Articolo

La (non)comunicazione nell’era dei fannulloni

speech

by Tim Morgan

Rovesciamo la prospettiva dell’editoriale: se chiarezza, tempestività e trasparenza di informazione sono fondamentali per i cittadini, quanto più – e prima - devono esserlo per i dipendenti delle pubbliche amministrazioni? Il campanello d’allarme, ancora una volta, arriva dai commenti dei nostri lettori che aprono un altro fronte sul tema PA: per una volta non rapporto PA/cittadini, ma PA/impiegati, l’asse si sposta dalla customer satisfaction alla employee satisfaction.

La PA non comunica, non incentiva, non premia, non coinvolge: più che uno sfogo, ci sembra il naturale sentimento di disagio di chi si è trovato ad essere, suo malgrado – e con le dovute eccezioni - nella scomoda posizione di capro espiatorio delle inefficienze della Pubblica Amministrazione. “La comunicazione interna è il punto nevralgico per far sentire la persona che lavora all’interno dell’organizzazione parte di un sistema, di cui condivide attività e obiettivi. A patto che non sia fine a se stessa, ma integrata in un’ottica strettamente sistemica, legata alle altre variabili del marketing mix, al lavoro, al rewarding, al pacchetto retributivo e, nel complesso, al luogo di lavoro”. Alberto Padula è professore incaricato di Economia e gestione delle imprese di pubblici servizi all’Università di Roma Tor Vergata, da anni interessato ai temi del “marketing dei servizi” all’interno delle Pubbliche Amministrazioni e tra i primi, in Italia, ad essersi occupato della centralità delle persone per la qualità dei servizi pubblici*.

Proprio sulla comunicazione interna – o meglio sulla mancanza di comunicazione – arrivano dai nostri lettori le manifestazioni di disagio più forti: è una percezione di estraneità rispetto agli obiettivi della struttura in cui si lavora e di isolamento rispetto alla formazione dei processi produttivi. Eppure nei confronti del dipendente la PA dovrebbe mettere in atto tutte quelle azioni che solitamente sono rivolte al consumatore finale, ovvero vendere il lavoro ai propri dipendenti così come farebbe con il suo miglior prodotto. Questo è strategico per la stessa percezione che i cittadini hanno della capacità di servizio di un’amministrazione. “La soddisfazione del cittadino è lo specchio, la prova della presenza di dipendenti soddisfatti.” – spiega Padula – “Nella PA noi eroghiamo servizi che sono ad alta intensità di personalità: quando accediamo a un pubblico servizio abbiamo a che fare con delle persone e molte volte valutiamo la qualità del servizio in base al comportamento di queste persone. In altre parole c’è un rapporto diretto tra le persone dell’organizzazione e il successo dell’amministrazione”.

Nei manuali di organizzazione questa cosa si chiama benessere organizzativo concetto stigmatizzato, nel 2004, da una Direttiva con cui il Ministro per la Funzione Pubblica ha inteso sostenere la capacità delle amministrazioni pubbliche di attivarsi, oltre che per raggiungere obiettivi di efficacia e produttività, anche per realizzare e mantenere il benessere fisico e psicologico delle persone. (non)Comunicazione a parte, altri meccanismi interni non sembrano funzionare. “Il passo successivo” continua a spiegarci Padula – “consiste nell’orientare al merito ed all’obiettivo anche i sistemi di carriera all’interno del sistema pubblico. Esistono meccanismi di selezione nella PA, evidenti a tutti, che non sempre sono in grado - come avviene nell’impresa privata - di costruire un percorso di carriera specifica attorno a determinate professionalità. Spesso le retribuzioni ad incentivo vengono percepite dalle persone in modo iniquo, proprio per la loro incapacità di mostrare in modo trasparente la relazione esistente tra premio e prestazione. La PA non riesce a dimostrare queste relazioni perché si basa ancora sul elementi punitivi - da un lato - e di salario fisso e incentivazioni a pioggia – dall’altro”. Questo non consente di far emergere le singole capacità delle singole persone: come lavoratore, per sentirmi parte di un’organizzazione alla quale sono legato e nella quale passo la gran parte della mia vita, ho bisogno di avere riconoscimenti altri rispetto alla retribuzione: di carriera, per esempio, o di formazione per lo sviluppo professionale. Questo è un punto dolente, che emerge anche, e spesso, nei contributi al nostro blog: è mai possibile – si chiede e ci chiede un lettore – che bisogna ancora andare avanti con quiz di diritto pubblico e privato, facendo totale astrazione dall’esperienza documentabile? È, ancora una volta, l’esigenza di riconoscimento che viene fuori, a tutti i livelli. Anzi. “Ho sempre lavorato sul concetto della piramide rovesciata:” conclude Padula ”secondo me è molto più importante, ai fini dei risultati aziendali, coinvolgere la base piuttosto che il vertice, anche perché il vertice è comunque molto più coinvolto e più collegato alla propria organizzazione”.

