Intervista

Come si fa la PA 2.0? Il progetto POWER in Emilia Romagna

Invocato come importante fattore di contrasto alla crisi di fiducia del cittadino verso il “pubblico”, il paradigma della PA 2.0 apre nuovi scenari di  partecipazione e democrazia elettronica. Ma come si “fa” la PA 2.0? Un interessante modello è quello elaborato nel progetto POWER - Portali web 2.0 partecipativi per l'Emilia Romagna che, riconoscendo nel nuovo paradigma uno strumento dirompente e altamente produttivo, parte dalla consapevolezza che “più la PA è impegnata, visibile e coinvolta nella messa in campo di strumenti web 2.0 tanto più alta è la sua responsabilità”. Ne parliamo con Leda Guidi, project manager di POWER.


“La chiave è capire se, in che modo e con quali cautele il web 2.0 deve entrare nella pubblica amministrazione. Si tratta di capire quanti e quali sono i cambiamenti organizzativi necessari da introdurre e con quali nuovi presidi professionali la PA può trarre vantaggio da questo nuovo paradigma di comunicazione, orizzontale e non gerarchico. Si tratta di procedere con cautela, che non vuol dire assumere un atteggiamento ostile o negativo. Al contrario si tratta di porre la massima attenzione al nuovo modello di interazione che si sta formando, mettendo da parte approcci superficiali e a volte neoretorici”.
Così Leda Guidi, project manager, spiega l’approccio adottato dal team del progetto POWER – Portali Web 2.0 partecipativi per l'Emilia Romagna, alla cui fase di sperimentazione hanno partecipato Comune di Bologna, Regione Emilia-Romagna, Comune di Modena, Comune di Ferrara, Comune di Piacenza e Comune di Reggio Emilia, ciascuno implementando servizi diversi, dalla segnalazione on line delle barriere architetoniche del Comune di Ferrara alla traduzione di testi on line nel sito del Comune di Bologna.

Il progetto POWER all'interno del Piano Telematico dell'Emilia Romagna

L’obiettivo di POWER è disegnare un modello che assicuri la sostenibilità del web 2.0 in un ambiente cosi specifico come la PA.
"Per questo -  continua la Guidi - il progetto si compone di tre parti: l’implementazione di una piattaforma software, la produzione di uno studio di approfondimento giuridico per mettere in luce i limiti, le criticità e le opportunità che l’uso del web 2.0 da parte della PA comporta (dal rispetto pieno della normativa, alla tutela della privacy, alla questione dell'affidabilità dei contenuti pubblicati e della loro validazione, della responsabilità editoriale fino al diritto d autore) e la produzione di  linee guida per le pubbliche amministrazioni che decidono di implementare servizi basati sul 2.0. In particolare, le linee guida toccheranno tutti gli aspetti: dall’opportunità di prevedere una organizzazione redazionale ad hoc alla necessità di rivedere i processi di backoffice e di prevedere presidi di natura nuova così come nuove professionalità".
Si è da poco conclusa la fase di sperimentazione del progetto e nei prossimi giorni, nel corso dell’evento "PA 2.0: cittadini nella rete" a Piacenza,  si presenteranno i primi risultati e le prospettive di lavoro.
Leda Guidi ci anticipa che "le amministrazioni entrate in questa prima fase hanno a disposizione la  piattaforma e possono farne quello che vogliono, personalizzandone le modalità e i gradi di integrazione con il proprio portale istituzionale. Da adesso in poi, ciascuna amministrazione può scegliere se continuare le sperimentazioni su altri terreni, con altri contributi, se offrire altri servizi o passare direttamente alla fase più matura, mettendo quanto prodotto dal progetto a disposizione dei propri cittadini secondo modalità e declinazioni diverse".
"Il progetto – continua -  è stato sviluppato all'interno del Piano Telematico dell'Emilia Romagna e noi auspichiamo che questo lavoro continui insieme alla Regione. Alla Regione Emilia Romagna va l'indiscusso merito di aver fatto uscire le esperienze e le istanze dei singoli partner alle prese con le dirompenti novità dell'internet sociale dalla solitudine, cioè di aver capito che era molto piu utile per tutti cominciare a confrontarsi, non tanto dal punto di vista tecnologico quanto dal punto di vista organizzativo e dei contenuti, considerando che gli strumenti web 2.0 vanno a calarsi in un ambiente, la PA, che obbedisce a logiche molto diverse da quelle della rete e dei social network".
 

Un laboratorio aperto

"POWER è un laboratorio aperto", continua.
"Gli applicativi sono tutti lì, disponibili ed open source: usando piattaforme esistenti abbiamo cercato di integrarle in modo tale da mettere a disposizione degli utenti una suite di strumenti, che consentano loro di uploadare, caricare un testo, modificarlo, interagire con altri utenti su quel testo, mettere foto, filmati, editarli, contribuire in modi diversi, segnalare e valutare contenuti e servizi etc.
Noi vorremmo continuare a fare questo lavoro, andando avanti insieme. La piattaforma, le linee guida e lo studio giuridico sono a disposizione di tutti coloro che all’interno della community network della regione Emilia Romagna ne vorranno “approfittare” e lo stesso vale per le nostre competenze, che si sono evolute nello scambio di esperienze e problemi condivisi. Del resto mi sentirei di dire che il valore aggiunto del progetto POWER è proprio in questo aspetto: nella “non solitudine” che ha generato, rendendo possibile il confronto tra amministratori e operatori che lavorano sullo stesso tema".

Verso la cittadinanza digitale?
Il progetto POWER ci riporta al tema guida che è quello della cittadinanza digitale, su cui i Comuni  aderenti a  POWER, e in particolare il Comune di Bologna, hanno iniziato a lavorare in maniera pionieristica in Italia.
"E’ un tema composito e complesso", ricorda Guidi nella sua riflessione finale. "Il primo aspetto preso in considerazione, quando abbiamo cominciato con l'esperienza di Iperbole a Bologna,  è stato l’accesso e su questo punto va chiarito che il digital divide non è risolto, ha solo cambiato profilo e soggetti sociali. All’accesso tout court si connette - ad esempio - la questione dell’accesso alla banda larga e la questione culturale delle capacità di trarre vantaggio dalle risorse di rete".
In tema di interventi e politiche a sostegno della cittadinanza digitale "non c’è dubbio che sia un impegno per tutti i i livelli politici ed amministrativi, però, dall’esperienza maturata almeno nel Comune di Bologna e dagli impegni assunti da molte città europee, mi sento di poter affermare che gli enti locali territoriali possono fare molto per i diritti digitali, ma non da soli. Serve l’impegno politico, culturale, strutturale e finanziario dei diversi livelli amministrativi sussidiari e una forte sinergia con la società civile organizzata, con le reti e le comunità. E questo è quanto confermato anche dal progetto POWER.
L’obiettivo finale è contribuire a rendere la cittadinanza digitale una dimensione viva, partecipata, equa, inclusiva, parallela e complementare della cittadinanza materiale".

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