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Quanto vale la salute dei detenuti - Articolo terzo classificato Premio INCHIESTA PA

La tutela sanitaria dei 55 mila detenuti nei 205 penitenziari italiani dal primo ottobre è gestita dal Sitema Sanitario Nazionale e non più dal ministero della Giustizia. Per favorire una migliore convivenza si parla di “minima sicurezza” per i detenuti che hanno commesso reati meno gravi. Questo perché nelle nostre carceri mancano 17 mila posti letto e i problemi psicologici e sanitari dovuti alla convivenza impongono una riflessione sul sistema carcerario.

La tutela sanitaria dei 55 mila detenuti nei 205 penitenziari italiani dal primo ottobre è gestita dal Sitema Sanitario Nazionale e non più dal ministero della Giustizia. Tra i 50 articoli della bozza di riforma della giustizia si parla anche di “minima sicurezza” da scontare in penitenziari prefabbricati per i detenuti che hanno commesso reati meno gravi. Questo perché nelle nostre carceri mancano 17 mila posti letto e i problemi psicologici e sanitari dovuti alla convivenza impongono una riflessione sul sistema penitenziario. In cella ci si trova d’innanzi a degli estranei con cui bisogna condividere uno spazio molto piccolo. Entro le prime dodici ore di detenzione ogni detenuto si sottopone a visita medica. Al momento dell’ingresso in carcere tutti i farmaci in possesso del detenuto vengono sequestrati, è quindi importante dichiarare subito i problemi di salute o l’eventuale sieropositività, per ricevere tempestivamente le cure o gli alimenti adeguati.

Roberto Dupplicato, nato a Catania il 19 febbraio 1982, è giornalista praticante presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Laureato con 110 in Editoria e Scrittura presso la facoltà di Lettere e Filosofia a La Sapienza di Roma, con una tesi sull'evoluzione della Cnn, parla l'inglese perché ha svolto in California il periodo di stesura della tesi triennale, dedicata al newsmaking di UsaToday. E' un esperto di pallanuoto e un appassionato di design italiano.

«I problemi di convivenza – spiega Francesco Ceraudo, presidente dell’Associazione dei medici penitenziari e direttore per la Toscana del Dipartimento per la salute in carcere – accrescono il disagio psicologico e le possibilità di ammalarsi di malattie come la tubercolosi africana». Nel 1990 i reclusi erano 25 mila, oggi siamo a quota 55 mila. Solo il 20% dei detenuti sono sani, il 15% soffre di depressione e di altri disturbi psicologici, più di mille detenuti hanno contratto il virus dell’Hiv e un detenuto su cinque vive in condizioni di tossicodipendenza. Il disagio psicologico nasce dalla difficoltà di abituarsi a vivere in regime di privazione di libertà.
Ad aggravare questa situazione ci sono le difficili condizioni sanitarie. Gli spazi piccoli richiedono un rispetto totale dell’igiene, una virtù rara quando in ogni cella si vive in sei o sette persone. «La prevenzione in carcere - scrive un’altra detenuta di San Vittore - è impraticabile. La nostra salute è minacciata continuamente da stress e tensione, e poi c’è il problema dei piccoli spazi. Il bagno viene a coincidere con la cucina e il tavolo è a circa un metro dalla turca, non credo che l’Asl concederebbe l’abitabilità in queste condizioni».
E’ compito dello Stato italiano, secondo l’articolo 32 della Costituzione, garantire cure gratuite nel rispetto del diritto del detenuto e nell’interesse della collettività. Ceraudo sta provando a convincere i detenuti a fare i test di positività sulle malattie infettive per evitare il contagio. «Solo il test sulla sifilide è obbligatorio – sottolinea Francesco Ceraudo–, su tubercolosi, hiv, epatite B ed epatite C cercheremo di spiegare ai detenuti che è nel loro interesse, oltre che giustificato per fini medico-legali, cercare in tutti i modi di evitare il contagio. Medici e infermieri che lavorano negli istituti penitenziari hanno il difficile compito di tutelare ogni giorno il diritto alla salute». Secondo Giulio Starnini, ex presidente di Medicina penitenziaria e direttore del reparto di Medicina protetta dell’Ospedale Del Colle di Viterbo, dal punto di vista clinico le carceri sono «osservatori privilegiati per capire cosa succederà nella comunità esterna tra qualche anno».
Starnini ricorda come «negli anni successivi al ’68 nelle carceri italiane c’erano già i primi casi di dipendenza da eroina, fenomeno che poi è stato conosciuto in tutta la nostra società. Nel 1984, in carceri di grandi città come Roma o Milano, cominciavano ad esserci i primi casi di contrazione del virus dell’Hiv, a quei tempi considerato come una malattia d’oltreoceano che colpiva solo gli omosessuali e che a distanza di un anno è diventata la peste del secolo».
Tutte le regioni a statuto speciale invece gestiscono come meglio credono la tutela sanitaria dei detenuti. Su di loro c’è il pressing dei direttori. «La complessità delle cure mediche in carcere – dice Nunziante Rosalia, direttore dell’Opg di Barcellona Pozzo si Gotto – richiede una alta specializzazione del personale. Anche la sola “sindrome da prigionizzazione” presuppone problematiche più complesse e richiede quindi una professionalità accentuata». La riflessione sulla funzione rieducativa della pena ci porta oggi a riconsiderare il concetto stesso di reclusione. «La certezza e la giustizia della pena – sottolinea Nunziante Rosalia – deve essere alla base di tutto il procedimento ma la reclusione potrebbe essere sostituita da percorsi alternativi. Per i reati meno pesanti si potrebbe dare una pena di impronta civilista, oppure si potrebbe puntare su una nuova edilizia penitenziaria, pensata stavolta per rendere gli istituti moderni e vivibili».
I disagi colpiscono anche i dipendenti della polizia carceraria, i medici, chi si occupa della pulizia dei locali e i parenti in visita. «Le condizioni igieniche e sanitarie – spiega il senatore Filippo Berselli, presidente della Commissione Giustizia del Senato – sono disumane e inaccettabili. L’esempio di Bolzano, dove i detenuti non hanno praticamente spazio per l’ora d’aria è sintomatico. Accettabili condizioni igienico sanitarie delle carceri sono da considerarsi come obiettivo minimo per una democrazia».
Le condizioni di vita. E’ questo il problema centrale della privazione della libertà. Il luogo di detenzione prova a descriverlo con una lettera Monica Pardo Cases, una detenuta spagnola a San Vittore, un carcere dove quattro detenuti su cinque sono stranieri. «C’è un’umidità incredibile – scrive Monica –, mura scrostate e poca luce solare, sembra un cimitero nel quale buttano i fantasmi».


 

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