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Let’s OPEN the PUBLIC ADMINISTRATION – Una dichiarazione da sottoscrivere

Da Bruxelles, David Osimo - director Tech4i2 ltd presenta l’Open Declaration on European Public Services e lancia un appello a sottoscriverla, sottolineandone l’impatto estremamente concreto sulla vita di ciascuno di noi  e il ruolo imprescindibile degli innovatori nella PA.
La Dichiarazione aperta sui servizi pubblici europei, nata sul web in piena pratica 2.0, chiede ai Governi e alla Commissione Europea di adottare una strategia di e-gov capace di ”aprire” sul serio la pubblica amministrazione.

Cosa vuol dire?
Vuol dire affidare alle politiche di e-gov non solo il compito d portare i servizi on line ma anche e soprattutto quello di (im)porre la trasparenza, la partecipazione e l’empowerment a guida dell’attività di policy making della pubblica amministrazione.

L’appuntamento europeo è il 19 -20 novembre a Malmo, nella due giorni dedicata alla Conferenza Interministeriale sull’egov.

A seguire i passaggi principali di una riflessione libera fatta con David Osimo - director Tech4i2 ltd - sulle parole e sulle pratiche della PA aperta o, per dirla come lui, “sistematicamente trasparente".  



RIFORMA BRUNETTA  - Quando sono usciti i primi messaggi sulla riforma Brunetta sono stato colpito molto positivamente dal fatto che la trasparenza era stata posta come asse fondamentale per il cambiamento della PA.  Devo dire che il modo in cui è stata implementata mi lascia un po’ perplesso, perché vedo un uso strumentale della trasparenza. Mi riferisco alla scelta di focalizzarsi sugli stipendi dei dipendenti… quando quello che sarebbe fondamentale è mostrare come sono spesi i soldi pubblici per i progetti finanziati e non sempre, diciamo cosi, perfettamente giustificati. Su questi temi si potrebbe e sarebbe opportuno lavorare molto di più.
La trasparenza deve essere sistematica e universale, non deve essere sul tema x e non sul tema y. La PA non deve scegliere su cosa essere trasparente e non deve scegliere come pubblicare i dati. I dati devono essere presentati in formato riutilizzabile, in maniera che chiunque, non solo li possa leggere, ma li possa interpretare e possa diffondere sul web la propria interpretazione.
Un altro punto di riflessione è sulla valutazione dei servizi pubblici chiesta ai cittadini. L’approccio quantitativo su cui sostanzialmente si basa il sistema degli smileys (ndr faccine) presenta due problemi di ordine concettuale. Innanzitutto un feedback quantitativo sul web è molto manipolabile, il feedback qualitativo è di gran lunga migliore, perché più sincero e più utile per individuare i problemi e migliorare. Secondo, i feedback dei cittadini non devono essere mandati dai cittadini alla PA per poi lasciare alla PA la decisione sul cosa farne, il feedback deve essere pubblico.


EMPOWERMENT
- Nella Dichiarazione si dice che le istituzioni pubbliche dovrebbero organizzare la propria azione in modo da essere “piattaforme finalizzate alla creazione di valore pubblico”. Questo è un primo punto importante che va chiarito: non significa che i cittadini si sostituiscono alla PA, ma che i cittadini costruiscono su quanto la PA mette a disposizione, migliorando e dando un valore aggiunto al servizio importante e fondamentale che da la PA.
Il secondo punto su cui lavorare è la partecipazione dei cittadini. Non ci facciamo illusioni, di default non c’è partecipazione. L’atteggiamento normale, anche il mio, è di non partecipare alle cause se non occasionalmente.  
Quale è allora il potere del web? Non dobbiamo pensare che l’egov 2.0 è lì perché tutti i cittadini partecipino, ma è lì per permettere a quei cittadini che sono interessati di ritrovarsi e di collaborare ottenendo risultati concreti. (Basti vedere quello che fanno in progetti come Rewired State in Inghilterra, in cui in un weekend alcuni sviluppatori si ritrovano e con 3500 euro di spesa in birra e pizza realizzano 30 applicazioni di egov che poi vengono messe a disposizione della PA). In seconda battuta permette ad altri cittadini di seguire quello che succede e di aderire in maniera più passiva, indiretta.
Il grosso problema in questo contesto è il tema dell’attenzione: tutti noi abbiamo un carico tale di informazioni che non ci permette di prestare attenzione a tutto. Perciò va fatto un intervento fondamentale sull’usabilità delle cose che creiamo. Sulla Dichiarazione abbiamo lavorato molto in questo senso.
Un ultimo punto è che non tutti i Paesi sono nella stessa situazione. Dove la società civile è più forte, la cultura civica è più forte, il web 2.0 ha già avuto un impatto fondamentale. In Italia? Ci sono pochi progetti, molto validi, però sono delle eccezioni. Non c’è un forte tessuto di società civile interessato a creare né ad interessarsi a ciò che altri creano.


