Intervista

Nuovi modelli di erogazione di servizi on line

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by crumpart

Il Wireless Campus dell’Università di Urbino è una rete wireless che va molto al di là del territorio comunale, estendendosi dall’Appennino all’Adriatico, con alcune isole in Friuli e che, invece di collegare direttamente alla rete dell’ateneo, permette a chiunque ed in maniera totalmente libera di usufruire di una serie di servizi. Un recente accordo con FON, infine, ha fatto raggiungere alla rete una connotazione internazionale. Ne abbiamo parlato con Alessandro Bogliolo responsabile di UWiC Urbino Wireless Campus - Università di Urbino.

Il principio di neutralità di internet è il fondamento in base al quale la rete consente di veicolare traffico indipendentemente dal contenuto.
Fortemente radicato sia dal punto di vista tecnologico che etico e commerciale, il principio di neutralità è il vero segreto e successo di internet degli ultimi decenni. Svincolando il problema del trasporto dei dati dal problema dell’ideazione e dello sviluppo dei servizi erogabili in rete, la neutralità ha consentito, a chiunque fosse in grado di produrre una nuova applicazione, di metterla on line senza doversi far carico del trasporto dei dati e senza dover chiedere nulla a nessuno. 
Partendo proprio dal principio della neutralità ha preso avvio il Wireless Campus dell’Università di Urbino, una rete wireless che va molto al di là del territorio comunale, estendendosi dall’Appennino all’Adriatico
, con alcune isole in Friuli e che, invece di collegare direttamente alla rete dell’ateneo, permette a chiunque ed in maniera totalmente libera di usufruire di una serie di servizi. Un recente accordo con FON, infine, ha fatto raggiungere alla rete una connotazione internazionale.

Un progetto davvero interessante non solo dal punto di vista del front end e dei servizi agli studenti e alla popolazione di Urbino, ma soprattutto dal punto di vista della sostenibilità del modello (tutto italiano) e delle implicazioni che questo tipo di approccio “neutrale” potrebbe avere in tema di lotta al digital divide. Ne abbiamo parlato con Alessandro Bogliolo responsabile di UWiC Urbino Wireless Campus - Università di Urbino.

Quale è l’aspetto della neutralità di internet che vi ha colpito di più nella realizzazione del progetto UWiC?
Il tema della neutralità delle reti di accesso è un tema che ho cominciato a trattare sperimentalmente prima che da un punto di vista teorico, nel senso che l’idea nata con Urbino Wireless era quella di dare vita ad una rete senza fili che coprisse tutta l’estensione dell’Università di Urbino e che potesse offrire servizi, non solo agli studenti, ma anche al territorio. È per questo che abbiamo creato una rete di accesso dotata di una dignità propria ed indipendente dalla rete dell’ateneo, perché in questo modo chiunque poteva  accedervi senza compromettere la sicurezza di alcunché. Una rete completamente aperta.

Una piccola intranet?
Non proprio una intranet, innanzitutto perché è libera, in secondo luogo perché, all’interno di questa rete, non è solo l’Università ad offrire alcuni semplici servizi, ma anche altri soggetti, come l’amministrazione comunale che ha scelto di erogare servizi ai cittadini, informazioni turistiche e molto altro.
Inoltre a partire da questa rete, attraverso un portale di identificazione, si può accedere alla rete dell’ateneo e usufruire di tutti i servizi per gli studenti, oppure connettersi ad internet, attraverso un normale provider commerciale.
Con il passare del tempo e con il maturare di alcune nostre scelte, ci siamo accorti che il concetto di neutralità del nostro progetto, poteva risultare particolarmente utile se questa rete si fosse estesa sia da un punto di vista territoriale che dei partner coinvolti.

Che tipo di novità contiene questo approccio?
Le reti di accesso sono quelle che forniscono accesso ad internet. In pratica nel modello tradizionale ogni utente si rivolge ad un provider e, fintanto che non si autentica con il proprio provider, è scollegato dalla rete.
La nostra idea è quella di costruire una rete di accesso che, prima ancora di fornire accesso ad internet, sia uno spazio a cui chiunque si può collegare. In quello spazio, staccato da internet, possiamo erogare servizi che non hanno la pretesa di essere tanto interessanti quanto l’infinità di informazioni e di servizi che un utente potrebbe trovare in internet, ma che possono fornire un primo nucleo di servizi indispensabili, come le informazioni che un comune da ai propri cittadini.

Ma i comuni offrono già questo tipo di informazioni!
Certamente! Ma mentre con il modello tradizionale una pa che offre dei servizi ai cittadini, anche i più blandi e i meno interattivi, deve necessariamente avere la mediazione di un provider, e quindi far sostenere un costo ai propri cittadini, con questo modello non è così e la pubblica amministrazione, o qualunque altro soggetto, può scegliere che tipo di servizi offrire liberamente e quali, invece, erogare tramite autenticazione.
Pensi che spesso, ad esempio nelle zone soggette a digital divide, si crea il paradosso per cui l’amministrazione prima finanzia l’infrastruttura di rete di accesso, perché nessun privato si vuole sobbarcare l’onere economico, ma dopo non può fare altro che dare questa rete in gestione ad un provider.

