Editoriale

Lessico civile per le amministrazioni pubbliche. Per un patto di dignità tra istituzioni e cittadini.

L’editoriale di oggi riporta anche nel titolo e senza interventi miei, una “nota formale”[1] che il Comune di Reggio Emilia, nella persona del suo Sindaco Graziano Delrio, ha diretto al Presidente dell’Associazione dei Comuni italiani e che mi sembra prezioso per il suo contributo al dibattito su innovazione nella PA, lavoro pubblico, rapporto con i cittadini, lotta ai fannulloni ecc. Insomma su tutti i temi che saranno oggetto dei prossimi decreti delegati che la legge delega di Brunetta (L.15/09) partorirà. Il comune di Reggio Emilia è ben noto per essere virtuoso nei conti, attento alla qualità dei servizi offerti, sensibile al benessere organizzativo dei suoi impiegati: non si tratta, quindi, di prediche di chi razzola male o deve truccare i conti, ma di prese di posizioni fortemente politiche su temi centrali del rapporto tra amministrazioni e società. Mi sembra prezioso anche perché ci aiuta - e mi aiuta - a non vedere la riforma della PA solo dall’ottica “romana” dei Ministeri e di Palazzo Chigi, ma di situarla nei comuni che sono il luogo privilegiato dell’interazione tra istituzioni e cittadini e quindi il luogo privilegiato della democrazia.

Non commento il testo perché vorrei lo faceste voi, mi limito a riportarvi come introduzione un pezzo che a me piace molto…Ma leggetelo tutto, mi raccomando!

I cittadini sono al centro dell’azione del Comune. Lo sono nella loro accezione più complessa, come portatori di diritti e doveri, come soggetti operanti nel proprio interesse, da contemperare nell’ambito di regole e tutele dell’interesse generale, come utenti dei servizi pubblici, ma non come clienti del Comune, in quanto sprovvisti del diritto di uso ed abuso, implicito nel rapporto contrattuale tra cliente e fornitore e nel trasferimento di proprietà della merce acquistata. I cittadini hanno cioè al contempo molti attributi in più e alcuni altri in meno rispetto ai clienti. Cittadino e cliente sono in definitiva due qualificazioni differenti. Il cittadino è protagonista della città in senso attivo e partecipativo e la relazione tra Comune e cittadino è improntata al riconoscimento reciproco di valore in uno scambio che non è mai di mera natura commerciale. Considerare il cittadino come cliente o esclusivamente come portatore di diritti individuali, fuori dal sistema dei doveri e dell’interesse generale, rappresenta una patologia del sistema istituzionale, generatrice di egoismi, conflitti, costi sociali ed economici e fuori da qualsiasi riferimento ai principi fondamentali della nostra Costituzione italiana.

Ma ecco il testo integrale:

Lessico civile per le amministrazioni pubbliche.
Per un patto di dignità tra istituzioni e cittadini.

Poter contare su amministrazioni moderne, capaci di offrire il proprio contributo allo sviluppo del Paese è un’esigenza riconosciuta in modo generale da molti soggetti e faticosamente perseguita in Italia con continuità a partire dai primi anni novanta. Nel corso dell’azione dell’attuale Governo questo percorso ha subito un mutamento nei toni e nei modi tale da indurre una semplificazione eccessiva delle questioni e a creare una artificiosa e irrealistica contrapposizione dualistica nella quale è impossibile riconoscersi: tra chi sostiene quei modi e quei toni semplicistici e chi non vuole perseguire obiettivi di efficienza e qualità. Il Comune di Reggio Emilia non accetta questa contrapposizione poiché non condivide molte azioni di governo e al contempo ritiene la funzionalità e l’efficacia delle amministrazioni pubbliche condizioni indispensabili per lo sviluppo del Paese. Può apparire un aspetto marginale, invece è proprio a partire dal rifiuto di alcune interpretazioni linguistiche grossolane che intendiamo rifiutare un’egemonia culturale che riteniamo inadeguata e pericolosa per il nostro sistema istituzionale. Per questa ragione ci sembra opportuno muovere proprio dal riconoscimento del valore di alcuni principi così importanti per le nostre istituzioni, riconsegnando loro il significato più proprio e coerente con il nostro ordinamento repubblicano. 