DIGITAL (?) DIVIDE -
Ci sono diversi problemi in questo senso. Il problema di accesso a internet è il problema minore, anche se la banda larga è necessaria, senza banda larga non si va da nessuna parte.
In primo luogo c’è un problema di competenze critiche per partecipare, leggere e capire, intervenire in maniera significativa. In secondo luogo arrivano le competenze tecnologiche. In ogni società, c’è bisogno non solo di promuovere queste competenze ma anche di mettere a disposizione della società civile competenze tecnologiche di cui potrebbe essere sprovvista, come succede, ad esempio, in progetti quale il Social innovation camp, ancora in Inghilterra, dove società civile e sviluppatori web si mettono insieme per creare delle soluzioni di utilità pubblica. In terzo luogo c’è il problema dell’interesse dei cittadini che è propriamente un problema di educazione civica.
Non sono aspetti nuovi, ma il punto è che a fronte dell’impatto che la tecnologia sta avendo nella nostra vita, la carenza di competenze critiche, tecnologiche e di partecipazione civica crea un divide molto più consistente. Il divide di skills sta diventando molto più importante, perché ormai solo chi ha la capacità di entrare in rete e attingere, quando ha un problema, a questo nuovo capitale sociale è in grado di aumentare la propria qualità della vita.
La situazione di chi non è in grado di partecipare alla società del web peggiora in maniera crescente. Abbiamo sempre pensato che il digital divide si sarebbe  naturalmente colmato perché generazionalmente tutti sarebbero entrati in internet, ora ci rendiamo conto che questo secondo livello di digital divide, molto più sottile e che richiede competenze molto più soft, non sta per nulla scomparendo ma si sta aggravando. Il divide sta crescendo ed è un tema di intervento pubblico non solo importante ma urgente.  

Per sottoscrivere l'Open Declaration on European Public Services vai su www.endorsetheopendeclaration.eu

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Commenti

guerra fredda digitale e politica estera 2.0?

oggi sul Corriere
Guerra fredda digitale e politica estera web 2.0 di Marco Pratellesi
http://mediablog.corriere.it/

cosa vuol dire "open"

segnalo un interessante post di Jonathan Rosenberg, Senior Vice President, Product Management Google sul significato di open technology e open information. L'approccio è chiaramente aziendale, ma alcune riflessioni possono essere decisamente utili agli amanti dell'open tout court....

http://googleblog.blogspot.com/2009/12/meaning-of-open.html

prima della conferenza europea...sottoscriviamo!

si avvicina la conferenza interministeriale sull'e-gov di malmo - 19 -20 novembre.
dunque ricordiamo a quanti hanno pensato "lo farò più tardi" di sottoscrivere la open declaration, al link seguente:

http://www.endorsetheopendeclaration.eu/

Perchè fare e per chi?

Grazie per il feedback!

Non vi scrivo “poemi omerici” ma vi lascio semplicemente 2 domande:

Credete nelle “bacchette magiche”?

E’ facile innovare o bisogna comunque “cercare soluzioni” per il bene comune?

All the best,

Ulteriori informazioni sui feedback qualitativi

Se qualcuno fosse interessato al tema dei feedback qualitativi, c'e' un interessante commento al mio blog da parte di PatientOpinion.org - che di gestione del feedback se ne intende!
http://egov20.wordpress.com/2008/11/04/users-ratings-of-public-services-...