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Il Comune di Bologna "sdogana" il Peer to Peer

Finanziato dal programma europeo eTen, il progetto P2P for Major Events ha portato il Comune di Bologna a sperimentare durante l'ultimo Motor Show la modalità di scambio peer to peer tra i visitatori della fiera per produrre e condividere informazioni e materiali sui vari eventi a cui partecipavano. Un progetto semplice che però racchiude un concetto interessante: la società della conoscenza si fonda sulla condivisione delle informazioni e la Pubblica Amministrazione dovrebbe facilitare questi processi.

Il progetto
Avviato nel settembre 2006 il progetto europeo "P2P for Major Events" ha visto il coinvolgimento di tre municipalità, dell'Università di Lubiana e di diversi partner tecnologici. L'obiettivo principale era quello di testare la fattibilità socio-economica di un nuovo servizio elettronico, fondato sulla condivisione delle informazioni da parte degli utenti attraverso una rete di scambio peer to peer. Servizio che in futuro avrebbe potuto essere lanciato sul mercato per migliorare l'offerta di servizi turistici e culturali delle città, ma non solo. In particolare i tre Comuni coinvolti hanno avuto il compito di sviluppare delle sperimentazioni su campo, in altrettanti grandi eventi tenutisi sul loro territorio: il "Vallparadís Park Picnic Jazz" nel marzo 2007 a Terrassa, il "Old Town Festival 2007" di giugno a Saarbrueken ed infine il Motoshow di Bologna del dicembre scorso. Il 14 e 15 dicembre, infatti, durante la manifestazione automobilistica di Bologna, 80 visitatori-sperimentatori hanno avuto l'incarico di testare la nuova applicazione pensata per trasformare ogni utente in un creatore e diffusore di contenuti e di informazioni. Attraverso un telefono cellulare collegato alla rete ognuno di essi è stato chiamato condividere le proprie sensazioni ed esperienze riguardo gli innumerevoli eventi che si svolgevano nei padiglioni della Fiera attraverso la chat o l'upload ed il download di fotografie ebrevi filmati, dando vita a delle vere e proprie community di analisi e giudizio. Dopo il progetto del Museo diffuso di Torino, aumentano, quindi, le sperimentazioni di servizi al cittadino nate sfruttando al conoscenza diffusa.

Condividere da pari a pari
Il termine peer to peer è entrato nel nostro linguaggio quotidiano in un'accezione negativa, generalmente associato allo scambio di contenuti protetti dalla legge sul copyright e, quindi, illegale. Il merito del progetto appena descritto, invece, seppure piccolo, sta proprio nell'aver ridato il giusto valore alle parole, riconoscendo un ruolo importante alla condivisione della conoscenza: il peer to peer è un modo di comunicare. Agli esordi di internet la rete era organizzata quasi esclusivamente su un sistema client server, ossia molti migliaia di utenti della rete fruivano delle informazioni messe a disposizione da pochi server. Il peer to peer (letteralmente da pari a pari) ha ribaltato questa visione, creando una dimensione di comunicazione tra pari dove ogni utente diviene un nodo di comunicazione indipendente dal server. In questa nuova rete ogni nodo ha il medesimo valore del vicino e tutti insieme concorrono alla creazione dal basso del valore. In un articolo di Giuseppe Nicolosi pubblicato sulla rivista "Il Secolo della rete" il lavoro collettivo prodotto degli utenti della rete viene paragonato non ad un'opera ingegneristica avanzata come il "Ponte sullo stretto", bensì ad un ponte di barche, un'opera creata ad hoc con il contributo di tutti e destinata a mutare, a spostarsi e, se avrà successo, magari a cementarsi tramutandosi, nel tempo, in un ponte in pietra. I meet up, il crossboking, il car sharing i gruppi di acquisto solidale e perché no anche il p2p sono l'espressione di questa potenzialità della rete. Peer to peer non è solo download illegale è, infatti, anche il sistema alla base di potenti reti di ricerca, di calcolo complesso, o di sistemi di sicurezza e privacy.

Diffondere il sapere o salvaguardare il diritto d'autore?
L'epiteto di "società della conoscenza" attribuito all'epoca in cui viviamo, non è una locuzione giornalistica o un espediente letterario per descrivere i nostri giorni, ma è una definizione corretta della rivoluzione nata a partire dalla diffusione delle tecnologie di connessione e di rete. La fruizione della conoscenza è l'aspetto fondante di questa società ed è ciò che la contraddistingue da quelle precedenti. Se nella società industriale la diffusione della conoscenza era un elemento che affiancava la produzione, ora è un elemento strutturale che vive di per sé ed anzi è esso stesso contemporaneamente oggetto e fondamento della produzione. Le comunità di pratica che esistevano già prima della rete, ma che internet ha contribuito ad alimentare accrescendole in maniera esponenziale sono arrivate a coinvolgere tutti i campi della conoscenza fino a diventare delle vere e proprie comunità di apprendimento ed accrescimento culturale. Proprio basandosi su queste convinzioni molti studiosi, commentatori ed "innovatori" protagonisti della rete, si sono battuti e lo stanno facendo tuttora per ridurre la portata della protezione intellettuale, vista a volte come ostacolo al cambiamento e come fattore consolidante delle oligarchie, in favore della libera circolazione di idee e conoscenza. A tal proposito abbiamo scelto di approfondire un aspetto particolare della condivisione della conoscenza, quello che tocca più da vicino la copia delle opere di ingegno e il copyright. Lo abbiamo fatto intervistando Maria Chiaia Pievatolo, docente di filosofia politica presso l'Università di Pisa ed esperta di pubblicazione ad accesso aperto, che ci ha presentato il proprio pensiero in tema di diritto d'autore e di diritto dell'autore, distinguendoli nettamente dal diritto dell'editore.

 

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