Intervista

Anonimato e identità digitale: eccessi e soluzioni sostenibili

Il 13 ottobre scorso un giudice del tribunale di Firenze ha ordinato d’urgenza l’oscuramento di un forum di discussione on line in quanto “consentiva l’accesso e la pubblicazione di contenuti in forma anonima”. Cosa succede? L’Italia ha una nuova legge che vieta l’anonimato? No, è solo l’ennesima dimostrazione del fatto che finché la rete non possiederà delle norme certe sul suo governo gli errori e gli “abusi” saranno sempre dietro l’angolo. Ne abbiamo discusso con Guido Scorza avvocato, docente e blogger esperto di diritto e tecnologia.

La libertà spontanea ed auto-regolante della rete, peculiarità che la contraddistingue da quando è nata, fa si che internet sia considerata da molti un “far west” dove tutto è possibile e nulla è vietato. Questa percezione genera un senso di insicurezza che si è manifestato in più occasioni sia a livello normativo (dal decreto Pisanu al disegno di legge Carlucci, passando per la proposta di legge Barbareschi) che giudiziario.
L’ultimo esempio, in ordine di tempo è arrivato dalla decisione del tribunale di Firenze di oscurare un intero forum on line dell’ADUC (Associazione dei diritti degli utenti e consumatori) in quanto la pubblicazione in forma anonima di taluni contenuti avrebbe esposto a rischio la reputazione di terze persone.

Il fatto

L’ADUC ospita periodicamente sul suo sito dei forum “verticali” di discussione dedicati a questioni di particolare interesse per i suoi utenti. In particolare era stato aperto un forum in cui consumatori ed utenti si confrontavano sulla correttezza, l'utilità e l'efficacia di alcune lezioni svolte da un consulente finanziario di cui si faceva nome e cognome. Dato il contenuto di alcuni commenti, poco lusinghieri, sentendosi offeso e insultato, il consulente chiamato in causa dal forum ha chiesto al tribunale di Firenze di intervenire.
Il 13 ottobre un giudice del tribunale con un provvedimento cautelare, quindi emesso in via d’urgenza, ha fatto oscurare tutto il forum, scrivendo nella motivazione che, a suo giudizio, la pubblicazione in forma anonima di taluni contenuti, in questo caso di commenti, nell’ambito del forum dell’ADUC esporrebbe a rischio la reputazione di altre persone.

Il commento

Ad una prima occhiata non sembrerebbe ci sia nulla di particolarmente strano: un cittadino che si sente diffamato sporge denuncia e un magistrato interviene facendo rimuovere, in via cautelare, il contenuto in questione.
“La singolarità del fatto, invece – ci ha spiegato Guido Scorza, docente di diritto dell’informatica e blogger appassionato dei temi giuridici legati ad internet - è che nella motivazione data dal giudice non c’è traccia di alcuna valutazione riguardo i contenuti del forum. È la prima volta, a mia memoria, che attraverso un provvedimento giudiziario si ordina la chiusura di un sito o di un forum o anche solo rimozione di taluni contenuti non perché illeciti, ma semplicemente perché anonimi.”
La legge italiana non vieta forme di anonimato, di nessun tipo, ed il provvedimento sembra, dunque, anticipare la norma contenuta del Disegno di Legge Carlucci, che propone, invece, il divieto di ogni forma di anonimato in rete e l’identificazione puntuale di ogni singolo internauta.

“Inoltre – continua Scorza – il provvedimento presenta un secondo motivo di perplessità, meno eccezionale del primo, perché già registrato in altri provvedimenti, ma comunque preoccupante. Il giudice, infatti, ha fatto oscurare il forum nella sua totalità, cancellando tanto le opinioni lecite quanto quelle illecite e negando, così la libertà di espressione.”

Insomma ogni blog, forum o sito che consenta commenti anonimi è da considerarsi a rischio chiusura? Ovviamente no. Va, infatti, detto che si tratta di un provvedimento cautelare, che non fa giurisprudenza e che potrebbe essere “ribaltato” da altri giudici, tuttavia è importante perché è proprio dietro i piccoli episodi comuni che si nascondo i grandi problemi.

Anonimato protetto, una soluzione possibile

“Il caso dell’ADUC – spiega Scorza – come spesso accade, rappresenta l’eccesso di una questione che in realtà esiste e che non si può ignorare come niente fosse. Nel mondo «reale» abusare della mia libertà di pensiero nascondendomi nell’anonimato, non è qualcosa che posso fare tranquillamente, o per lo meno che posso fare senza esser biasimato. In rete, invece, noi utenti siamo stati abituati al fatto che fosse una cosa normale, ma è ovvio che così non può essere, se non si vuole incorrere in eccessi deleteri come il provvedimento di Firenze”. Quale sarebbe allora la soluzione?
“Di proposte – continua Scorza – ne sono state fatte diverse. Tra le più accreditate c’è quella dell’anonimato protetto, per cui per accedere ad internet bisognerebbe prima lasciare agli internet provider le proprie generalità ottenendo in cambio un identificativo (nick-name o numero che sia) e con questo identificativo muoversi nello spazio telematico. L’identità corrispettiva di ogni identificativo potrebbe essere richiesta dalle forze di polizia solo in caso di reati gravi”.

Quella che propone Scorza è, dunque, una soluzione di compromesso: rinunciare a qualche piccola comodità (l’anonimato totale) in cambio di una maggiore tutela. “La situazione in cui abbiamo vissuto fino ad oggi ha mostrato limiti e degenerazioni troppo importanti, mentre l’anonimato protetto potrebbe essere una forma di limitazione «sostenibile»”.

A chi spetta decidere le regole?

Per saperne di più sull'Internet Governance Forum, naviga su Saperi PA

Due giorni fa è iniziato a Sharm El Sheikh il quarto incontro annuale dell’Internet Governance Forum, la conferenza internazionale tra i cui scopi c’è quello di stabilire a chi spetti la governance della rete se ai governi o alle strutture interne alla rete. Per Scorza la soluzione è chiara: “Internet è maturata molto e ne abbiamo tutti una visione meno romantica di quella degli esordi: è uno strumento di comunicazione. La mia sensazione è, quindi, che come è accaduto per il telefono, la televisione o la radio, i governi dovrebbero farsi carico del problema, magari proponendo dei codici di autoregolamentazione, come è successo per la privacy, ma non si può fare altrimenti. Suggerire agli utenti di auto-dettarsi delle regole, attraverso le quali rinuncino ad alcune facilitazioni d’uso dello strumento stesso è una pretesa un po’ utopistica”.

Della politica che capisce (o non capisce) internet avevamo già parlato, non ci resta che aspettare, avendo fiducia nel fatto che questi temi si digeriscono lentamente e che prima o poi in Parlamento si comincerà a parlare di questi temi sempre più come se ne parla in rete, nei blog e nei forum e sempre meno, invece, con un approccio da cronaca scandalistica.

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