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Quanto è social l’open? La comunità "unica" nella prospettiva OpenLabs

Al centro dell'open cè la comunità. Ma come si crea? Risponde via skype Tommaso Ravaglioli - presidente OpenLabs: "La comunità si è aggregata molto più velocemente dal lato di chi produce il software ma il nostro obiettivo è creare una solida comunità anche degli utenti. In questo la pubblica amministrazione può avere un ruolo importantissimo". Iniziamo a riflettere sulle questioni sociali dell'open e sul ruolo centrale della PA nella prospettiva dell'amministrare 2.0.

 

Chi parla?  Sono Tommaso Ravaglioli, presidente di OpenLabs.
Open Labs è un’associazione culturale nata nel 2000 a Milano, in un momento in cui il software libero era un fenomeno ancora molto particolare ed estremamente legato all’ambito tecnico. L’obiettivo è proprio portarlo fuori dall’ambiente degli “smanettoni” verso una divulgazione piu ampia.  Per questo OpenLabs è un'associazione culturale: punto centrale per noi è enfatizzare il fatto che l’apertura del software e l’uso di formati aperti ha delle importanti ricadute culturali .

Perché l’open è una questione sociale?
Prima ancora di offrire soluzioni tecniche, il software libero incarna dei valori. Innanzitutto il software libero permette una diffusione molto più efficace della conoscenza, in un nuovo approccio culturale in cui il punto focale è la comunità, non il software.Proprio l'ottica della comunità, vista come insieme degli utenti e degli sviluppatori, porta a creare un luogo dove gli uni e gli altri possano raccogliersi e interagire tra di loro. Questo significa che il software libero cresce velocemente e soprattutto cresce dando valore alle realtà locali. Mi spiego meglio. Se chi adotta software libero non spende in licenza ha la possibilità di spendere piu soldi in consulenza, assistenza e supporto, servizi che - per il software libero - possono essere offerti da aziende molto piccole, tendenzialmente operanti sul territorio di riferimento. Il livello di ingresso non è legarsi con una partnership ad un grande vendor di software quanto legarsi alle conoscenze. L’open, se vuoi, parte da un dato tecnico ma ha ricadute culturali e sociali molto estese.

Dici che al centro dell’open c’è la comunità. Ma come si crea?
Sicuramente la comunità si è aggregata molto più velocemente dal lato di chi produce il software ma il nostro obiettivo è creare una solida comunità anche degli utenti. In questo la pubblica amministrazione può avere un ruolo importantissimo. In che senso? Innanzitutto perché la PA può avere accesso a software e formati che sono gia stati costruiti sotto l’input di quelli che sono i suoi utenti, cioè i cittadini. I cittadini in questo hanno gia fatto un passo avanti rispetto all’amministrazione, nel senso che hanno già  fatto molto lavoro per migliorare il software libero e – secondo noi -  la PA dovrebbe proprio cogliere questa caratteristica estremamente importante. Mi riferisco al lavoro che è gia stato fatto dai cittadini per migliorare il software e adattarlo alle proprie esigenze. Voglio dire che una PA che volesse usare software libero e formati aperti in realtà si troverebbe ad utilizzare un software che i propri cittadini hanno aiutato a sviluppare. Questa è la cosa più importante.  Su questo obiettivo noi ci poniamo come interlocutore dedicato – nel senso di dedizione estrema - nel mettere in contatto le varie parti della comunità.  

Come è articolata la comunità open?
In realtà il software libero  - che ovviamente ha un ruolo importantissimo nella definizione dei formati aperti  - si basa sulla creazione di una comunità che sia la più indistinta possibile, in cui gli sviluppatori da un lato e tutto l’insieme degli utenti dall’altro interagiscono senza rigidi schemi. In questo caso possiamo individuare due livelli di utenza:  la PA e i cittadini. Il nostro obiettivo è riuscire a raccogliere queste tre entità: chi sviluppa software e chi lo usa nei due livelli, la PA per offrire un servizio e i cittadini per fruire lo stesso servizio. L’ideale culturale di OpenLabs è la creazione di una comunità completa che riunisca queste tre parti, in modo che il software cresca nel modo migliore possibile. Il vero valore del software libero è dato dalla coesione di tutta la comunità: quanto piu le persone che sviluppano il software sono collegate con chi lo usa nelle due definizioni che abbiamo visto,  tanto più il software vale. 

Quale è il rapporto con la PA?
Da anni ci troviamo a interagire a vari livelli con la PA. Innanzitutto cerchiamo il sostegno degli enti locali per quanto riguarda le iniziative culturali e – soprattutto in ambito lombardo – ci viene riconosciuto un crescente interesse culturale. Contemporaneamente noi portiamo avanti il nostro progetto di diffusione dei formati aperti e del software libero e questo, secondo noi, non può essere fatto se non in collaborazione con enti locali e pubblica amministrazione in toto. Varie realtà locali (soprattutto lombarde) ci riconoscono questa capacita di fare "da ponte" tra le esigenze della pubblica amministrazione e la comunità degli sviluppatori.

Quali sono i punti di ingresso dell'open nella PA?
Uno dei più rilevanti punti di ingresso nella PA è il fatto che il software libero e i formati aperti permettono di non legarsi a nessun fornitore, commerciale o meno che sia.  Contemporaneamente vengono eliminati i costi di licenza e si aumenta di molto la flessibilità e la capacità di gestire autonomamente le proprie risorse informatiche. Questa è una cosa estremamente importante. Uno dei sottoprodotti del fatto che il software sia libero, quindi in mano alla comunità, è la gratuità. Non vengono azzerati tutti i costi. Il software non ha solo i costi di licenza, ha anche i cd "costi di implementazione". Ma i costi di implementazione del software libero hanno una caratteristica  che lo rende molto interessante per la PA. I costi di implementazione vengono tradotti in un indotto di rapporti commerciali che di solito ricade su aziende dell’ambito locale. Tendenzialmente si arricchisce il tessuto industriale locale.

Quali sono i nodi all’ingresso dell’open nella PA?
Diciamo che la comunità degli sviluppatori nel software libero è molto aperta a tutti gli input provenienti dal gruppo degli utilizzatori e molto spesso è più pronta ad accettare input di un gruppo di base come potrebbero essere gli utenti comuni (cd grassroots),  per il semplice fatto che questi hanno – rispetto alla PA – una più spiccata tendenza ad organizzarsi. Al contrario, la PA resta un po’ “schermata” rispetto al software libero e perde così la più grande potenzialità. Mi riferisco proprio all’interazione strettissima con gli sviluppatori, al contrario del modello di sviluppo prevalente nel software commerciale. In realtà, molte PA possono e hanno già fatto la scelta di utilizzare software libero nella loro gestione. Tra gli esempi più ricorrenti, citerei la gestione della connettività internet. Nel tempo però ci siamo accorti che l’approccio tecnico è un capitolo molto facile da gestire rispetto all’ approccio operativo, che spesso richiede più attenzione. Il passaggio all’open è comunque un cambio e va gestito con una certa attenzione, in modo che non diventi troppo traumatico.
In questo senso crediamo che la comunità debba essere una, unica e che proprio questo dia un enorme valore ai processi di sviluppo, rappresentando un vero e proprio network, non informatico, ma umano.

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