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La banca acquista i crediti verso la PA che non paga: strano valzer di vizi e virtù

Ritorna l'irrisolta questione dei pagamenti della PA, in ritardo di default.
In una recente intervista, Dino Crivellari, ad di Unicredit Credit management bank, ribalta la percezione più diffusa sostenendo che in un tempo di crisi, come l’attuale, “la maggior parte delle aziende muore per crediti, non per debiti”. E continua ricordando che in questo circolo vizioso molte aziende sono "vittime" della Pubblica amministrazione.

Lo Stato, gli enti locali e gli enti pubblici, pur essendo solvibili, sono infatti pessimi pagatori tanto che i tempi di pagamento statisticamente rilevati sono di 200 giorni.

La questione dei pagamenti della PA è stata recentemente affrontata nella legge 102/2009 (di conversione del Dl 78/2009) e nella legge 69/2009  in relazione rispettivamente a velocità e trasparenza, mentre la legge 2/2009 e la legge 286/2006  hanno introdotto nuovi elementi normativi in materia di verifiche contributive e fiscali.

Con la circolare 29/2009 dell'8 ottobre scorso, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 22 ottobre 2009 n. 246, la Ragioneria generale dello Stato ha fornito la propria interpretazione per risolvere alcuni dubbi emersi in fase di applicazione di questo complesso quadro normativo, in particolare in materia di raggruppamenti temporanei di imprese e di cessione del credito.

Per un commento tecnico alla Circolare, rimandiamo al dettagliato lavoro di Federico Fontana e Marco Rossi sul Sole 24 Ore Enti locali, mentre seguiamo in sintesi il ragionamento di Crivellari.

Grazie alla nuove regole – spiega - il creditore della Pubblica amministrazione, impresa o professionista, può cedere a una banca il proprio titolo, spostando il peso del fattore temporale su chi ha la liquidità. Nella pratica il creditore deve richiedere al suo ente debitore una certificazione del credito, di modo da escludere eventuali dubbi o contestazioni. La banca, valutando la certificazione prodotta dall’ente e stimando i tempi del pagamento, stabilirà quanto è disposta a pagare quel credito ed eventualmente lo acquista. Nella definizione della somma da pagare al creditore per acquisire il credito verso la PA, rientrano una serie di valutazioni, tra cui quanto un ente tende ad essere “virtuoso” nei pagamenti, così che si arriva a stimare che i pagamenti da parte delle banche oscilleranno tra l’80% e il 98%.
Il rischio sul credito, pur essendo la Pubblica amministrazione solvibile per definizione, passa alla banca.

Perplessità
In un momento di “emergenza” come l’attuale, in cui le imprese - soprattutto medio-piccole - risentono notevolmente di una crisi di liquidità, una misura come questa sembra poter dare un respiro necessario. Tralasciamo per ora la questione degli interessi e di chi e quando pagherà la percentuale del credito non coperta dalla somma a cui la banca è diposta  ad acquistare, su cui sicuramente sarà possibile avere chiarimenti tecnici.

Ma, pur riconoscendo le ragioni della “realpolitik” del credito, alcune questioni di fondo rimangono aperte e fondamentali.
Perché in una situazione giuridica definita da precisi obblighi e diritti, in cui in aggiunta a detenere l’obbligo è un soggetto pubblico, è necessaria questa triangolazione?
E’ normale che un creditore verso la PA debba ricorrere a un terzo soggetto, che avrà i suoi interessi ad acquistare? E' normale che in utlima analisi tali interessi potrebbero andare a discapito del creditore e non del debitore? E’ normale che il creditore debba preoccuparsi che l’Ente debitore produca la certificazione necessaria ad ottenere l’acquisto del credito, e tutto questo per ricevere ciò che gli spetta e forse solo in misura parziale?

E’ emblematica la risposta di Crivellari alla domanda che il giornalista definisce un po’ banale, ma che a ben pensare non è affatto banale: ma un’impresa creditrice non potrebbe ricorrere alla via giudiziaria per essere pagata?
Risposta: “Sì, ovviamente, ma i tempi sarebbero comunque altrettanto, se non più lunghi. E forse lo sconsiglierebbero anche ragioni di opportunità”.

 

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Commenti

I crediti verso la Pa che non paga

E' normale che lo Stato faccia leggi che sollecitano la P.A. a pagare velocemente i propri debiti, quando con altrettante leggi impone tempi minimi di attesa di almeno 30-40 giorni (verifiche DURC ed EQUITALIA docet)? E' sempre normale, inoltre, che lo stesso Stato è debitore di parecchi miliardi di euro nei confronti di Regioni, Province e Comuni? La crisi di liquidità degli enti locali, in modo particolare, è determinata dai gravi ritardi con i quali lo stesso Stato provvede ad erogare i trasferimenti erariali. Per non parlare del pasticciaccio ICI, il quale si è andato ad assommarre alla pluridecennale abitudine di alimentare buchi neri nel bilancio statale, che ha avuto le sue prime e più drammatiche origini con le famigerate cartolarizzazioni. Poi sono venuti gli scandali delle alienazioni immobiliari acquistate dagli stessi politici, a volte, ad un decimo del loro valore di alienazione (che però è rimasto iscritto nell'entrata del bilancio statale per il loro valore nominale). In conclusione, lo Stato non paga i propri debiti, perché finanziati da crediti insussistenti. A sua volta ha indotto nel medesimo meccanismo diabolico i bilanci delle Regioni e degli Enti Locali. Questi ultimi, quindi, vantano sia dallo Stato che dalle Regioni crediti di fatto insussistenti e, non potendo scaricare a loro volta a valle tale situazione, inevitabilmente finiscono per condannare al fallimento i loro fornitori di beni e servizi che, incautamente, non hanno diversificato il proprio business ovvero lo hanno specializzato o dirottato (a volte con voluta compiacenza) in via esclusiva nei confronti della P.A. Il problema troverà una reale solzuione solamente quando tutti i bilanci pubblici saranno "ingienizzati" dal virus dei residui attivi parzialmente e/o totalmente isnussistenti. Nel frattempo, però, questi continueranno ad alimentare corrispondenti debiti, poiché la spesa prevista continua ad avere la copertura finanziaria formale da questi crediti (giuridicamente ineccepibili), che di anno in anno si alimentano con nuove previsioni di competenza formale, ma sostanzialmente inesistenti. Per dirla alla romana maniera: una fabbrica di "buffi" che opera sul mercato da diversi decenni. Data la specializzazione non è il caso di chidere anche la certificazione ISO 9000?

Gianluigi Mignogna
Funzionario di ente locale