Il Comune di Reggio Emilia invita l’ANCI a vigilare e ad attivarsi nelle forme e nei modi ritenuti opportuni, in tutte le sedi di confronto, perchè tali principi vengano rispettati concretamente negli atti che il Governo sta predisponendo.  

1. Cittadini: i cittadini sono al centro dell’azione del Comune. Lo sono nella loro accezione più complessa, come portatori di diritti e doveri, come soggetti operanti nel proprio interesse, da contemperare nell’ambito di regole e tutele dell’interesse generale, come utenti dei servizi pubblici, ma non come clienti del Comune, in quanto sprovvisti del diritto di uso ed abuso, implicito nel rapporto contrattuale tra cliente e fornitore e nel trasferimento di proprietà della merce acquistata. I cittadini hanno cioè al contempo molti attributi in più e alcuni altri in meno rispetto ai clienti. Cittadino e cliente sono in definitiva due qualificazioni differenti. Il cittadino è protagonista della città in senso attivo e partecipativo e la relazione tra Comune e cittadino è improntata al riconoscimento reciproco di valore in uno scambio che non è mai di mera natura commerciale. Considerare il cittadino come cliente o esclusivamente come portatore di diritti individuali, fuori dal sistema dei doveri e dell’interesse generale, rappresenta una patologia del sistema istituzionale, generatrice di egoismi, conflitti, costi sociali ed economici e fuori da qualsiasi riferimento ai principi fondamentali della nostra Costituzione italiana. 

2. Trasparenza: la trasparenza è un diritto dei cittadini a conoscere e verificare l’azione amministrativa a tutela dell’interesse individuale e collettivo, secondo le forme previste dalla legge. La trasparenza non può essere invocata per contrapporre le istituzioni e i cittadini in una sorta di “istigazione all’ispezione soggettiva” dell’azione amministrativa, né tanto meno per creare condizioni di sfiducia e delegittimazione verso le istituzioni, attraverso un utilizzo improprio delle informazioni che ben poco ha a che fare con il rispetto della democrazia e delle sue regole. In questa direzione, la scelta di rendere pubbliche le informazioni sulle valutazioni individuali dei lavoratori non accresce la trasparenza amministrativa, ma solamente rappresenta una pericolosa alterazione delle più banali logiche di gestione del personale, dei poteri datoriali della dirigenza e una inutile esposizione mediatica dei singoli lavoratori e della loro dignità personale. Questa scelta porta in sè la presunzione di incapacità dell’amministrazione di esercitare la valutazione dei propri lavoratori e affida, delegittimando l’istituzione, tale compito in modo improprio ai cittadini, competenti certamente a valutare la qualità dei servizi ricevuti, ma non la qualità del lavoro svolto dai singoli operatori. Un modo conflittuale di intendere e promuovere la trasparenza, introducendo relazioni oppositive tra istituzioni e singoli cittadini, rischia di generare contenzioso continuo e paralisi amministrativa, peggiorare il rendimento delle istituzioni e scardinare il sistema ordinamentale, proprio in una fase nella quale l’inesistenza e/o il mancato rispetto delle regole hanno dimostrato quale pericolo possono rappresentare per la tenuta del sistema sociale ed economico. 

