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Come saranno le città del futuro?

Lo abbiamo chiesto a Carlo Ratti, fondatore e direttore del SENSEable City Lab del Massachussets Institute of Technology (MIT). Nella sua visione, il digitale entra nello spazio fisico, bit e atomi si fondono per restituirci città più intelligenti e vivibili, e le reti possono essere utilizzate per studiare e capire meglio le dinamiche urbane.

“Nel 1995 gli studiosi facevano congetture circa l’impatto che la rivoluzione digitale in corso avrebbe avuto sulle probabilità di sopravvivenza delle città. L’opinione corrente, appena 14 anni fa, era che i media digitali e internet, così come avevano annullato le distanze, avrebbero anche ucciso le città. Secondo George Gilder le città erano un ‘residuo dell’era industriale’ e sarebbero presto scomparse. Con il senno di poi sappiamo tutti che le cose sono andate diversamente”.Carlo Ratti, 39 anni, ingegnere e architetto torinese, ha fondato e dirige il SENSEable City Lab del Massachussets Institute of Technology e assieme alla sua squadra multidisciplinare (matematici, ingegneri, architetti, informatici, sociologi) lavora ogni giorno sul rapporto tra nuove tecnologie e spazi urbani, studiando applicazioni che, integrandosi nell’ambiente metropolitano, possono contribuire a migliorare diversi aspetti della nostra vita.

La sua esperienza gli suggerisce che, non solo le città non sono scomparse, ma anzi si sono ampliate. “Le città non hanno mai prosperato tanto quanto nel corso degli ultimi 20 anni – ci dice –. Per esempio la Cina attualmente si avvia a costruire un numero di città maggiore di quante ne siano mai state costruite da tutta l’umanità. E lo scorso anno, per la prima volta nella storia, più della metà della popolazione mondiale, 3,3 miliardi di persone, si è concentrata nelle città. La previsione è che, entro il 2030, questa cifra raggiungerà quasi i 5 miliardi”.
La rivoluzione digitale, quindi, non ha ucciso le città, pur avendo per molti aspetti annullato i limiti geografici. “Tuttavia – sottolinea Ratti – se le città non sono scomparse, non sono neanche rimaste inalterate. Quello che sta succedendo oggi è molto interessante ed è la stessa situazione in cui ci trovavamo cento anni fa. Negli anni venti Le Corbusier scriveva: ‘la civiltà della macchina cerca e deve trovare la sua espressione architettonica’. Oggi siamo esattamente nella stessa condizione, solo che bisogna sostituire la civiltà della macchina con la civiltà digitale”.

“Il digitale ha cambiato il nostro modo di fare le cose, di lavorare, di incontrarci, di organizzare la conoscenza, insomma tutta la nostra vita. Oggi tutto questo è talmente distribuito, miniaturizzato, atomizzato e disperso che sta entrando a far parte dello spazio fisico”.
Ecco, quindi, che si parla di “smart dust”, polvere intelligente: “Uno strato di elementi digitali connessi in rete ha ricoperto il nostro ambiente, mescolando bit e atomi senza soluzione di continuità. Sensori, telecamere, e microcontrollori sono utilizzati in modo sempre più ampio per gestire le infrastrutture cittadine, ottimizzare i trasporti, monitorare le condizioni dell’ambiente, eseguire le applicazioni di sicurezza. I progressi fatti nella miniaturizzazione delle componenti elettroniche consentono di stendere in modo capillare reti fatte di MEMS (Micro Electro-Mechanical Systems), sensori, robot e dispositivi, tutti microscopici e wireless”.

Su queste basi nascono molti dei progetti del SENSEable City Lab: Trash Track, sperimentato a Seattle, etichette intelligenti che consentono di seguire il percorso dei prodotti a cui vengono applicate, con l’obiettivo di tracciare il ciclo dei rifiuti; Aida, (Affective Intelligent Driving Agent), un piccolo robot per auto ideato per interagire con il guidatore, in grado di monitorare in modo continuo e costante le abitudini di guida del conducente e, in breve tempo, di capire le sue necessità; EyeStop, la fermata d’autobus interattiva progettata per il Comune di Firenze; Copenhagen wheel, la ruota di bicicletta - presentata al summit sul clima di Copenhagen del 2009 e sviluppata con Ducati Energia e Ministero dell'Ambiente italiano - in grado di recuperare energia in frenata e restituirla in caso di bisogno e dotata di sensori elettronici per ricevere e scambiare dati su inquinamento, umidità e temperatura, nonché per “dialogare” col web e con il cellulare del ciclista.

