hanno molto da fare risulta effettivamente difficile costringerli a stare a guardare il muro. Un conto è avere lavoro da sbrigare e non farlo per stare a chattare un conto chattare per ingannare un tempo morto.
Prima di parlare di misurazione di performance o di risultati bisognerebbe guardare se quegli uffici da misurare hanno ragione di esistere oltre a quella di garantire sedie e poltrone..lì ne verrebbero fuori delle belle!
Saluti.