Intervista

Nelle aree montane soluzioni da inventare contro il digital divide

Bay Bridge Silhouette

Foto di Thomas Hawk

La scienza riesce a creare ponti in grado di proiettare il genere umano su orizzonti fino a quel momento tratteggiati solo nelle opere di scrittori o cineasti fantasy che, spesso, proprio dalla scienza attingono le più illuminate ispirazioni. Questi stessi ponti possono rimanere inaccessibili a molti e creare, o acuire, fratture e lacerazioni nel tessuto economico e sociale. Un esempio? La connessione a banda larga che, laddove manca, dà origine al famigerato digital divide, il cui nome rischia di spostare l'attenzione sulle tecnologie laddove un gap digitale, oggi, è soprattutto un divario sociale. E' di questo che abbiamo parlato con Enrico Borghi, presidente dell'Uncem, portavoce di una delle aree geografiche italiane maggiormente svantaggiate per carenza di infrastrutture di accesso alla rete.

Da anni si discute del digital divide e della necessità di ridurlo per offrire pari diritti ai cittadini italiani a prescindere dal luogo di residenza. Il divario digitale è però ancora lì, con le stesse questioni irrisolte. Quali sono, dal suo punto di vista, i motivi di questa paralisi?

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Il primo aspetto da considerare è che la politica ha, ormai da tempo, abdicato a svolgere la sua funzione di ricerca del bene comune diventando il luogo di confronto tra le grandi lobbies economiche. Di conseguenza, i territori che hanno una vasta estensione e una rarefazione di popolazione e di imprese, come le zone montane, sono messe ai margini poiché non appetibili per gli interessi commerciali delle aziende che, non avendo un rapporto costi/benefici ottimale, si concentrano laddove ci sono margini più ampi di redditività. E la politica segue a ruota. 

Forse qui, come in altri casi, occorrerebbe ragionare e agire per priorità di bisogni, consapevoli che i soggetti portatori di interessi sono i cittadini italiani. Perché questo non avviene?

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Quello che posso dirle è che con il ministro Gentiloni due anni fa, e prima ancora con il ministro Parisi, avevamo avviato un confronto a cui poi ha fatto seguito lo sblocco delle frequenze in uso presso il Ministero della Difesa per far partire il Wi-Max. Da lì si attendeva l’avvio di un piano nazionale di investimenti che andasse ad individuare puntualmente quali erano le zone montane che potevano e dovevano essere coperte attraverso l’introduzione di queste nuove tecnologie. Questo piano non è, però, mai stato realizzato. Si doveva costruire con il precedente governo un tavolo di lavoro presso il Ministero delle Comunicazioni, cosa che non è stata fatta neanche con l’attuale. Per questo motivo ci ritroviamo a mettere toppe man mano che si manifestano i problemi. Allora può accadere che quando c’è una forte pressione da parte di determinate realtà territoriali, gli Enti Locali cercano di attivarsi realizzando, pro quota e pro capite, pezzi di infrastruttura. E’ evidente che con questo modus agendi è impossibile muoversi all’interno di una logica di sistema. Così oltre ad essere impossibile definire veri obiettivi e parametri standard, si lascia l’iniziativa alla volontà dei singoli territori. E’ chiaro che in questo modo non si aiutano né la crescita né la competitività del nostro Paese.

Che senso avrebbe un investimento infrastrutturale di grande portata in territori scarsamente popolati?

Guarda il video e ascolta le opinioni di Giuseppe De Rita sulle specificità della crisi italiana e sulle leve per uscirne

Le zone montane occupano il 50% del territorio italiano e producono il 17% del PIL. Per questi due motivi dovrebbe essere un interesse comune e non una gentile concessione realizzare investimenti adeguati. Se questo messaggio non passa, non passa l’idea di uscire dalla crisi. Del resto come De Rita spiegava in un recente editoriale sul corriere delle sera, la fuoriuscita dalla crisi economica non può avvenire attraverso operazioni verticali e centralistiche ma attraverso la valorizzazione delle energie presenti sui territorio. È chiaro se questi territori non sono in rete non possono sfruttare le loro potenziali sinergie.

Ci sono però realtà montane che si sono organizzate per risolvere il problema…

Sì anche se sarebbe più corretto dire che stanno cercando di inventare soluzioni giacché i tagli realizzati in questi ultimi anni hanno circoscritto di molto le loro possibilità di intervento. Ciononostante in realtà come la Toscana, le comunità montane si stanno attivando per ottenere finanziamenti regionali ed intervenire sulle infrastrutture che teoricamente dovrebbero essere realizzate da altri soggetti . La situazione è complessa perché è come andare in guerra, oggi, con le fionde.

Potrebbe però essere che il digital divide non sia percepito come un problema dalla popolazione che ne è affetta?