3. Efficienza e qualità: Il Comune di Reggio Emilia persegue l’efficienza e la qualità nell’erogazione dei propri servizi e ottiene risultati di primario livello, verificabili tramite i sistemi gestionali di controllo e di rendicontazione messi in campo. Per mantenere tali risultati, riconosciuti dai dati e dai propri cittadini, non sente il bisogno di norme che penalizzano la relazione con i cittadini e l’immagine dell’amministrazione e dei propri lavoratori. Al contrario sente l’esigenza, per migliorare sempre più le prestazioni realizzate, di essere posto nelle condizioni di lavorare con serenità e nel rispetto del legame di fiducia con i propri cittadini e i propri lavoratori. La fiducia nella relazione tra Comune e cittadini è una risorsa fondamentale per assicurare efficienza e qualità amministrativa. L’erosione di tale patrimonio, attraverso l’emanazione di norme che implicitamente lo minano, facendo apparire la patologia da perseguire come condizione strutturale dell’amministrazione, è un fatto grave e un costo fortissimo per la vita amministrativa e per i cittadini che lo devono sostenere. Il Comune di Reggio Emilia persegue efficienza e qualità e interviene per risolvere le patologie autonomamente, ma, proprio per questo, non avverte l’esigenza di chiedere l’intervento dei propri cittadini a svolgere compiti per i quali l’Amministrazione è istituzionalmente e autonomamente chiamata a rispondere. Piuttosto il Comune sente l’esigenza di essere riconosciuto per i propri risultati e di non essere accomunato ad eventuali criticità di altre istituzioni, che invece vanno individuate e risolte in modo selettivo e non mediante l’emanazione di norme generali e trasversali al sistema amministrativo. I sistemi dei controlli interni all’amministrazione sono strumenti di governo fondamentali per migliorare l’impatto delle politiche, le prestazioni rese e la qualità dei servizi erogati. Pertanto il Comune di Reggio Emilia intende continuare a rafforzare il proprio sistema di controlli per valutare e migliorare la propria azione e rendere conto in modo trasparente ai propri cittadini dei risultati ottenuti. Ritiene invece inutile e costoso per il sistema istituzionale introdurre una nuova struttura nazionale dedicata a “valutare i sistemi di valutazione”, anche in considerazione delle precedenti esperienze realizzate in Italia che mai hanno prodotto risultati soddisfacenti. Anche come segno di credibilità della propria efficienza sarebbe più opportuno, in una fase di scarse risorse disponibili, che l’amministrazione centrale mettesse a disposizione dei Comuni opportunità di supporto tecnico scientifico, attraverso il miglior funzionamento delle agenzie nazionali già attualmente esistenti. L’esercizio della valutazione è in primo luogo una funzione delle singole organizzazioni e in tale sede può e deve essere realizzata per essere efficace, con tutte le difficoltà del caso. La possibilità che una struttura centrale possa valutare le modalità adottate dagli ottomila comuni italiani nella valutazione multilivello, differenziata per tipologia di politica e processo produttivo, è molto remota e in realtà nasconde, culturalmente, una sfiducia istituzionale generalizzata e il tentativo di riportare all’esterno delle autonomie il luogo del controllo dei risultati. 

4. Autonomia e Decentramento: In questa prospettiva e per assicurare efficienza, qualità e trasparenza, il Comune richiede di essere posto nelle condizioni di poter svolgere il proprio compito in modo agevole e non invece dovendo utilizzare norme irragionevoli, centralistiche e penalizzanti dell’interesse dei cittadini della città di Reggio Emilia. Le norme sul patto di stabilità impediscono al Comune di realizzare i lavori pubblici già finanziati e di utilizzare quasi 60 milioni di euro di liquidità, bloccati inutilmente nelle casse del Comune, proprio in un momento di grave crisi del sistema imprenditoriale, per mere ragioni di contabilità nazionale, e senza alcun beneficio economico né per il Paese né tanto meno per la città. Così la trasformazione dell’ICI in trasferimento statale ha peggiorato drasticamente gli indicatori di autonomia finanziaria del Comune (dal 90% al 64,8%), sottraendo alla comunità reggiana oltre 2,7 milioni di euro e costringendo, in tal modo, il Comune a iscrivere a bilancio una pari somma di “fondo rischi per trasferimenti statali”, che poteva utilmente essere impiegata per integrare le misure urgenti già avviate per fronteggiare la crisi economica in corso. In un sistema nel quale il federalismo amministrativo continua ad essere proclamato, ma realizzato solamente attraverso l’emanazione di norme cornice, il Comune ritiene necessario poter quantomeno disporre immediatamente degli strumenti e degli spazi di autonomia goduti finora e che invece sono stati oggettivamente (cioè sulla base dei dati verificabili) ridotti in modo consistente. 