Quella che nel libro verde sul futuro del sistema di Welfare in Italia il Ministro Sacconi chiama “la vita buona nella società attiva” è il modello da replicare all’interno delle organizzazioni pubbliche come e più che in quelle private perché più che in ogni altro contesto organizzativo il benessere delle persone che ci lavorano si trasforma in valore aggiunto per i cittadini.


* “La centralità della persona per la qualità dei servizi pubblici”, di Alberto Padula, apparso sul n. 35 della Rivista Italiana dei Comunicatori Pubblici

Your rating: Nessuno Average: 3 (1 vote)

Commenti

Feedback sul lavoro svolto

Concentrandosi sulla comunicazione interna, come ci dice Alberto Padula, sarebbe necessario orientare al merito ed all’obiettivo anche i sistemi di carriera all’interno del sistema pubblico. Un merito che andrebbe determinato sulla base di un sistema di valutazione a due vie: da capo a collaboratore e da collaboratore a capo. Il capo potrebbe essere un qualsiasi dirigente pubblico, un Direttore delle scuole elementari, un Preside delle scuole superiori, un Rettore, ecc… Quindi, un sistema che permetta di ricevere un feedback sul lavoro svolto. A tutti noi piacciono i riconoscimenti concreti, denaro sopra tutto. Ma anche un apprezzamento, un miglioramento di carriera, un “premio” che vada ad incidere sul nostro bisogno di autorealizzazione, sarebbe gradito, o semplicemente, a volte basterebbe avere una risposta al nostro lavoro: lo stiamo svolgendo nel migliore dei modi? Possiamo migliorare? Possiamo crescere? Sono un buon capo? Sono un buon collega? Dare un feedback vuol dire comunicare, e forse con il dialogo le prospettive potrebbero ampliarsi. Dire la verità è difficile, ma con strumenti giusti e provvedimenti adeguati le persone lavorerebbero meglio, sia nel pubblico, sia nel privato. In Italia stiamo cercando di sviluppare questa mentalità anche se, a mio avviso, ancora di strada ce n’é tanta da fare. Gli strumenti d’incentivazione sono diffusi a macchia di leopardo, ma se si parla così intensamente di questo tema, allora vuol dire che stiamo andando nella direzione giusta.