Altroché! Sono quotidiani i disagi di molte imprese e utenti che attraverso le nostre realtà istituzionali periferiche e di territorio ci fanno pervenire la necessità di infrastrutture a banda larga. Il punto è che manca la volontà reale di affrontare il problema.
Noi riteniamo che questa sia la conseguenza dell’indebolimento che si è creato sotto il profilo istituzionale: quando i poteri centrali sottraggono risorse alle economie locali, le medesime non hanno più la forza di portare avanti le istanze del territorio che rappresentano. Se a questo aggiungiamo un sistema parlamentare completamente sganciato dal territorio, la frittata è fatta.

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Banda Larga - un nuovo paradigma per il broadband

In uno stato, quello italiano, studiato in tutto il mondo per la propria capacità di generare un fitto tessuto di PMI, alcuni argomenti quali le telecomunicazioni appartengono a logiche oligopoliste che hanno generato e generano ancora barriere burocratiche, fiscali ed economiche, che rendono inacessibili proprio alle PMI che si occupano di tlc, gli strumenti che permettono di realizzare le reti NGN nei territori dove operano.

Questi impedimenti sono ad esempio i canoni di concessione richiesti dallo stato per diventare operatori delle telecomunicazioni, equivalenti ad un minimo di 25mila euro anno per un massimo di 200.000 utenti. Ma se di utenti ne posso servire 1 o 1000? Pago la medesima cifra per un servizio che mi darà costi e ricavi minori del medesimo operatore che serve 100.000 o 200.000 utenti. Questa e' discriminazione ed è una artificiosa barriera d'ingresso per piccoli operatori interessati a servire quelle che ora sono le aree in digital divide.

Operatori o meno, ci sono altre strade percorribili se non esistessero ostacoli burocratici e legislativi, strade percorse nel nord europa, dove i cittadini stessi interessati alla banda larga si sono costituiti in consorzi, hanno messo mano al portafoglio, hanno noleggiato le escavatrici e hanno posato il loro privato ultimo miglio in fibra ottica. Il costo? Meno di quanto si pensi, anzi meno di quello che avete pensato in questo momento, ancora meno. Diciamo che se contiamo quanto abbiamo erogato in canoni telecom in questi anni dovremmo avere fibra d'oro, ma diciamo che in due anni di canone fisso (non i consumi) avremmo la proprietà del nostro ultimo miglio. Bello vero? Ma in Italia, patria delle PMI e del fare piccola impresa, questo e' impossibile, come e' impossibile posare un pezzo di fibra tra il mio cortile e quello di fornte del vicino, se non pagando 25.000euro all'anno.

In Italia esiste il Digital Divide perche' s'impedisce al piccolo, al locale, di intraprendere a beneficio del territorio. La dimostrazione la si è avuta quando il wireless libero e' stato legalilzzato, diverse aziende di piccoli Internet service provider hanno realizzato reti senza fili interamente a proprie spese servendo piu' di 10.000 utenze e coprendo moltissime aree in digital divide.

Quello che e' successo con il Wi-fi ahime' non si è ripetuto con il Wimax e mai si relaizzera' con la fibra ottica se non cambiano le regole di accesso e si elimini definitivamente il diritto d'uso delle infrastrutture tlc domestiche da parte di Telecom.

Mediante il DL 112 della scorsa estate il governo ha legiferato una liberismo selvaggio e monodirezionale che penalizza le PA locali quando ha definito che ogni cavidotto pubblico debba essere messo a disposizione di qualsiasi operatore di TLC con semplice DIA e senza oneri, peccato che allo stesso tempo non abbia obbligato Telecom italia a condividere le proprie infrastrutture con gli altri operatori e le PA locali (Per infrastrutture non s'intende il cavo ma il tubo che ospita il cavo), Quante città sono state scoperchiate per posare fibra quando si poteva riutillizzare i cavidotti di TI?
Non ultimo, questo liberismo espone le PA locali a gestire un sottosuolo complesso e senza adeguati strumenti di gestione, dove una fibra posata oggi con DIA potrebbe essere tranciata tra sei mesi da un posatore di reti gas semplicemente perchè non esiste traccia se non cartacea, di una DIA data automaticamente tempo prima.
Chi ne risponde, quanta utenza viene mandata in blackout da questo fatto, quanti interessi economici s'infrangono per colpa di una mancata programmazione e una seria definizione delle regole?

Affrontare dunque il tema della Banda Larga e delle NGN da una visione "statalista", intesa come intervento statale e dall'alto, può essere un grave errore che aggunge ritardo ai cronici ritardi imposti da una scarsissima cultura di base e tecnologica. Ricordarsi che oggi i cittadini pagano canoni fissi per reti vecchie vuol dire che individuiamo automaticamente la fonte di finanziamento per la nuovi reti broadband. E non e' un investimento a perdere ma una battaglia di libertà.

Internet insegna che una piccola rete dialoga con un'altra piccola rete, con una grande rete, con il mondo intero, in modo trasparente grazie ad un semplice protocollo (TCP/IP) e qualsiasi tentativo di di far credere che tutto debba essere sempre estremamente complesso è un delitto compiuto a danno della collettivita'.

Marco Liss
Direttivo Assoprovider
Associazione dei provider italiani