5. Contrattazione e qualità del lavoro pubblico: La privatizzazione del rapporto di lavoro e la contrattazione nazionale ed integrativa hanno permesso al Comune di Reggio Emilia di introdurre modalità di lavoro e strumenti organizzativi capaci di far fronte all’aumento del 19% della popolazione in dieci anni, nonostante i vincoli di riduzione del personale. La trasformazione dello spazio contrattuale, a favore della rilegificazione e la sottrazione dello status di datore di lavoro privato vanno nella direzione opposta a quella perseguita fino ad ora dal Comune e rendono inapplicabili numerose azioni di innovazione organizzativa messe in campo. Il Comune di Reggio Emilia rivendica la propria autonomia contrattuale per perseguire in modo ottimale i propri obiettivi, attraverso l’utilizzo degli strumenti di gestione introdotti e un corretto, maturo e avanzato sistema di relazioni sindacali. Ancora una volta per perseguire eventuali abusi e impropri utilizzi degli spazi di autonomia contrattuale, anziché individuare in modo faticoso e mirato le patologie, si è scelta la strada di interventi normativi unilaterali, centralistici e generalizzati, penalizzando in tal modo le amministrazioni che in questi anni hanno utilizzato gli spazi a disposizione per migliorare in modo documentato l’efficienza e la qualità della propria azione amministrativa. Le richieste di selettività nell’allocazione delle risorse che provengono dalle amministrazioni centrali verso le autonomie locali, dovrebbero rispondere all’elementare principio della “credibilità dell’emittente”, dimostrando quantomeno una capacità dell’amministrazione centrale di essere a sua volta selettiva nei propri interventi di riforma. In questa prospettiva il Comune di Reggio Emilia ritiene invasiva della propria autonomia politica e operativa, a fronte della tumultuosa crescita demografica e al conseguente aumento dei bisogni e della domanda, dover considerare l’appalto dei servizi, non come una delle possibili alternative gestionali previste dalle norme, ma come l’unica possibilità concreta per l’erogazione dei servizi, (anche nei casi in cui questa non risulti razionalmente preferibile sulla base di valutazioni comparative), a causa dei vincoli imposti all’assunzione di personale. Così la continua modifica del quadro normativo di riferimento rende impossibile definire una programmazione del personale, l’utilizzo mirato delle forme flessibili di lavoro, la stabilizzazione dei rapporti di lavoro, lo sviluppo professionale dei lavoratori e, in sintesi, un “patto professionale” chiaro e certo tra Amministrazione e lavoratori. La ripubblicizzazione del rapporto di lavoro, la rilegificazione degli istituti sulla gestione del personale, la soppressione dello spazio contrattuale, la centralizzazione delle norme relative ad assunzioni, stabilizzazioni, carriere, retribuzioni, valutazioni, rendono tecnicamente impossibile parlare in maniera compiuta di autonome strategie di gestione delle risorse umane nei Comuni. Le persone sono la principale, quando non l’unica, risorsa strategica per un’amministrazione pubblica. La delegittimazione dei lavoratori pubblici e la sottrazione delle più elementari leve di gestione del personale pongono il Comune di Reggio Emilia in una oggettiva difficoltà strategica nella valorizzazione delle persone che operano nei propri servizi. La motivazione, il senso di appartenenza, la consapevolezza del valore del lavoro pubblico e le possibilità di riconoscimento sono gli strumenti fondamentali per gestire le organizzazioni di produzione di servizi non affette in modo strutturale da patologie. Dal sistema centrale ci si attenderebbe un supporto concreto alle amministrazioni, sul piano tecnico-scientifico, sul piano della disponibilità formativa, attraverso accordi con le università, consorzi formativi e soprattutto un impiego migliore e ottimale delle ingenti risorse disponibili a livello nazionale e attualmente utilizzate in modo assolutamente inadeguato. Al contrario assistiamo ad una produzione normativa indiscriminata e incentrata sul presupposto che le amministrazioni pubbliche siano organizzazioni patologicamente inefficienti, incapaci di erogare servizi di qualità e di render conto ai propri cittadini, aggredibili non tanto attraverso meccanismi di responsabilizzazione e valorizzazione dei punti di forza, ma attraverso l’amplificazione dei vincoli centrali e l’esaltazione del controllo sociale, inteso come innesco di condizioni di conflitto tra cittadini e istituzioni. Questa sfiducia nei confronti dei Comuni nella sfida per essere organizzazioni di qualità, lungi dall’introdurre condizioni assimilabili al mercato dal punto di vista delle asimmetrie informative, penalizza le organizzazioni più virtuose, creando condizioni normative di omologazione verso il basso e verso la mediocrità, sia, da subito, dal punto di vista delle relazioni sociali, sia, nel lungo periodo, dal punto di vista dei risultati amministrativi. In tal modo ad essere ridotto è lo spazio e forse la stessa possibilità di esistere dell’azione collettiva pubblica, a favore probabilmente di forme di regolazione dei rapporti sociali ed economici alternative, ma non ancora esplicite, né definite e che i fatti dell’ultimo anno hanno dimostrato di grande pericolo per il benessere delle nostre comunità.