Feedback sul lavoro svolto

Gentile dottoressa, io sono una dipendente pubblica con anzianità di servizio superiore al doppio della sua età, dedotta dall’intervista trovata su internet. In sintesi, lei proporrebbe che un merito andrebbe determinato sulla base di un sistema di valutazione a due vie: da capo a collaboratore e da collaboratore a capo, ritenendo, a sostegno della sua tesi, che in Italia si sta cercando di sviluppare questa mentalità con strumenti d’incentivazione.
La mia realtà lavorativa non mi fa percepire nulla di tutto ciò, tenuto conto che i meriti, per essere tradotti in denaro, vanno stabiliti con criteri oggettivi (quando vanno oltre i meriti ordinari) e giustificati con capitoli di spesa (oggi inesistenti); che l’attuale organizzazione della PA, benché riformata, continua a fare riferimento ad un impianto gerarchico che affonda le sue radici nella vecchia mentalità dello stato monolita e che è tanto benvoluto anche dalle nuove giovani leve dirigenziali. Io ho avuto modo di collezionare una raccolta di circolari di servizio e le posso dimostrare che i toni perentori di oggi sono l’antitesi del benessere organizzativo in quanto più appuntiti (mi conceda il termine) di quelli di quindici, venti anni fa, quando la vecchia amministrazione era come un bradipo tranquillo e solido. Non so quanto sia praticabile il feedback sul lavoro svolto, a fronte della quantità di mobbing presente nella PA, posto che per mobbing intendo il feedback al negativo.
Ciò premesso, visto che il suo intervento è stato considerato costruttivo da qualcuno, le sarei grata se potesse abbozzarmi uno schema di provvedimento normativo in cui un legislatore (o un ministro) potrebbe concretizzare l’applicazione della sua proposta. Tanto per comprendere come una persona giovane possa cogliere certi aspetti praticabili invisibili alla mia età.

Come dicevo, c’è ancora

Come dicevo, c’è ancora molta strada da fare, e le assicuro che anche io spesso sono profondamente delusa dal mondo del lavoro. Soprattutto perché le premesse sono sempre più positive della realtà che è necessario affrontare. Quello che intendevo sottolineare nel mio commento è che non dovrebbe essere difficile ricevere un feedback sul lavoro svolto, positivo o negativo che sia, perche è un “diritto” di ciascuno. Magari basterebbe organizzare dei momenti di incontro annuali, nei quali definire gli obiettivi individuali e gestire i risultati ottenuti confrontandoli con gli obiettivi dell’anno precedente. Per far questo in modo “scientifico” ci sono molti metodi, dalle scale di valutazione qualitative a quelle quantitative. Confrontarsi e avere degli obiettivi permette di sapere cosa si sta facendo e dove si sta andando. In quest’ottica un appropriato percorso formativo, per esempio, potrebbe essere una buona scelta incentivante (non solo denaro quindi). Non solo per chi inizia un nuovo lavoro, ma anche per chi ha sviluppato già una certa maturità. La formazione è una risposta a ciò che faccio, alle necessità che ho, a ciò che voglio diventare o continuare ad essere. Ho detto che si sta cominciando a comprendere quanto sia importante la gestione soft delle risorse umane perché esistono alcune direttive, come la Direttiva 198 del Dipartimento della Funzione Pubblica del dicembre 2006 (per citare una che conosco), nelle quali si parla di voler creare una pubblica amministrazione di qualità, attraverso l’autovalutazione (CAF) e la definizione di specifici obiettivi di qualità per i dirigenti. Auspico che questa strada continui ad essere percorsa e si concretizzi, perché il mondo del lavoro possa migliorare davvero.

Feedback

Finalmente un commento sensato, focalizzato, costruttivo. Fornire feedback su un determinato lavoro e/o su una situazione più ampia costituisce l'essenza della comunicazione e lo strumento insostituibile per migliorare. Ma, giustamente, l'utilizzo di tali strumenti deve essere incentivato in vari modi, soprattutto creando il clima adatto in senso tecnico e psicologico: è un passaggio impegnativo e non facile, ma questo non giustifica alcuna dilazione nell'affrontarlo. Come dicono i cinesi, un miglio o mille miglia cominciano con un passo.

