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#lamultiscuola Manin di Roma: multietnica, aperta, multiforme e multifunzionale

L’I.C.S. ‘Daniele Manin’ di Roma si trova nel cuore del rione Esquilino, un territorio tutt’altro che periferico e decisamente multietnico. Miriam Iacomini*, intervenuta al laboratorio della Biennale Spazio Pubblico 2015, coordinato da Vinicio Ongini del MIUR con il supporto di FPA, racconta l'esperienza virtuosa di una scuola multiculturale come vissuta dai ragazzi, dagli insegnanti e dai genitori.

L’I.C.S. ‘Daniele Manin’ di Roma si trova nel cuore del rione Esquilino, un territorio tutt’altro che periferico. Esso infatti è interamente collocato all’interno del primo municipio e, situato in una zona limitrofa alla Stazione Termini, ha una popolazione eterogena: accanto a famiglie italiane di estrazione socio-culturale medio-bassa - per lo più commercianti e semplici impiegati, vivono liberi professionisti, artisti, ricercatori, professori universitari, e un numero sempre più elevato di nuclei famigliari immigrati di diversa provenienza.

Specchio della realtà del quartiere, la scuola elementare Di Donato ospita una significativa percentuale di bambini con cittadinanza non italiana che negli ultimi anni ha globalmente raggiunto circa il 50%.

E’ questa una evidenza statistica che può essere interpretata da un duplice punto di vista. Da un lato, se comparata con i dati nazionali, ci colloca tra scuole ad alto processo migratorio, e cioè come realtà polarizzata per lo più percepita come problematica e difficile. Dall’altro, letta in riferimento alla ricostruzione diacronica delle iscrizioni interne all’istituto, ci permette di presentarci come una scuola in crescita. Negli ultimi anni infatti pur non avendo perso alunni migranti, la scuola, soprattutto nel settore dell’infanzia e della primaria, ha registrato un incremento della popolazione scolastica autoctona, prevalentemente proveniente da famiglie con un livello socio-culturale medio alto, mentre la fascia socio-economica medio-bassa continua a preferire altre realtà scolastiche. Ora, volendo riflettere sul 50% di alunni con cittadinanza non italiana, il primo elemento che balza subito agli occhi è che la percentuale di alunni migranti che ospita la nostra scuola varia numericamente nei vari settori. Mentre all’infanzia e alla scuola primaria si è registrato un aumento di alunni italiani, alla secondaria di primo grado ancora c’è diffidenza da parte dell’utenza locale; anche se dall’anno scolastico 15/16 è previsto un aumento di iscrizioni.E’ questo un risultato raggiunto grazie alla concomitanza di vari fattori: la qualità didattica, i livelli di competenza raggiunti dagli alunni, il clima positivo, il rapporto di fiducia e collaborazione con le famiglie che si è consolidato negli anni, in seguito alla consapevole e intenzionale scelta operata dall’istituzione di ridefinire i confini della comunità educativa inglobando nelle decisioni progettuali tutte le componenti territoriali.

Altra osservazione da fare rispetto al nostro 50% di popolazione migrante, riguarda la composizione interna. Il gruppo è infatti molto eterogeneo e, come si può leggere nella tabella, ha elementi provenienti dai cinque continenti.

Inoltre, credo sia importante sottolineare che la maggioranza di questi alunni è nata e cresciuta in Italia. A tal proposito, pur non avendo dati precisi, è possibile affermare che la nostra realtà non si discosti molto dai dati riportati dal recente Rapporto nazionale sugli alunni con cittadinanza non italiana (febbraio 2015) che attesta al 47,2% la totalità degli alunni di seconda generazione.

Tale dato, però, non implica una ridefinizione della realtà della nostra scuola che, pur avendo ormai molti alunni nati in Italia ma di origine migrante, si connota in senso multietnico e quindi va letto in riferimento ai bisogni degli alunni, in primis il diritto allo studio e alla mobilità sociale.

Per rispondere a queste esigenze, la nostra scuola è innanzitutto intervenuta sul piano didattico e pedagogico per potenziare l’insegnamento dell’italiano come lingua seconda; contrastare fenomeni di ritardo, insuccesso e dispersione scolastica; garantire successo formativo e inserimento nelle maglie della società; promuovere percorsi di valorizzazione e riconoscimento della cultura altrui e delle diverse appartenenze; raggiungere le competenze utili a sviluppare un sapere mutevole e contestuale funzionale a orientarsi in contesti sempre più eterogenei ed internazionali.