[1] ringrazio il suo direttore generale Mauro Bonaretti che me lo ha inviato e che riconosco nello spirito del documento.

 

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Commenti

neo civismo e pubbliche amministrazioni

Il comune di reggio emilia finalmente dice una parola autorevole e divergente rispetto alle semplificazione invalse nei mesi scorsi sulla riforma della pubblica amministrazione. Non è sul concetto di cittadino cliente che si può innescare il cambiamento della pa e tantomeno lo sviluppo di consapevolezza da parte dei cittadini in grado di farli essere cittadini attivi, nel senso pieno della parola. E' sulla reciproca legittimazione, sul reciproco riconoscimento che si costruisce un paese in grado di disegnare buone politiche e produrre buoni servizi. E' sulla capacità di dare risposte in cui, come diceva molti anni fa il grande studioso di organizzazioni Mintzberg, non si sostituisca all'egemonia della norma quella dello standard, che sono speculari e entrambi inefficaci. E' riduttivo leggere l'intervento di Delrio come un intervento viziato dall'essere il comune di reggio emilia un comune virtuoso: si parla dei principi basilari per tutte le amministrazione, della pa come elemento di sviluppo delle virtù civili, dell'autoanalisi come strumento di cambiamento. Superiamo gli slogan, riflettiamo sulle cose scritte da reggio emilia e diamo contributi non quasi tutti centrati sul premio all'innovatore dell'anno..