Human satisfaction

Qualsiasi organizzazione non può fornire un prodotto, tangibile o intangibile, di qualità superiore a quella dell'organizzazione stessa. Un'organizzazione di qualità è composta da membri consapevoli, responsabilizzati e motivati perché compartecipi nella definizione e nel raggiungimento di obiettivi condivisi. La consapevolezza trae origine dall'informazione diffusa a tutti i livelli, nel rispetto dei ruoli e delle valenze dei singoli resi destinatari ed attori di un processo informativo e formativo di assoluta trasparenza. La "human satisfaction", perno centrale del benessere organizzativo, è frutto primario di tale processo.
Noi italiani, tendenzialmente chiacchieroni, non abbiamo una vocazione per la comunicazione strutturata e proficua. Ci muoviamo tra due estremi: l'autoritarismo e l'autocensura volta ad evitare di dire verità che riteniamo possano dispiacere al nostro interlocutore. La cultura del "pensa i fatti tuoi" assume sempre connotazioni deformanti e non favorisce certo processi "autofertilizzanti" di scambi di opinioni mirati ad innescare travasi osmotici di esperienze e conoscenze.
Se la comunicazione interna costituisce già un problema nelle micro organizzazioni, è facile immaginare le difficoltà che essa incontra nelle grandi dimensioni e nella PA in particolare. Non si può affrontare il viaggio con un equipaggio che non è informato su dove si trova e dove va la nave e con un comandante che non conosce e/o non sa valutare valori e limiti dei suoi uomini. La consapevolezza della "sorte comune" è essenziale per percepire la centralità della persona nella catena interna fornitore-cliente che anima e spinge un'organizzazione verso obiettivi comuni. E' mia convinzione che il percorso per fare sistema, valorizzando contestualmente le individualità (non solo nella PA)sia piuttosto arduo, in carenza diffusa di una propensione (leggi, educazione) a fare un passo avanti per avvicinarci al nostro interlocutore onde ascoltarlo meglio.

Human satisfaction

Io tralascerei filosofie cervellotiche e cercherei di essere più concreto: la non comunicazione (intra/inter) gli uffici è resa difficile dal fatto che come fai, sbagli e, quindi, per non sbagliare, non fai o non dici. Questo è QUANTO VOGLIONO I CAPI!. Ma, a prposito di CAPI, guardiamo più avanti in relazione al cd asse che si sposta dalla customer satisfaction alla employee satisfaction. Oggi i portatori di interessi (quei soggetti tanto amati da Brunetta) della scuola, che a mio avviso sono parte della PA (genitori, studenti, docenti, ecc.) sono tutti in seria rivolta verso i provvedimenti in corso di adozione da parte del Governo. Questo, in sostanza, è un lampante esempio di una comunicazione che interessa sia la customer satisfaction che la employee satisfaction. E il Governo (i CAPI)che fa? Vorrebbe, in sostanza, che nessuno protestasse, ovvero che nessuno esprimesse quel previsto grado di satisfaction.
Quindi, prima di affrontare i problemi di satisfaction, ritroviamo tutti con impegno quella coerenza perduta su vari fronti.
Le chiacchiere stanno a zero. Grazie.

Human satisfaction

Mi pare che Gianfranco faccia una diagnosi concreta: la comunicazione interna nella PA è ostacolata da una volontà precisa dei CAPI per interessi non meglio specificati. In tal caso la terapia sarebbe altrettanto implicita e concreta: rimuovere i CAPI e sostituirli con quelli idonei. Il discorso diventa meno chiaro laddove Giangranco identifica i CAPI con il Governo e, a ruota, passa al problema scuola dove tutti, sempre secondo Gianfranco, genitori, studenti, docenti sono contro il Governo stesso, quindi contro i CAPI.
Il problema posto mi sembrava più generale e sostanzialmente diverso. Ogni giorno migliaia e migliaia di cittadini di tutto il Paese, anche se non scendono in piazza, lamentano la sussistenza di un dialogo PA -cittadini a dir poco nebuloso, tendenzialmente arrogante e vessatorio. Questa esperienza la vivono da una vita, sia nel dialogo per iscritto, sia quando si recano ad uno "sportello" di una qualsiasi istituzione assegnabile alla PA dove la lingua ufficiale è il burocratese, con varianti regionali. E' verosimile che l'attuale governo, istituendo anche un Ministero per la "semplificazione", abbia peggiorato le cose, ma non si spiega come mai la situazione delineata esista da sempre, con decine di Governi alternatisi alla guida del Paese nella sua storia recente e meno recente.
Conclusione: Gianfranco ammette, astraendo dalle cause, che la comunicazione interna nella PA è resa impossibile. Se così è, come possiamo attenderci che la comunicazione PA - cittadini sia diversa o addirittura migliore? La mia è e resta un'opinione, ma non ravviso alcun contributo concreto come sembrava promettere l'esordio del commento di Gianfranco.