Tutto ciò è superabile, senza che le amministrazioni si mettano al posto dei provider?
È superabile proprio attraverso il modello proposto dalla nostro laboratorio, ossia pensando ad una rete di accesso assolutamente libera fintanto che la si usa per fruire di servizi pubblici erogati dalla pa, ma che pretende autenticazione e, quindi, pagamento, nel momento in cui l’utente decide di usarla per uscire verso internet.
Non si tratta di un valore esclusivamente sociale o demagogico come quello di fornire servizi gratis, ma è un modo per massimizzare gli investimenti pubblici creando non una rete vuota, ma un’infrastruttura in grado di sfruttare a pieno le proprie potenzialità per offrire servizi a chiunque, magari anche a chi, come i turisti, non è un utente residenziale e quindi, non può avere un contratto con un provider locale.

Dal un punto di vista dell’utente in cosa di traduce?
Tutto il nodo del progetto è ad un livello di backoffice, mentre dal lato utente l’utilizzo è il più semplice che si possa immaginare. Chi entra in prossimità del segnale, attraverso qualunque elemento di connetti
vità (cavo, doppino telefonico o segnale radio) non deve fare altro che aprire il proprio browser e navigare dentro un portale. È semplice, non c’è bisogno di nessun tipo di contratto, di scheda o di autenticazione e, soprattutto, non si vìola nessun tipo di normativa. La legge, infatti, prescrive che chiunque navighi in internet debba poter essere identificato, attraverso una procedura di autenticazione, ma questo spazio virtuale non è ancora internet. Come dicevamo, è uno spazio di navigazione libera, utilizzato per erogare servizi liberi, scelti dai vari soggetti che li erogano. Qualora l’utente voglia accedere ad altri servizi, o navigare in tutta la rete internet, non deve fare altro che autenticarsi con un provider e collegarsi.

Il modello è sostenibile?
Quello che stiamo studiando è proprio la sostenibilità economica di questo modello. Per quanto mi riguarda sono sicuro che, almeno in determinate situazioni, come quelle in cui è presente un forte digital divide, il modello sia più sostenibile di quello tradizionale. I provider che possono aver interesse ad offrire i propri servizi su una rete di accesso neutrale, infatti, sono, potenzialmente, più d’uno. A questi, poi, vanno aggiunti altri soggetti, come le pubbliche amministrazioni, in una logica di servizio, o gli operatori locali, in una logica di pubblicità della propria atti
vità. Rispondendo ad esigenze multiple, quindi, la rete di accesso neutrale possiede maggiori elementi di sostenibilità.

Inoltre nel corso di un convegno che abbiamo tenuto la settimana scorsa è emerso un vantaggio che non avevamo mai considerato: se una rete di accesso neutrale eroga servizi, per quanto esigui essi possano essere, rispetto alla totalità di internet, il fatto stesso che quei servizi siano gratuiti e più accessibili di altri può servire a combattere il digital divide di tipo culturale. Chi non conosce internet ha un forte pregiudizio nei confronti della navigazione in rete, specialmente in relazione alla soglia economica di accesso. Superato questo scoglio magari le persone si renderanno conto che la rete può servire davvero a qualche cosa e forse, può avere la pena investire in un canone mensile a pagamento.
Non si tratta di assistenzialismo quindi, ma di un investimento lungimirante che potrebbe fare da volano allo sviluppo di un mercato anche in realtà in cui questo mercato ancora non esiste Gli aspetti, come si vede sono molti, si tratta di studiarli ed approfondirli.

Questa è un’idea che nasce all’interno del laboratorio o esiste un dibattito internazionale?
L’idea è nata in seno al nostro progetto e alla nostra esperienza. Volevamo una rete che uscisse dai confini degli edifici universitari e abbiamo cercato altri soggetti con le stesse esigenze, cominciando a concepire un modello che consentisse a tutti di sfruttare la stessa infrastruttura. Il modello è piaciuto ed ad oggi i partner sono più di 50. Di questi nessuno lavorava già ad un progetto simile, ma ciascuno ha trovato conveniente partecipare al progetto grazie ad apposite convezioni che abbiamo studiato affinché si riuscisse a creare valore aggiunto per entrambe le realtà.
Ad esempio tra questi 50 partner, da poco, è presente anche la rete FON, una comunità wireless internazionale basata sul concetto di condivisione di accessi internet da parte degli utenti. Il nostro progetto ha poco a che fare con FON in termini di obiettivi e finalità, tuttavia il valore interessante dal nostro punto di vista risiedeva nel meccanismo di condivisione degli accessi e nella possibilità di creare una comunità internazionale.

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