neo civismo e pubbliche amministrazioni

l'intervento del comune di reggio emilia finalmente dice una parola autorevfole e divergente rispetto alle affermazioni semplificatorie degli ultimi mesi sui processi di riforma della p.a. Ed è riduttivo interpretarla come una parola che, provenendo da un comune virtuoso, è necessariamente parziale. Il comune di reggio emilia parla dei principi basilari del rapporto fra cittadini e amministrazioni, della reciproca legittimazione, del riconoscimento dei rispettivi diritti e doveri. Lo fa argomentando, superando i facili slogan, analizzando la complessità che segna l'azione dell'amministrazione. Il grande studioso di organizzazioni Mintzbeg, molti anni fa, disse che era un'aberrazione parlare di cittadini-clienti e che le amministrazioni che avessero sostituito, come principio assoluto del proprio agire quello dello standard a quello della norma, non sarebbero mai cambiate nè avrebbero rispettato i cittadin, avrebbero semplicemente sostituito una rigidità ad un'altra rigidità. . E' sulla fiducia, sul neo civismo, sulla capacità di auto analisi che le amministrazioni si giocano il loro futuro. Ci si aspetterebbe che i tanti che lavorano in questo campo si esprimesseroe arricchissero il contributo di reggio emilia invece di dibattere sull'innovatore dell'anno.

Non a caso Reggio Emilia è sempre un esempio

Questa nota del Comune di Reggio Emilia conferma in pieno le perplessità che sono emerse da un recente lavoro di ricerca (fatto anche da me) che ha coinvolto un gruppo di giovani dirigenti di amministrazioni centrali. Anzitutto il tema della distanza tra il centro e le periferie: i dirigenti (anche quelli del MEF che lavorano con gli enti locali) segnalano la difficoltà degli enti locali sottoposti a norme pensate nei Ministeri per i Ministeri.
Anche riguardo la nuova struttura centrale dedicata alla valutazione i dirigenti sono piuttosto scettici: qualcuno ha detto che sembra di essere nel film “Ricomincio da capo” dove il protagonista si trovava intrappolato in un deja-vu ciclico che lo costringeva a rivivere continuamente i medesimi eventi di una stessa giornata (il giorno della Marmotta).

Sulla trasparenza (lanciata come lo strumento per consentire a tutti di poter valutare) è utile sottolineare che non è sufficiente evocarla perché si concretizzi: credo che nessuno sia contrario all’idea che il sistema sia meno opaco e sia, in generale, più equo. Ma il fastidio nasce dal modo semplicistico con cui questi temi vengono lanciati. Come fanno i cittadini a decidere se lo stipendio di un dirigente è troppo alto e soprattutto come fanno a capire la differenza tra i compensi se, per esempio, non viene pubblicata la parte “fuori busta”? Come fanno i cittadini a decidere che un Direttore Generale ha raggiunto i suoi obiettivi e come possono giudicare la qualità di questi obiettivi? Che strumenti hanno i cittadini per capire che differenza c’è fra una “consulenza vera” e una “consulenza mascherata”? Uno dei valutatori italiani più esperti dice spesso: “datemi dei numeri e vi dimostrerò una tesi e anche la tesi contraria”. La valutazione, che si trova alla base di questo concetto di trasparenza, è un complesso processo argomentativo e il rischio è che “dare i numeri” diventi un modo arbitrario di ricostruire una verità.

Infine, è indubbio che la parola ‘cliente’ si porta appresso significati legati al mondo del mercato ed è questa la ragione per cui, ciclicamente, si cerca di sostituire questo concetto (che pare possa favorire il miglioramento della risposta delle amministrazioni) al concetto più tradizionale di ‘utente’ dei servizi pubblici. Qualche tempo fa era molto gettonata anche l’idea di ‘azionista’, considerando che i cittadini pagano le tasse. Si tratta di decidere se debba prevalere un’idea “mercanitilistica” del rapporto tra pa e resto del mondo oppure se debba prevalere un’idea “umanistica”. E’ vero infatti che i cittadini pagano le tasse e che nei confronti dell’amministrazione hanno dei diritti ma, ognuno di noi è anche portatore di doveri civici. L’idea del cliente, in una società come la nostra -nella quale il cliente ritiene, pagando, di avere sostanzialmente solo diritti (il famoso “lavoro, guadagno, pago, pretendo”)- rischia di allontanarci dalla principale ragion d’essere delle istituzioni pubbliche: la creazione di valore pubblico e di beni comuni che non può essere completamente delegata dalla società civile alle amministrazioni.