Human satisfaction

Gentile Vincenzo, evinco, dal suo intervento di apertura e dalla risposta fornitami, il suo ruolo di moderatore. E sicuramente, secondo le consuetudini, lei sarà attrezzato in materia. Purtroppo, a me gli schemi convenzionali non piacciono e, pertanto, esprimo il mio ragionamento con la massima praticità e trasparenza. Detesto la consuetudine, ipocritamente aziendalistica e attinente alla deriva culturale del nostro paese “ridicolo”, di chi va sempre alla ricerca di contribuiti da parte del prossimo. Io ho solo piacere di intervenire a questa discussione - in quanto funzionario dello Stato o “civil servant” con addosso numerose sudate primavere - per dire la mia opinione, condivisibile o meno, in termini di esperienza maturata negli anni, ma i contributi concreti li lascio ai tanti esperti e addetti della pubblica amministrazione che sono stati chiamati e pagati, con i soldi miei e di altri (non so … di lei), per trovare le soluzioni tecniche e tecnologiche all’argomento in questione, in cui, allo stato, si chiacchiera molto e si comunica poco.
Non per questo io non saprei ravvisare contributi concreti al miglioramento della comunicazione tra i vari attori, anzi tutt’altro. Dal mio osservatorio non si possono avere idee non chiare.
Ed invero, il mio discorso per lei poco chiaro, a proposito dei CAPI identificati con il Governo, voleva essere un modo per far comprendere che la “posizione” di chi scrive e, quindi, comunica, essendo prossima ad una autorità governativa, rispecchia quel preciso impulso definito con i caratteri maiuscoli.
Ora, se mi consente, traggo la mia conclusione: la comunicazione è resa difficile anche dalla variabilità (emotiva, culturale, ambientale, ecc.) delle capacità ricettive dei soggetti destinatari.
In tal senso, grandi maestri della comunicazione sono gli inglesi, perché possiedono un vocabolario ridotto, una sintassi essenziale, molte frasi idiomatiche, quindi dirette, precise, univoche, ecc. Noi, solo il burocratese, nonostante il processo di svecchiamento già in corso nella PA da vari anni. Purtroppo, a mio avviso, nella nostra PA anche i manager in carriera andranno avanti a patto che non si cambi la burocrazia con i suoi torbidi effetti.

