Editoriale

Un'Agenda digitale europea, per farci che?

Abbiamo già presentato a suo tempo la “Digital Agenda for Europe” (DAE) che la Commissione europea ha approvato la scorsa estate senza suscitare, a dire il vero, una grande eco nei nostri organi di informazione. A torto, però, perché è comunque quel programma che dovrà accompagnare lo sviluppo europeo in uno dei campi chiave per recuperare benessere e occupazione.

Oggi, alla vigilia del FORUM DELL’INNOVAZIONE dedicato alle regioni del Centro Italia  (L’Aquila 22 novembre) - i cui lavori ruoteranno proprio attorno all’Agenda Digitale Europea, - riprendo il tema per cercare di sbrogliare la matassa delle oltre cento azioni elencate nell’Agenda (sono tutte dettagliate nel chiaro sito ad hoc della Commissione) e trovare così alcune di quelle che possono divenire oggi, con le restrizioni finanziarie che abbiamo e i pochissimi soldi disponibili, azioni concrete per il Governo centrale, per le Regioni, per gli Enti locali.

Vi dico subito che non sono molte sia perché la gran parte delle azioni si svolgerà a livello comunitario, sia perché molte delle altre azioni proposte suonano abbastanza stonate in un contesto, come quello italiano, dove anche un modesto progetto di investimento nazionale per la banda larga è una chimera che sempre più si allontana, assieme a quei soldi promessi e mai visti.
È inutile che vi parli quindi dell’azione 55 che chiede agli stati membri di raddoppiare la spesa pubblica per la ricerca ICT… a noi basterebbe portarla al livello che hanno oggi i Paesi europei a noi omogenei, altro che il doppio!
Neanche vi parlerò dell’azione 46 che chiede agli stati membri di facilitare in ogni modo gli investimenti privati nella banda larga e nelle reti di nuova generazione.
Non citerò neanche gli investimenti strutturali, e mi limiterò, mentre aspettiamo che la politica nazionale diventi meno miope nei riguardi dell’innovazione e della ricerca, a parlare invece di alcune cose fattibili “sic stanti bus rebus”.

Su SaperiPa trovi approfondimenti sul tema dell’open government data

Già nel primo pilastro della DAE, quello che parla di “Mercato unico digitale” c’è un punto chiave. È l’azione 3 che recita “Obbligare gli enti pubblici a dare accesso alle informazioni del settore pubblico” insomma obbligare a rendere i dati “aperti”. È un punto su cui abbiamo battuto molto [e che porteremo avanti fino a FORUM PA 2011]  che viene qui esplicitato con due slogan chiarissimi “Trasformare i dati pubblici in opportunità per il mercato”con una quantificazione del possibile ammontare di valore disponibile che sarebbe di 27 miliardi di euro (!) e “Sviluppare il potenziale di dati pubblici” in termini sia di uso da parte di soggetti privati, sia di ri-uso da parte di mercato e amministrazioni. Qui non c’è bisogno di investimenti colossali, si tratta di cambiare le politiche che regolano i dati pubblici a tutti i livelli: da un bilancio comunale agli indirizzi dei servizi pubblici, dalle informazioni meteorologiche ai beni culturali.

Un’altra azione che mi sembra significativa e “possibile” è l’azione 60 “Promuovere una più alta partecipazione delle giovani donne e delle donne che tornano a lavorare nell’ICT”. Ne abbiamo già parlato nell’ambito del nostro progetto di PA al femminile: il potenziale delle donne nell’informatica è enorme, ma del tutto non utilizzato perché non incentivato né promosso. Alcune azioni virtuose ci sono a livello di singole province o singole università, ma ben altro andrebbe fatto.

Passiamo, poi, all’accessibilità dei siti, di cui ci siamo riempiti la bocca per anni a cominciare dalla proposta di legge Palmieri divenuta poi nel 2004 la “Legge Stanca”, ma, come sappiamo, ancora in larga parte disattesa. L’azione 64 dice “Assicurarsi che i siti del settore pubblico siano tutti pienamente accessibili entro il 2015”. Certo ci vogliono ancora quattro anni e ne saranno passati 12 dalla nostra legge che era innovativa per quegli anni, ma accontentiamoci.

In Italia i servizi online, dopo la fiammata dei 134 progetti della prima fase dell’e-government marcati Stanca, sono , tranne qualche eccezione, fermi per varie ragioni che abbiamo più volte discusso, che possiamo riassumere brevemente così: i servizi offerti sono stati usati molto poco e non hanno dato ritorni politici, non è partito un sistema di identificazione univoco (sul flop della Carta d’Identità elettronica sarebbe da scrivere un libro) online, i servizi online costano mediamente di più che quelli allo sportello, al front-office non si è accoppiato quasi mai un back office effettivamente integrato [se siete interessati vi consiglio l’intervista ad Alessandro Osnaghi di qualche tempo fa] . Bene ora la DAE ci chiede nell’azione 89 di “Rendere pienamente interoperabili i servizi di eGovernment, superando le barriere organizzative, tecniche o semantiche e garantendo la compatibilità con IPv6”. Siamo nell’ambito delle cose possibili anche qui? Io credo di sì perché le tecnologie sono mature, ma è necessario rimuovere gli ostacoli sopra menzionati.

Infine accenno brevemente alle politiche settoriali, non perché siano meno importanti, ma perché a suo tempo le esamineremo una per una, così come parleremo di altre azioni che per brevità ho tralasciato. Si parla di scuola digitale, di infomobilità, di sanità elettronica con il famoso “fascicolo sanitario elettronico”.

Insomma un bel po’ da fare e un programma di lavoro che costituisce in sé un filo rosso per lo sviluppo digitale sempre se…

  • …se riusciamo a sbrogliare i problemi di governance e definiamo, anche per le politiche di settore, chi ha in carico cosa;
  • …se facciamo ripartire effettivamente la centrale propulsiva dell’ICT pubblico che era (e dovrebbe tornare ad essere) il CNIPA o DigitPA come si chiama ora (il nome non gli ha portato fortuna) che ha ad oggi più potenzialità che possibilità;
  • …se riusciamo a fare sistema delle tante e virtuose azioni regionali che si sono mosse a geometria variabile;
  • … se riusciamo ad approvare in tempo, in questo tempestoso mare politico il CAD (Codice dell’Amministrazione Digitale), che non è una panacea, ma è certo molto meglio di nulla;
  • … se riusciamo a progettare gli investimenti in ICT tenendo conto non dei magazzini delle aziende, ma delle frontiere sempre mutevoli dell’innovazione sviluppata anche dalle piccole e medie imprese;
  • … se butteremo al macero sciagurati tagli lineari e ricominceremo ad investire nella PA  in “buona” formazione e in “buona” consulenza, perché il cambiamento va gestito con competenza e non basta la buona volontà;
  • … se l’Agenda Digitale rientrerà davvero (e non solo come adempimento burocratico) nell’agenda di questo Governo (o di qualsiasi altro ci sia dietro l’angolo), perché la scommessa che rischiamo di perdere potrebbe costarci veramente molto caro! 
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