In fondo è proprio questo elemento che rende particolari città come Reggio Emilia alle quali abbiamo sempre guardato come ad esempi: le istituzioni e le persone non sono entrate tra di loro in un dimensione “competitiva” ma “collaborativa” creando realtà economicamente sviluppate, luoghi in cui la cultura è una forma di crescita sociale, dove esiste il rispetto per la dignità e la libertà delle persone e, in generale, si tratta di città nelle quali la qualità della vita è tra le più interessanti del nostro paese.

Per una nuova cultura della valutazione

Mi preme partire dalle considerazioni di Federici che non mi sembrano corrette, o almeno, non mi sembra abbiano colto i contenuti del documento. Nel testo infatti da nessuna parte si dice che i cittadini non debbano essere coinvolti nel processo di valutazione delle performance di un’amministrazione, ma piuttosto che la valutazione va riferita alla qualità del servizio e non al singolo operatore, che è cosa ben diversa e peraltro condivisibile. Credo infatti che sia questo l’approccio giusto per far crescere una vera e “sana” cultura della valutazione. Troppe volte siamo portati a considerare la valutazione come un giudizio da esprimere sull’operato di qualcuno e di qualcosa, quasi fosse una spada di Damocle da brandire al momento opportuno. E proprio perché si usa questo approccio la valutazione è una modalità utilizzata solo formalmente dagli enti e che, diciamoci la verità non ha nessun impatto. In questi mesi, guardando all’operazione trasparenza messa in piedi dal Ministro, a colpirmi non erano tanto i livelli retributivi (credo che un dirigente pubblico debba essere pagato bene perché presiede delle attività di estrema utilità per la comunità) quanto il fatto che la quasi totalità avesse la retribuzione massima di risultato. Leggendo i dati mi sorgeva, infatti, sempre una domanda: “Ma come è possibile che si parla tanto di inefficienza della PA se gli indicatori di performance ci dimostrano il contrario?” Perché è così se ci pensate. Se tutti i dirigenti hanno il massimo della valutazione vuol dire che l’azienda raggiunge gli obiettivi, che funziona, che è efficiente, che produce valore per i cittadini, ecc. Eppure tutti siamo consci che non tutte le pubbliche amministrazioni sono così (anzi, purtroppo solo una piccola parte). Qualcosa non va allora!
E a mio modo di vedere finchè non cambierà la cultura della valutazione siamo ben lontani da trovare soluzioni. Non credo che un’agenzia nazionale possa risolvere il problema (non penso che la PA sia un corpo unico e indistinto, penso infatti che ogni singola amministrazione è caratterizzata dalle sue procedure, dalle sue prassi operative e che per tale ragione è giusto che ogni ente trovi quegli indicatori che ritiene più consoni per valutare le proprie performance), anzi creare un’altra struttura mi sembra proprio un’azione miope. E’ più importante provare a cambiare l’approccio con cui si gestisce la valutazione. La valutazione va, infatti, intesa e gestita come un momento di crescita, personale ed organizzativa. Questo, in particolare per il personale interno, non vuol dire non utilizzare la valutazione come strumento di meritocrazia, al contrario! E’ importante agganciare parte della retribuzione alle performance effettivamente rese (anche se qui gli enti un sforzo potrebbero farlo per far conoscere i criteri di valutazione inutilizzati, penso che la stragrande maggioranza degli operatori pubblici ignori tali criteri). Ma è più importante inquadrare la valutazione nella giusta prospettiva. Solo così non se ne avrà paura, solo così si potranno mostrare risultati negativi non per giudicare qualcuno o qualcosa, ma per utilizzare quei dati per individuare aree di miglioramento, percorsi virtuosi da intraprendere per migliorare i servizi o azioni formative in cui coinvolgere il personale. Dovrebbe essere questa direzione, piuttosto che brandire la valutazione come un’arma.
E come farlo? Con un’altra grande leva a disposizione delle organizzazioni pubbliche, spesso utilizzata solo in maniera formale: la formazione. A mio modesto avviso bisognerebbe investire in formazione (prima cosa a venir tagliata negli enti nei momenti di crisi), obbligare i dirigenti a partecipare alle iniziative formative (anche attraverso lo strumento della contrattazione decentrata) che gli diano le competenze per gestire dei gruppi di lavoro, per valorizzare quelle risorse “addormentate” “svalutate” “abbandonate” da anni. Penso che il capitale umano sia il più grande patrimonio a disposizione della PA e che svalutarlo come è stato fatto in questo periodo sia un’operazione che non va lontano. Co i tornelli abbiamo rinchiuso i loro corpi ma non catturato il loro cuore. Per far crescere le persone non bisogna indirizzarle, ma coinvolgere!
Un'ultimissima considerazione: io per la PA non voglio essere un cliente, mi sembra riduttivo, mi sento anche un socio, o se preferite un azionista, pagando le tasse!!!