Human satisfaction

Signor Gianfranco, la ringrazio innanzi tutto per la sua cortese quanto compita risposta. Poiché il suo scritto stimolerebbe varie riflessioni, tento di essere il più conciso possibile in forma schematica:
a. Non sono moderatore di alcunché, né sono attrezzato secondo consuetudini che lei cita e che io ignoro;
b. Non ritengo di appartenere ad un Paese “ridicolo”: nonostante tutto, sono orgoglioso di essere italiano;
c. Ho lavorato per lungo tempo in aziende grandi e piccole ed oggi sono ingegnere libero professionista. Data la mia lunga consuetudine aziendale è probabile che, senza saperlo, sia un ipocrita aziendalista, anche se non afferro il significato di questo enunciato;
d. Intervengo in questo blog ed in altri proprio perché credo nei contributi del mio prossimo: sono certo che se qualcosa di buono c’è in me, per l’80% lo devo proprio al confronto con gli altri;
e. Se la PA ha speso soldi per tanti esperti non ho dubbio che a pagare siamo noi cittadini: il suo interrogativo in proposito, per quanto riguarda la mia persona, può destare in me solo perplessità;
f. Non ho il minimo dubbio che lei sia in grado di fare proposte concrete: ho solo affermato che non le ho individuate nel suo intervento. Mi permetto di affermare che se ha idee concrete ha il dovere, come chiunque altro, di farle conoscere;
g. Quanto ai CAPI, ho ripetuto la sua grafica non certo per fare sarcasmo da quattro soldi. Ho messo semplicemente in evidenza che non ho capito se tali soggetti sono i Dirigenti della PA o il Governo: ai fini della nostra discussione non è una differenza da poco;
h. Comprendo benissimo che chi è vicino, non per scelta, al potere politico non è in una posizione agevole per esprimere le proprie idee. Per dovere di obiettività rilevo che ovunque, sia nel pubblico, sia nel privato esistono monopoli che inducono all’esercizio e all’abuso del potere di posizione. Di più: potrei portare esempi, peraltro noti a noi tutti, di comportamenti vessatori da parte di organizzazioni private che eserciscono servizi di pubblica utilità;
i. Concordo in pieno: la comunicazione è condizionata da fattori complessi. Per questo è oggetto di studi altrettanto complicati. Ma questo non deve impedire il perseguimento di obiettivi di comune utilità. Può darsi, come dice lei, che questi studi portino a filosofie cervellotiche: sta di fatto che dove si applicano certe tecniche le cose vanno molto meglio;
l. Può esistere un’organizzazione dove è assente la comunicazione e il confronto con gli altri? La domanda è retorica: se mancano le fondamenta essenziali, siamo in presenza di un assembramento di persone tenute assieme alla stregua di un vaso costituito da cocci più o meno incollati, pertanto inaffidabile;
m. Quanto agli inglesi, concordo, sono maestri nel comunicare: tuttavia la loro lingua, che utilizzo per ragioni di lavoro, non è sufficiente a spiegare tale maestria. Hanno un’abitudine acquisita per educazione familiare e scolastica ad essere impietosamente diretti nel rivolgersi all’interlocutore, sia esso un collega o il presidente dell’organizzazione.

Detto questo, si dovrebbe tornare nell’alveo tracciato dall’articolo di Maria Di Paolo che, a sua volta riprende l’editoriale: l’ho ha letto? E, in particolare, ha letto il commento dell’ing. Pino funzionario pubblico? Egli fa una lucida esposizione degli ostacoli che incontrano i progetti di e-government. Tuttavia, e nonostante tutto, si è avviato un dialogo tra soggetti disabituati ad incontrarsi. Forse m’illudo, ma qui sono ottimista: prima o poi essi convergeranno.