Otre a ciò, l’I.C.S. Manin per rispondere alle sfide della multiculturalità ha affrontato il difficile compito di ridefinire il proprio ruolo sociale e politico. La scuola, infatti, per poter fronteggiare la complessità di contesto ha lavorato per recuperare una funzione strategica all’interno delle politiche sociali e territoriali, attivando a livello locale strategie volte sia allo sviluppo dell’interazione fra scuola e famiglie, e tra famiglie provenienti da diverse realtà culturali; sia alla promozione dell’inclusione dei vari gruppi, che, soprattutto in età adolescenziale, tendono a chiudersi all’interno della propria comunità di riferimento.

Si tratta, sostanzialmente, di un lavoro che la scuola ha portato avanti nel tentativo di restituire agli insegnanti un ruolo centrale nella costruzione di interventi mirati ad orientare il futuro della comunità scolastica e territoriale. E per realizzare tale finalità, si è cercato di promuovere una progettualità allargata e condivisa facendo affidamento sulle risorse interne ed esterne e sulla personale implicazione di genitori, insegnanti e cittadini al progetto educativo scolastico.Un progetto che si è nel tempo consolidato grazie a all’ampliamento di una rete di relazioni sociali fondata sulla reciproca da fiducia e sul senso di cooperazione e appartenenza.

Per chiarire, vorrei fare riferimento solo ad alcuni progetti che portiamo avanti da diversi anni e che sono il risultato di una modalità condivisa e partecipata di pensare la scuola.

Il primo progetto che vorrei citare è Let’s talk. Si tratta di un’attività elaborata insieme alle mamme della scuola e che ha come finalità quello di lavorare sullo stereotipo attraverso l’inversione dei ruoli. Infatti, è previsto che i genitori madrelingua inglese spendano un’ora del loro tempo settimanale per avviare delle semplici forme di conversation con i bambini in classe. E poiché i genitori che padroneggiano meglio tale lingua sono migranti, è chiaro che attraverso la loro presenza viene implicitamente smontata l’idea del migrante bisognoso del nostro aiuto. Al contrario, siamo noi a usufruire delle competenze dello straniero per migliorare in una specifica abilità. Come si può facilmente immaginare, l’idea si è dimostrata nella sua semplicità altamente significativa sia per gli adulti che per i bambini migranti, che hanno visto i loro genitori anche partecipare alle ore di programmazione per articolare al meglio le varie attività.

Un altro progetto che lavora sull’inversione dei ruoli e al tempo stesso sulla valorizzazione delle appartenenza è "Incontriamo i paesi del mondo". E’ questo un progetto d’istituto che nasce da una semplicissima idea: rendere protagonisti i nostri alunni migranti promuovendo l’approfondimento dei vari paesi o aree geografiche di provenienza delle loro famiglie. Al tal fine vengono pianificati percorsi di avvicinamento e scoperta delle culture altre che insistono sulla sfera cognitiva - attraverso ricerche, approfondimenti, ecc; così come su quella empatica ed emotiva - attraverso l’uso di linguaggi non verbali. L’elemento che rende proficuo il percorso è il coinvolgimento non solo delle famiglie - come già accade per "Let’s talk", ma anche delle comunità migranti, dell’associazionismo territoriale e degli enti locali. Ogni riunione organizzativa, infatti, vede l’intervento di tutti gli attori coinvolti nel processo di programmazione delle attività, e le scelte tengono sempre conto delle esigenze di tutti e delle risorse messe a disposizione dai vari partner. Quindi, si lavora secondo una modalità reticolare e non gerarchica, che ha preteso dalla scuola una ridefinizione del proprio ruolo e una continua negoziazione della leadership e dell’uso del tempo e dello spazio scolastico. Particolarmente significativo è il coinvolgimento attivo dei genitori migranti, testimoni e mediatori privilegiati: i loro racconti, infatti, ci permettono di attraversare e sostare nelle culture di appartenenza attivando preziosi meccanismi di narrazione ed ascolto che smontano pregiudizi e stereotipi che si utilizzano quasi inconsapevolmente quando si approccia la diversità.