Non credo che questa sia l'impostazione giusta...

Caro Carlo,
il comune di RE è certo tra quelli più virtuosi sotto diversi profili e posso capire la stizza di chi si sente confuso con altri cui meglio si riferiscono i giudizi tranchant, forti (a volte brutali), che da molto tempo sono nella vox populi, e da un po' nei commenti del ministro.
Tuttavia, la gran parte del resto della PA ha comportamenti e risultati ben lontani da quelli del comune di RE, e questo proclama può rappresentare per le PA meno virtuose (e per i loro dirigenti, funzionari, impiegati) uno scudo formidabile dietro cui ripararsi per evitare qualsiasi azione che possa forzare cambiamenti nei comportamenti (e chissà, con il tempo nella cultura organizzativa).
Per essere più chiaro, le mie forti perplessità si riferiscono in particolare a:
- cancellazione del concetto di "cliente" per il cittadino: è vero, non lo è per diversi aspetti (anche se ci sono rilevanti eccezioni, pensiamo all'attrazione degli investimenti nei territori), ma il concetto di cliente spinge le amministrazioni a prestare attenzione nei rapporti, a curare il prodotto offerto ecc... La sua cancellazione, invece, indebolisce la posizione del cittadino come stakeholder di una amministrazione che ha già di per sé una posizione monopolistica
- la trasparenza è un valore assoluto, e i distinguo proposti qui mi sembrano veramente deboli. Il nostro paese ha un deficit fortissimo in questo senso rispetto ad esempio ai paesi del nord-europa, e ciò non fa che premiare chi è già dentro, chi è inserito neinetwork "giusti" ecc..., oltre a tutelare comportamenti indebiti facili da mettere in pratica in contesti opachi. W i paesi scandinavi, dove telefonando posso sapere lo stipendio di un qualsiasi dipendente pubblico, dove i ministri vengono cacciati sulla base dei rendiconti (pubblici) sull'uso delle carte di credito di servizio e dove (forse non è un caso) la corruzione è la più bassa al mondo,
- efficienza e qualità: qui mi sembra che il documento vada proprio fuori strada. Si dice che l'amministrazione si valuta bene da sola (e già questo mi forti difficoltà ad applicarlo ad amministrazioni diverse dal comune di RE), e che i cittadini non devono partecipare alla valutazione, e che semmai tali giudizi minerebbero la "serenità dei lavoratori". A parte il fatto che sono infiniti i contesti nei quali chi deve rendere un servizio o prodotto sa di essere costantemente soggetto a valutazioni che possono decidere la sua fortuna, questa impostazione ha una deriva pericolosissima (e che già abbiamo sperimentato a fondo) verso l'autoreferenzialità delle PA, incarna una visione paternalistica e rafforza ancora di più l'asimmetria di potere tra PA e il cittadino come stakeholder.

Mi sa che l'ho fatta lunga, scusa...
Ciao
Tommaso