human satisfaction

Egregio ingegner Vincenzo, mi scuso per averle attribuito la funzione di moderatore e capisco che, per un ingegnere, ogni altra attribuzione è una diminutio. La sua esposizione stile “pierino” mi ha tratto in inganno e mi ha indotto a pensare che lei facesse parte del Forum.
Ad ogni modo, prendo atto della sua risposta austera, didattica, scansionata per punti come una slide da seminario e, aggiungo, con grado di pH=2. Questa è la chiave con cui leggo il sottofondo di leziosità aziendalistica, nonché l’atteggiamento ridicolo e moralistico di un’Italia decadente.
Modestamente, penso che oggi, per comunicare in maniera accettabile (proprio nell’ambito PA), occorra principalmente essere umili e fare meno i primi della classe.
Prendo, inoltre, atto della sua linea dialogante, protesa al braccio di ferro, alla sfida del “chi ne sa di più”, al complesso mentale di fare goal e di chi è abituato a dire l’ultima parola.
Io mi sono inserito nel blog molto serenamente e senza intenzione di entrare in competizione con alcuno; forse, perché avevo qualche minuto da perdere, in cui ho colto l’occasione di esprimere un commento. Non credevo di dover sostenere un esame o prepararmi per un’interrogazione.
Ho colto, infine, il suo appunto in relazione all’articolo di Maria Di Paolo e al commento dell’ing. Pino. Mi scusi se il mio argomentare è uscito dall’alveo originario; non ho mai avuto il piacere di leggere né l’una né l’altro, ma – le assicuro – che stanotte dormirò ugualmente tranquillo. No so, potrei pensare che la Di Paolo sia una sacerdotessa del tempio mediatico del Forum, ma non mi interessa più di tanto poiché nel complesso contesto in cui opero al servizio dello Stato, il mio stile comunicativo è molto apprezzato. E ciò è quanto per me conta, nonostante il carico di dubbi e di contraddizioni esterne che mi gira per la testa.
Gentile Vincenzo, è stato un piacere incontrarla nel blog. Le auguro di trovare in questo programma interlocutori più idonei e più preparati di me e che, soprattutto, vorranno condividere con lei quell’aria cupa, depressa e priva di autoironia che promana dalla sua lettura.

Piccoli chiarimenti

Gentile dottor gianfranco, giusto per non creare confusioni o fraintendimenti [che potrebbero degenerare nell'offesa], in quanto redazione ci teniamo a sottolineare che forumpa.it non è un forum moderato, almeno non nel senso (dispregiativo, ci sembra di capire) che intende lei. Ci sembra doveroso, inoltre, precisare che Maria Di Paolo non è una "sacerdotessa del forum", ma semplicemente l'autrice dell'articolo che lei ha commentato. Grazie per l'attenzione e buona giornata. La redazione

piccoli chiarimenti

Grazie del chiarimento e rassicuro la redazione del Forum, del quale sono attento lettore da anni essendo forse tra i primi iscritti, che non c’è mai stata da parte mia alcuna intenzione di arrecare disprezzo verso codesto organismo. Va, peraltro, compreso che una generazione PORTANTE E ALTAMENTE RESPONSABILE della pubblica amministrazione è oggi vessata, in un calderone generale, da un’ondata mediatica irrazionalmente e politicamente gestita. In questo clima si vive e si lavora male e l’articolo della Di Paolo, con tutto il rispetto per la stessa, è una nota irritante e provocatoria in un momento difficile, come l’alcol su una ferita aperta.
Con reciproca comprensione, porgo a tutti distinti saluti.

Human satisfaction

Signor Gianfranco,
visto che legge e scrive, piaccametro alla mano, si sarà accorto che nel frattempo il pH è sceso a valori negativi: rinuncio, pertanto, a rintuzzare la serie di epiteti con cui gratifica me, gli ingegneri, il Forum. E questo per un rispetto verso tutti: il Forum che ci ospita, chi ha l’avventura di leggerci e, non ultimi, noi stessi.
Non conosco l’autrice dell’articolo Maria Di Paolo, ma ho apprezzato veramente gli spunti di riflessione che ha proposto. Il mio intervento parte da tale premessa, col solo scopo di esprimere, come ho già detto, opinioni che come tali vanno considerate. Se non avessi letto l’articolo, non avrei trovato motivo di formulare, come dovrebbe apparire ovvio, né opinioni né tanto meno considerazioni congruenti col tema in questione. Le sfide a braccio di ferro, i goal e competizioni varie li lascio negli ambiti di pertinenza e a chi sa praticarli. Nel prender atto della sua dichiarata impreparazione a sostenere un esame o un’interrogazione, mi permetto di rilevare che essa, e questa non è un’opinione, è ultronea ed inconferente rispetto allo scopo di qualsiasi blog ed, in particolare, al tema in oggetto.