Fondamentale per la creazione di città più intelligenti è l’analisi e la descrizione dinamica degli scenari urbani, realizzata sfruttando la grande mole di informazioni e dati che possono essere raccolti grazie alle tecnologie digitali. E non solo tramite sensori ambientali o piccoli computer “incastonati” nell’ambiente urbano, ma anche attraverso dispositivi digitali personali, come i telefoni cellulari.
Le città possono cominciare a funzionare come sistemi di controllo in tempo reale, regolati da flussi costanti di dati – sottolinea Ratti –. Per fare un esempio, molti dei nostri progetti hanno utilizzato cellulari e dispositivi GPS per raccogliere gli schemi di movimento delle persone e dei mezzi di trasporto, e il loro utilizzo spaziale e sociale di strade e quartieri. I telefoni cellulari sono onnipresenti in maniera trasversale tra le classi socio economiche e in tutti e cinque i continenti (nel 2007 in tutto il mondo c’erano più di 3,5 miliardi di cellulari): non solo ci permettono di comunicare gli uni con gli altri in un modo senza precedenti, ma anche di creare una rete pervasiva di rilevamento che copre tutto il globo”.
Ecco quindi i progetti “Real time Rome”, presentato alla Biennale di Venezia del 2006, e WikiCity (WikiCity Rome è stato sperimentato in occasione della Notte bianca del 2007), entrambi finalizzati a fornire informazioni in tempo reale sull’attività in corso in una grande città, attraverso la visualizzazione su monitor dei flussi di movimento della popolazione (ottenuti mappando l’attività della rete dei telefoni cellulari e mantenendo l’anonimato dei singoli utenti), degli spostamenti di autobus, treni e taxi (grazie all’analisi dei dati GPS), ma anche degli acquisti di beni e servizi, del consumo di energia, dei prelievi di denaro dalla rete bancomat.

“A differenza di altri sistemi di controllo real-time, le città hanno una caratteristica particolare: i cittadini. Trasmettendo e ricevendo informazioni in tempo reale, opportunamente visualizzate e diffuse, i cittadini stessi possono diventare gli attori principali nel migliorare l’efficienza dei sistemi urbani. Elaborando le informazioni raccolte e rendendole accessibili a tutti - sottolinea Ratti - possiamo mettere in grado le persone di prendere decisioni migliori sull’uso delle risorse urbane, la mobilità e l’interazione sociale”.
“Per esempio – continua Ratti - un trip planner automatico che si basa su informazioni in tempo reale sulla localizzazione di bus, treni e taxi, oltre che sui livelli di congestione e di inquinamento, può aiutare chi è in movimento non solo a trovare l’itinerario più veloce e adatto alle sue esigenze, ma anche quello che ha il minore impatto sulla qualità dell’aria. O ancora, un semplice meccanismo di feedback in tempo reale tra i cittadini e le unità di soccorso potrebbe evitare il ripetersi di tragedie come quella di New Orleans del 2005”.

Insomma, sta nascendo una nuova equazione, che mette insieme lo spazio, le persone e la tecnologia. E che porta con sé un paradosso, secondo Ratti: “Nel momento in cui la tecnologia sta diventando così pervasiva, distribuita, diventa quasi invisibile. Pensiamo a come lavoravamo negli anni novanta, agli uffici con quegli spazi chiusi e ben delimitati, con il pc che torreggiava sulla scrivania, incatenati al cavo di internet. Quello spazio era determinato per metà dalla macchina e per metà da noi, dai bisogni umani. In un certo senso l’architettura di domani sarà molto più simile all’architettura di ieri, si faranno cose molto diverse grazie alla tecnologia, potremo allontanarci da quelli che sono stati i condizionamenti imposti dalla rivoluzione industriale e tornare alle cose che ci stanno a cuore, come la qualità ambientale degli spazi. Le città italiane si adattano meglio di altre a questa trasformazione: per le loro caratteristiche, la leggerezza della rivoluzione digitale è più appropriata di quanto non fossero le imposizioni dell’era industriale. Infine, applicare le tecnologie ad oggetti conosciuti, di uso quotidiano, e averle tutto intorno senza quasi accorgersene, rende più semplice farle accettarle anche a chi non è abituato ad utilizzarle”.

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