Un’altra attività particolarmente gradita dai bambini, è quella legata alla biblioteca della scuola, che ha ripreso vita attraverso una serie di attività di prestito, lettura e incontri con autori, grazie alla partecipazione dei nonni della scuola e del quartiere. Anche in questo caso ognuno si è messo a disposizione: i nonni e tutti coloro che hanno voluto dedicare il proprio tempo all’apertura della biblioteca, hanno partecipato a riunioni organizzative collaborando attivamente con le insegnanti in modo da pianificare attività integrate al lavoro di classe. Reciprocamente le insegnanti hanno lasciato ad ognuno dei collaboratori lo spazio per esprimersi secondo le proprie inclinazioni e i propri talenti. Ciò che più colpisce di questa esperienza è la relazione che si è stabilita tra bambini e adulti, laddove gli adulti sono nonni, e cioè figure normalmente estranee alla vita della scuola. E’ sempre sorprendente osservare l’attitudine all’ascolto dei grandi e il piacere dei piccoli a lasciarsi guidare nella scelta di un libro, o rimanere incantati dalla lettura di un semplice racconto. Ed è proprio questa relazione intergenerazionale a rendere densa di significato questa attività soprattutto per tutti i bambini migranti, raramente in contatto con gli anziani del proprio nucleo famigliare.

Sempre in un’ottica collaborativa, è nato anche il progetto "L’isola del teatro" che ha visto coinvolti insegnanti e genitori nella pianificazione di attività da svolgere nei locali della scuola durante il fine settimana. In questo caso, il gruppo di lavoro ha come finalità quella di promuovere l’apertura del teatro scolastico alle compagnie di giro in modo che questo spazio possa essere del territorio oltre che della scola. Le varie giornate finora proposte sono state possibili grazie alla dedizione di genitori professionisti nell’ambito dello spettacolo che hanno organizzato piccole performances, maratone di reading, giornate di giochi e racconti e incontri tematici in prossimità delle feste scolastiche, come per esempio ‘La festa della luce’ prima del Natale.

Due le caratteristiche principali di queste iniziative. Innanzitutto, per la loro realizzazione sono stati utilizzati il cortile, la palestra e il portico in modo funzionale alle esigenze delle varie performances ed attività previste. Poi, tali eventi non sono mai stati esterni al lavoro della scuola. Le insegnanti, infatti, si sono sempre impegnate per preparare queste manifestazioni con gli alunni in classe, articolando i temi trattati anche all’interno della programmazione didattica. E ciò a conferma della reale osmosi tra lavoro sul territorio e lavoro di classe; sinergia che va sicuramente sottolineata, perché a partire proprio da queste significative esperienze di condivisione e di apertura è possibile riscontrare un incremento di interesse e motivazione negli alunni; e un progressivo senso di appartenenza ad un comune progetto educativo nei docenti e nei genitori.

Un ulteriore livello di articolazione dell’edificio scolastico, che si è definito grazie alle disponibilità della scuola al lavoro condiviso e comune, è quello dell’uso dei locali per iniziative di quartiere. I nostri spazi, infatti, sono sede dell’"Associazione Genitori e del Polo Intermundia"; ospitano una significativa quantità di incontri promosse da vari centri culturali migranti e associazioni territoriali; e sono stati anche il punto di riferimento del primo nucleo del Gruppo di Acquisto equoSolidale dell’Esquilino. Evidentemente una prospettiva progettuale territoriale e didattica così allargata e impegnativa, pretende innanzitutto una ridefinizione degli spazi e in primo luogo dello spazio-scuola. La scuola, infatti, proprio per attivare forme di progettualità condivisa, deve poter diventare un pezzo del territorio: uno spazio privilegiato in cui, in virtù dell’incontro tra diverse persone si aprono le comunità e si spalancano le porte delle aule durante l’orario scolastico e anche oltre, affinché essa possa realmente cambiare forma in relazione alla funzione che nell’arco della giornata, così come delle ‘stagioni’, essa deve svolgere.
La scuola diventa così funzionale ad una attività formale, sebbene condivisa, durante le attività didattiche; ma diventa luogo di cura e accoglienza autogestita da genitori e partecipata dagli insegnati nel pomeriggio; per trasformarsi infine in centro estivo durante la chiusura del tempo scuola.

Si tratta di continue metamorfosi che, lasciando una traccia nelle vite e nella memoria di chi ne coglie le molteplice sfumature, fanno della scuola realmente il luogo delle approssimazioni, degli avvicinamenti e quindi dei continui riposizionamenti professionali e umani. E così, incrociando apprendimento non formale e informale, impegno civico e esperienze di cittadinanza attiva, la scuola ridiventa fatalmente il cuore pulsante del contesto urbano e spazio utile alle nuove sfide che la multiculturalità pone alle istituzioni, in primis a quella scolastica.


*Miriam Iacomini è Insegnante di Scuola Primaria presso l'IC "Daniele Manin" di Roma. Ha curato la presentazione dell'esperienza della scuola "Manin" per il Laboratorio "Scuola e Spazio Pubblico Interculturale" della Biennale Spazio Pubblico 2015 e questa scheda di sintesi per il dossier di approfondimento.

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